Autonomia del Veneto Il ministro Stefani: il 22 ottobre pronto il testo Zaia: il muro è caduto

di Giorgio Gasco*

Autonomia per il Veneto. Il 22 ottobre dello scorso anno, due milioni e mezzo di elettori hanno risposto “sì” al referendum lanciato dal governatore della Regione, Luca Zaia, per ottenere dallo Stato le competenze su 23 materie (previste dalla Costituzione) e i relativi fondi. Il 22 ottobre prossimo, potrebbe essere un anniversario di svolta, se la promessa fatta dal ministro per gli Affari Regionali, Erika Stefani sarà mantenuta. Lei, vicentina e leghista, ci crede ben sapendo che attribuire maggiori poteri alla periferia “non è né facile, né scontato” seppure proprio la Costituzione, prevede, per le Regioni che lo chiedono, un lungo elenco di materie da gestire in proprio. L’ottimismo comunque prevale nelle stanze della Regione e in tutto il Veneto. Un ottimismo della ragione se non altro perché la realtà lo dimostra. E Zaia lo rimarca, in un luogo simbolo della cultura non solo veneta: “Non sarà un caso che i nostri giovani laureati, che non sono sprovveduti, quando decidono di andare a trovare fortuna all’estero scelgano Paesi dove l’autonomia è già cosa compiuta: Usa, Gran Bretagna, Germania, Australia”. Parole che risuonano nell’Aula Magna del Bo, l’ateneo di Padova, all’avanguardia nelle classifiche delle università nel mondo, dove il governatore e il ministro Stefani si sono ritrovati, sovrastati dai blasoni che ricordano studenti e professori entrati nella storia. Forse la giovane responsabile degli Affari Regionali non potrà aspirare a tanto, ma comunque all’ateneo patavino è di casa poiché qui si è laureata in giurisprudenza. E qui ha snocciolato le tappe del percorso che dovrebbe concludersi con l’accordo per concedere al Veneto maggiore autonomia, insieme al governatore regionale, collega di partito, rispondendo alle domande di Paolo Possamai, direttore del Mattino di Padova, durante un dialogo aperto al pubblico.

Evocativa la locandina dell’incontro: “Veneto start up del progetto federale”. Non a caso è proprio il Veneto che ha fatto da apripista nazionale, seguito a ruota dalla Lombardia e poi dall’Emilia Romagna. E adesso, all’orizzonte si prevede la discesa in campo di altri giocatori: Liguria. Toscana, Umbria, Marche e anche la Puglia. Autonomia con effetto domino, per dirla con le parole del ministro: “nuovo modo di intendere lo Stato”. Incalza Zaia: “Il muro è crollato. l’autonomia si farà perché il popolo si è espresso”. Quasi un monito del governatore al “suo” ministro seduto di fronte: “Un anno dopo il referendum, è d’obbligo che il governo batta un colpo”. E il governo, seppure diverso da quello che ha iniziato le trattative, ha risposto “presente”. Lo conferma Erika Stefani: “Abbiamo ricevuto in eredita da chi ci ha preceduto il dossier dell’autonomia che il Veneto aveva presentato in modo dettagliato all’esecutivo di centrosinistra, con il quale è stata firmata una pre-intesa”. E di tempo la nuova inquilina degli Affari Regionali non ne ha perso E spiega: “A un mese dall’insediamento Zaia mi ha consegnato la bozza; ho istituito una cabina di regia tra ministero e Regioni alla quale partecipano esponenti sia della Lega che di Cinquestelle…”. Pararsi le spalle è meglio. In questa cabina di regia si valutano le posizioni delle singole regioni attualmente sono otto) che hanno richiesto maggiore autonomia sulla scia del Veneto. Ed è in questa sede che verrà articolato il contenuto del disegno di legge delega “che, quasi certamente – promette Stefani – consegnerò al Consiglio dei ministri per l’approvazione da parte di tutta la componente governativa” con tanto di firma del presidente Giuseppe Conte.

Quali saranno i passaggi successivi? Il provvedimento passerà al voto del Parlamento che dovrà decidere se affidare al governo la delega per chiudere l’accordo con le Regioni. Una via legislativa, dicono sia Zaia che Stefani, prevista dalla Costituzione “anche se – precisa il ministro – in modo generico, che rischia, quindi, di essere bloccata da qualunque ricorso”. Ecco perché occorre andare con i piedi di piombo, interpretando, in modo da renderlo inattaccabile, l’istituto della legge delega. Un supplemento di attenzione, che non vuol dire rallentare il processo dell’autonomia.

In evidenza resta ancora la questione dei trasferimenti: l’accordo Stato-Regioni dovrà quantificare la cifra che il centro dovrà attribuire affinché la periferia possa gestire il trasferimento delle materie. Zaia non recede: “Abbiamo messo nero su bianco la richiesta di mantenere in Veneto i 9/10 del gettito fiscale annuale”. Ma è possibile, ministro Stefani? “Fatto l’elenco delle materie da trasferire, è sufficiente aggiungere, voce per voce, qual è la cifra che lo Stato assegna ogni anno…”. Sembra facile tanto che “l’operazione può avvenire a costo zero”. Come dire che, lasciare direttamente al Veneto una parte delle tasse pagate dai veneti non va ad alleggerire le casse dello Stato e non avrà ricadute negative su altre parti del Paese che non intendono avvalersi dell’autonomia.

Tutto l’impianto sembra reggere. Ultima domanda legittima: il disegno di legge delega al governo passerà in Parlamento? Ovvero, non c’è da temere qualche agguato da parte del fuoco amico (leggasi Cinquestelle) che vede l’autonomia regionale come fuliggine negli occhi? Zaia stoppa: “Guardate che il disegno di legge delega non è firmato da Luca Zaia, ma dal presidente del Consiglio dei ministri…”. Come a dire: se viene bocciato dall’aula, qualcuno dovrò trarne le debite conseguenze.

Non resta che darsi appuntamento al 22 ottobre prossimo, giorno del primo anniversario del referendum.


gasco*Giornalista

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