Per scalare le Alpi le donne dovettero vincere i pregiudizi della morale, della medicina e del costume

di Nelli-Elena Vanzan Marchini*

Dal  9 giugno al 20 ottobre nella casa Wassermann di Villabassa in Pusteria si può visitare la piccola e deliziosa mostra fotografica: “IO, IN CIMA. Una storia delle donne in montagna”. (foto 1)  Vi sono esposti documenti e foto delle scalate al femminile che narrano la difficoltà di scardinare i pregiudizi e i luoghi comuni che a lungo riservarono ai soli uomini  la facoltà di praticare gli sport alpini.

Nel XVIII secolo  le vette erano divenute una meta culturale  grazie alla fortuna del volumetto poetico   “Le Alpi” (1732) del medico e anatomista svizzero Albrecht von Haller (1708-1777) che  diffuse la curiosità di conoscere gli scenari alpini abitati, secondo lui, da uomini moralmente superiori.  Il mito del buon selvaggio di  Defoe, Diderot e  Rousseau condannava  la corruzione della civiltà urbana e  affermava il desiderio di  fuga  in una natura incontaminata in cui l’uomo ritrovava la sua primigenia integrità. L’uomo appunto! Non la donna.

2 IMG_2616Una escursione di Lizzie Le Blond

L’esplorazione, l’avventura, la conoscenza, la ricerca e l’esperienza non appartenevano alla donna. Ad essa, da sempre, era demandata la gestione dei ritmi lenti, rassicuranti  e ripetitivi della vita domestica e della tradizione, il suo corpo doveva essere votato alla riproduzione e alla cura dei figli. L’addestramento fisico femminile per l’affermazione  nello sport fu considerato immorale, innaturale e patogeno.  Lo scenario cominciò a mutare solo nel XIX secolo. Eliza Robinson Cole, classe  1819, fece escursioni sulle Alpi assieme al marito e in compagnia di William Longman che la sollecitò a pubblicare il diario di viaggio per la sua casa editrice nel 1859.  “A lady’s tour round Monte Rosa”, (traduzione italiana Aosta 2007) è un resoconto preciso con il quale  la Cole  iniziò a scrivere una storia della montagna al femminile. Eliza consiglia di portare le selle adatte alle escursioniste per le lunghe attraversate delle vallate a dorso di mulo, indica le calzature e l’abbigliamento, suggerisc e di fissare degli anelli sull’orlo della gonna nei quali fare scorrere un cordino per poterla sollevare con un gesto rapido nei passaggi difficili.   La sua amica Jane Crawford Freschfield (1814-1901) compì varie scalate fra il 1859 e il 1861 e pubblicò  libri  sull’alpinismo che godettero di un discreto successo. Oramai la strada era tracciata.

3 IMG_26154 IMG_2614Le cordate miste viste nell’800 come occasioni di promiscuità sessuale.

Elizabeth Hawkins-Whitshed, nata a Dublino nel 1860, si sposò tre volte ed è nota con il cognome del suo terzo marito Aubrey Le  Blond. Grande scalatrice e assidua frequentatrice dell’Engadina, dove si era recata per curare il figlio colpito da una malattia ai polmoni nel 1880, fu amica del pittore Giovanni Segantini e dello scrittore Frederic Benson.  Fra il 1882 e il 1903 fece 130 ascensioni tra cui quelle del  Monte Bianco e del Grandes Jorasses.  Nel 1896 scalò il Piz Palu con Lady Evelyn McDonnel in una cordata solo femminile, la prima. Oramai celebre anche per le sue foto delle montagne e per i suoi filmati, che purtroppo andarono perduti, fondò il Ladies’ Alpine Club di cui fu presidente. L’indomita irlandese Lizzie Le Blond morì nel 1934 a 74 anni. Lasciò decine di libri, numerosi articoli e migliaia di foto.

Sulle orme  delle intellettuali aristocratiche e delle ricche borghesi, anche le regnanti scoprirono il piacere delle escursioni in montagna. Margherita di Savoia  nel 1893 inaugurò e pernottò nel rifugio più alto d’Europa sulla Punta Gnifetti del Monte Rosa a 4.554 metri. La principessa Elisabetta di Baviera scalò il monte “Trais Fluors” in Engadina nel 1907.  Ci sarebbero voluti, però, ancora molti decenni perché le alte vie fossero accessibili a  donne di diverse estrazioni sociali.

Per riuscire a praticare l’alpinismo le donne dovettero superare molti ostacoli: primo fra tutti il pregiudizio morale. Nelle cordate, ovviamente guidate da uomini, i rapporti ravvicinati  implicavano una confidenza fra maschi e femmine non contemplata dalle  regole pudiche della società ottocentesca. La stampa satirica si dilettò a rappresentare le scalate miste come un’occasione di incontri lascivi e di avventure erotiche. (foto 3 e 4). I bivacchi costituivano motivo di promiscuità per non parlare, poi, dell’abbigliamento. Era inevitabile che gli abiti pomposi, fatti con decine di metri  di stoffa, con crinoline e  molteplici sottogonne, sollevati dal vento o impregnati di acqua e neve, si sarebbero trasformati in trappole mortali. Fu indispensabile che gli indumenti venissero alleggeriti e semplificati per agevolare i movimenti.  Le gonne lunghe, sotto le quali le gambe erano coperte da pantaloni, vennero sostituite da  più pratiche gonne al ginocchio  dalle quali  i pantaloni debordavano consentendo la scalata.   Solo a partire dal 1900 si usarono i soli i calzoni alla turca e infine quelli alla zuava.  I corsetti per fortuna erano stati  abbandonati in seguito alla battaglia degli igienisti ottocenteschi per la salute femminile e ciò consentì  una corretta respirazione, più agili movimenti delle braccia e del busto nelle arrampicate.

 

5 IMG_2621Il nuovo abbigliamento femminile in montagna inizi secolo XX

Una fiorente letteratura medica aveva sostenuto che gli  sport erano inadatti alle donne, che il sole rovinava pelle e muscoli e che l’alpinismo nuoceva alla maternità.  Addirittura il dott. Claude Benson, nel suo libro “British Mountaineering” pubblicato a Londra nel 1909, aveva affermato che l’affaticamento in cordata avrebbe potuto provocare danni irreversibili alla salute femminile. Tale preoccupazione era evidentemente indirizzata alle ricche borghesi, perché da tempo  le operaie, nel totale disinteresse scientifico,  facevano lavori pesanti  nelle  fabbriche con orari spossanti e sui monti paesane e contadine praticavano l’alpinismo, non per sport, ma perché erano levatrici che raggiungevano le partorienti nelle frazioni più sperdute o perché erano pastore o malgare. Alcune trasportavano  in montagna provviste, attrezzature, medicinali e  i bagagli dei turisti nelle loro escursioni; perciò erano registrate come “portatrici” e i committenti segnavano le loro valutazioni su appositi “libretti delle portatrici”. I loro colleghi maschi potevano aspirare a diventare guide alpine e, quando  stagionalmente migravano, le portatrici li sostituivano, senza però avere il riconoscimento e la qualifica che sarebbero spettate loro  se fossero appartenute al sesso “forte”.  Ancor oggi la professione di guida alpina è esercitata da poche donne.

6 IMG_2617L’alpinismo femminile per lavoro

7 IMG_2618Una trasportatrice

Foto in alto: Una cordata femminile. Inizi sec.XX Manifesto della mostra.


WIN_20180303_15_17_26_Pro*Docente – Scrittrice

 

 

 

 

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