Sulle ali delle farfalle e il cielo d’autunno si riempie dell’ultima magia

di Carlotta Fassina*

Si sono nutrite dei fiori più belli, hanno compiuto le loro danze nuziali e hanno deposto le loro piccole uova; ora, col sopraggiungere dell’autunno, la maggior parte delle variopinte farfalle diurne morirà, lasciandoci un po’ più soli durante il lungo inverno. Alcune di esse però sono ora in viaggio verso destinazioni africane, mentre altre, per sfuggire al freddo, si celeranno in qualche anfratto.  

Nelle ore più calde di queste giornate d’autunno gli adulti si posano sul viola dei settembrini, delle vedovine e del Limonium, sui gialli dei denti di leone autunnali e dei topinambur, sui bianchi e sui rosa dei petali coltivati o sfuggiti allo sfalcio. Hanno le ali ormai sciupate e stinte, chiaro segno di uno sfarfallare ormai alla fine. Scompariranno nell’auspicio che le uova deposte, le pupe o i bruchi che s’interrano rinnovino a primavera la magica metamorfosi nelle animulae, le piccole anime a cui la cultura latina assimilava questi insetti leggiadri, mediatori tra la fisicità, la psiche e l’ultraterreno.

 

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Tra le farfalle migratrici vi è la vanessa del cardo il cui comportamento in Veneto non è ancora del tutto chiaro. Mentre è certo che le popolazioni situate più a sud nella nostra penisola si spostino fino all’Africa per svernare, molti studiosi credono che anche le farfalle di questa specie non sopravvivano ai rigori dell’inverno padano. A rimpiazzarle a primavera sarebbero invece individui nati più a sud. Questi, a loro volta, sono i figli di genitori che hanno svernato in Africa e intrapreso il viaggio primaverile verso l’Italia e il nord Europa, lasciando ai loro discendenti il compito di completare il viaggio, raggiungendo le distanze maggiori e i territori più lontani.

Sia da residenti sia da migratrici, le farfalle nostrane sono ancora poco conosciute per diversi aspetti della loro ecologia. Per quanto riguarda la loro distribuzione invece, negli ultimi anni la ricerca ha fatto passi in avanti grazie al coinvolgimento di un numero sempre crescente di appassionati volontari, che hanno inserito i dati da loro raccolti durante le uscite all’aperto, poi vagliati dagli esperti, in apposite piattaforme on line, analogamente a quanto sta accadendo per uccelli, anfibi e rettili.

L’indagine condotta in Veneto tra il 2009 e il 2013, sostenuta dal Museo di storia naturale di Venezia e patrocinata dalla Regione Veneto, ha conteggiato per la nostra regione 170 specie di farfalle diurne (dette Ropaloceri dal nome delle antenne a clava), di cui 164 risultano residenti. Solo 10 specie tra queste svernano come adulto, come molte vanesse appartenenti alle Ninfaline. La maggior parte delle altre sverna come bruco, una piccola parte come uovo o come pupa. I dati raccolti, corredati di splendide fotografie realizzate in natura, sono confluiti in un poderoso volume edito nel 2014 da Marsilio Editori per la Regione Veneto e il MUVE (fondazione Musei Civici Venezia).

L’Italia, è il secondo paese dell’area europea-mediterranea, dopo la Turchia, per biodiversità dei Ropaloceri, annoverando oltre 283 specie, contro le 54 della Gran Bretagna, paese geograficamente poco adatto alla colonizzazione.

In Veneto la maggior parte delle farfalle è concentrata nella zona collinare e montana, dove sono più comuni gli elementi di naturalità e le piante nutrici e dove, per altro, sono meno assidui i trattamenti fitosanitari che invece falcidiano moltissime specie d’insetti in pianura.

Belle, variopinte, le farfalle diurne hanno bisogno di fiori adatti alla loro alimentazione e al loro apparato succhiatore, di un’agricoltura sana, di prati, d’incolti e di angoli dei nostri giardini in cui le loro uova e i loro bruchi possano avere la giusta tranquillità.

Solo così la scomparsa autunnale di queste leggiadre animulae può essere un fatto normale, nella certezza di una continuità futura.

A ogni farfalla che muore in autunno possiamo dedicare le parole attribuite all’imperatore romano Adriano (76-138 d.C):

“Animula vagula blandula,
(…)
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos..”.

(Piccola anima smarrita e soave,
(…)
ora ti appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti…)

noi però attenderemo di ammirare ancora sfarfallii, voli e danze amorose la prossima primavera.

Foto di Giulio Piras. In alto una licena delle paludi, nel testo una vanessa atalanta o vulcano


carlotta-fassina*Naturalista

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