Il giro dell’oca. Erri De Luca si racconta

di Carlotta Fassina*

Il fascino dell’esperienza e la magia della parola: è questo lo scrittore Erri De Luca che abbiamo incontrato a Bookstore –Fastbook  a Limena per la presentazione del suo libro “Il giro dell’oca”. Erri De Luca è un uomo maturo vissuto tra i libri, quelli di carta che hanno il loro odore inconfondibile, un peso materiale, una lunga durata.

Da questi ha voluto cominciare per spiegare ai numerosi presenti del Bookstore l’ultimo racconto “Il giro dell’oca”, una riflessione dialogata su alcune tappe importanti della sua vita. Furono infatti i libri a scampare al bombardamento e all’incendio della casa dei suoi genitori, durante la seconda guerra mondiale, nel 1943, e furono i libri ad accompagnare la sua vita anche quando De Luca lavorava in fabbrica molte ore ed era costretto a selezionare con cura il loro peso.

I libri ti portano nei loro luoghi al punto che ti domandi chi porta chi; oggi però non sono immortali, tendono a scomparire sommersi da libri sempre nuovi. Solo poche case editrici riescono a “trattenerli” nei loro cataloghi.

 

Sono le parole invece a durare e De Luca è certo di esser stato sempre un buon ascoltatore. Ha conosciuto la seconda guerra mondiale, lui che non l’aveva vissuta, attraverso i racconti della madre e dei familiari. Le storie dell’infanzia sono tutte storie narrate e ripetute a voce; quando Erri riesce a raggiungere quelle voci, scrivere diventa per lui facile. “Sentivo il sapore e l’odore di quello che stavano raccontando” riferisce a una platea catturata da frasi che sono poesia.

L’ultimo libro Il giro dell’oca è nato nella sua casa in campagna, una sera, quando era seduto in fronte al tavolo di legno. Nella solitudine che libera la mente comparve allora una presenza, un’ispirazione che, diventando personaggio e acquisendo propri tratti somatici e caratteriali, ha cominciato a dialogare con lo scrittore. Non era una figura reale del passato, nessuno dei suoi assenti-presenti. Era invece un uomo di circa 40 anni, che De Luca immaginò come il figlio che non aveva mai avuto.  Così il padre, nel libro scaturito dall’incontro con questa presenza immaginaria, racconta dei nonni al figlio e della sua vita vissuta come in un giro dell’oca, zigzagando apparentemente senza un senso: “uno sbandare da un posto all’altro”.

Il figlio non è però una presenza passiva, non rappresenta per lo scrittore un rimpianto per qualcosa di non vissuto, è l’espediente per guardarsi dentro in modo critico: “avevo l’esigenza di qualcuno che facesse i conti con la mia vita e la buttasse gambe all’aria”. Il figlio non asseconda il padre, anzi spesso entra in contrapposizione con lui.

Così, mentre il padre è non credente, il figlio cerca nel gioco dell’oca paterno un senso, un progetto, un lanciatore di dadi divino che sia l’entità che fa sì che la vita passi da una casella all’altra, ritornando indietro ogni tanto verso passati che però non possono più essere uguali a quelli già vissuti.

Il figlio immaginario si domanda perché il padre sembri perso nei ricordi di una guerra, la seconda guerra mondiale, che non gli appartiene, che i nonni avevano vissuto, non lui. È per via di quei racconti, spiega, così integrati nella sua vita di scrittore e di persona da averlo indotto ad andarsela a cercare la guerra, prima in Bosnia, a guidare convogli umanitari, e poi a Belgrado, nel 1999, durante i bombardamenti Nato. La voce materna è servita allora ad anticipare la realtà di quelle bombe che quando cadono producono un’onda d’urto che sconquassa e un frastuono che De Luca è certo di non aver mai sentito altrove, nemmeno lavorando in fabbrica. E poi le sirene degli allarmi aerei e quei brevi momenti d’ilarità che le persone hanno, quasi a scongiurare la paura.

Erri si sente ancora uomo del ‘900 perché per lui quel secolo di guerra, di lotte operaie, di emigrazione e di rivoluzioni è stato “infettivo”, è stato un secolo che ha condizionato le generazioni che lo hanno vissuto e che perdura tuttora nelle trasformazioni che ha indotto.

Secondo lo scrittore, la rivoluzione fu possibile alla sua generazione, quella dell’immediato dopoguerra, perché questa aveva la fortuna di essere la prima acculturata a livello di massa e perché era costituita da una moltitudine di giovani. Oggi invece le proporzioni si sono invertite, i ragazzi sono una minoranza e hanno bisogno di estraniarsi dagli adulti e dagli anziani per riconoscersi tra loro. Per questo motivo, soprattutto, non è più tempo per una rivoluzione, i giovani non hanno forze sufficienti per il cambiamento.

Dopo aver sedotto il pubblico con le sue parole e i ricordi di una vita dal suono di una poesia, alla domanda finale di quali fossero per lui le parole imprescindibili Erri De Luca ha voluto mettere felicità e fratellanza.  La prima non è solo un diritto, ma anche un dovere, la seconda  è quell’unica cosa che può tenere unita una comunità.


carlotta-fassina*Naturalista

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