Mantini nuovo direttore scientifico dell’Irccs San Camillo: 40 anni e studi a Oxford

Quarant’anni, di Pescara, un percorso di studi che dopo la laurea e il dottorato in Italia
lo ha portato ad approfondire le sue esperienze in Belgio e in Inghilterra (a Oxford), oltre cento pubblicazioni sulle principali riviste internazionali e numerosi progetti di ricerca vinti. L’identikit del nuovo direttore scientifico dell’Irccs San Camillo (nominato dal Consiglio di Amministrazione dopo che il direttore generale Francesco Pietrobon ne ha svolto temporaneamente le funzioni) è chiaro e fa sì che la struttura lidense riporti “a
casa” uno di quei cervelli in fuga che da troppo tempo l’Italia si fa scappare.

Dante Mantini era arrivato all’Irccs San Camillo a maggio con la qualifica di ricercatore esterno  dall’università di Lovanio in Belgio, che l’ha accolto dopo la laurea in ingegneria ad Ancona e il dottorato conseguito all’università Politecnica delle Marche. Dopo cinque mesi al San Camillo la scelta di nominarlo direttore scientifico si è palesata per il curriculum di tutto rispetto (Mantini appare anche tra i cento migliori ricercatori ingegneri italiani nel mondo sulla base della qualità delle sue oltre cento pubblicazioni), per la sua competenza e per la capacità di far lavorare attorno ai suoi progetti ricercatori di aree diverse.
Il direttore generale del San Camillo Francesco Pietrobon commenta così la nomina: «Si tratta di un’ottima scelta per la nostra struttura. Mantini è un ricercatore di alto livello ed ha una profonda esperienza nel campo delle neuroscienze. Ha inoltre un’ampia rete di contatti internazionali ed un rapporto consolidato con il dipartimento di neuroscienze dell’Università di Padova, interlocutore con cui vogliamo mantenere un rapporto privilegiato.
Confido che la sua nomina possa far compiere al San Camillo quel salto di qualità nella ricerca per il quale abbiamo creato le basi».
Dopo la laurea, Mantini è stato tre anni in Belgio come ricercatore post-doc, poi ad Oxford ancora come ricercatore, quindi il ritorno in Belgio per diventare professore associato di Controllo Motorio e Neuroplasticità a Lovanio: «Ai tempi dell’università non facevo ricerca sul cervello – spiega – mi occupavo di telecomunicazioni e reti satellitari. Il primo passo è stato lo studio dell’ingegneria biomedica, quindi le neuroscienze che mi
hanno subito appassionato. Non mi sento un ingegnere puro, perché ho sempre cercato di imparare da tutti coloro con cui ho collaborato: psicologi, fisioterapisti, neurologi, radiologi, biologi e fisici». Non è un caso che le sue ricerche siano focalizzate sul rapporto tra connettività cerebrale e comportamento umano, nei sani e nelle patologie neurologiche.
Da oggi il San Camillo è una sfida che il giovane direttore sente già sua: «La prima visita qui risale al settembre 2016, quando fui invitato da un docente di Padova che mi portò a visitare questa struttura di eccellenza.
Ho potuto conoscere i medici e gli operatori che fanno parte dell’Irccs e devo dire che si vede l’attaccamento a questa realtà. Da lì è iniziato un percorso di interesse reciproco che mi ha portato ad accettare prima il ruolo di responsabile della risonanza magnetica ad alto campo (3 Tesla), e poi, oggi, quello di direttore scientifico».
In questo periodo di inserimento, Mantini ha provveduto a conoscere la realtà più da vicino, puntando sul concetto di collaborazione: «Qui ci sono cinque linee di ricerca, parlo con tutti di collaborazione, cerco di contribuire a ricerche trasversali e in parallelo devo garantire che la strumentazione funzioni e le persone che vogliono fare studi abbiano a disposizione i migliori mezzi, sia per acquisire che per analizzare dati. È un
aspetto necessario per il San Camillo, e per questo è importante anche mantenere uno stretto rapporto di collaborazione con l’Università di Padova».
L’approccio da direttore scientifico nella testa di Mantini è già chiaro: «L’ambiente è fondamentale, e per me il San Camillo ha ancora molto potenziale da offrire al territorio. Ci sono strumenti all’avanguardia, i fondi sono sfruttati al meglio, quasi come se ci trovassimo in Usa. Conto di stringere legami più forti con enti di ricerca ed aziende venete, così come di ampliare le collaborazioni con altre Università italiane ed estere, per mantenere il San Camillo all’eccellenza nella ricerca».


 

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