Mettiamo un po’ di sale nella nostra vita. Ma non troppo

di Stefano Chiaramonte*

Il sale è elemento essenziale per conferire sapore ai cibi e, senza dubbio, uno dei più utili all’uomo da quando (circa 6 mila anni fa) fu scoperto che la carne e il pesce potevano essere conservati coprendoli con il sale.

Ma il sale non è disponibile ovunque e di conseguenza, nei secoli passati, è diventata importante merce oggetto di scambio. Furono sicuramente i Romani a fare della produzione del sale una vera e propria industria, di cui detenevano il monopolio. La via Salaria proprio dal sale prendeva il nome. Nella Repubblica Serenissima divenne un elemento costante del commercio marittimo veneziano ed oggetto di scambio con le popolazioni delle zone montane per la fornitura del legname da costruzione.

La storia del sale inizia con la comparsa delle prime civiltà stabili, dei Sumeri, dell’Egitto, della Cina, di Israele. Le sue proprietà gli hanno conferito un alto valore metaforico: è simbolo della natura eterna, del patto di Dio con Israele, della fedeltà, di longevità e durata, ma anche di verità e saggezza per i cristiani.

I tempi cambiano! Oggi il sale è considerato il “nemico pubblico numero uno” per il suo ruolo, ben documentato, nello sviluppo dell’ipertensione arteriosa e tutti sono pronti a pontificare sull’opportunità di eliminare il sale. Cerchiamo di fare giustizia!

Per prima cosa bisogna fare chiarezza su terminologia e sistemi di misura che vengono impiegati nel trattare l’argomento.

Distinguiamo il Sodio (Na), la molecola in questione, dal Cloruro di Sodio (NaCl) che è il nostro Sale da cucina. Un grammo (gr) di Sale (NaCl) equivale a 393 milligrammi (mg) di Sodio (Na).  Un gr di Sodio (Na) equivale a 2.5 gr di Sale (NaCl). Un milliEquivalente di Sodio (Na) equivale a 23 mg di Sodio (Na).  Il 90% dell’apporto alimentare di Sodio (Na) è sotto forma di Cloruro di Sodio (NaCl).

Un essere umano è in grado di tollerare enormi variazioni dell’apporto di Sodio, da un minimo di

200 mg ad un massimo di 10.300 mg al giorno. In condizioni di stabilità la quantità minima di sodio necessaria a compensare le perdite (urine, feci, sudore, ecc) è circa180 mg al giorno.

C‘è un razionale scientifico, supportato da una mole di dati, per consigliare una riduzione del sodio nella dieta di tutti i giorni.

Un eccessivo introito svolge un ruolo importante, se non predominante, nella patogenesi dell’ipertensione. La riduzione del sodio nella dieta ne rallenta e potenzialmente previene l’insorgenza, abbassa i valori pressori sia nei pazienti ipertesi sia nei normotesi, lungo tutta la durata della vita, dall’infanzia alla vecchiaia e riduce anche l’incremento della pressione correlato all’età. L’effetto è più marcato nei pazienti di etnia africana ed in quelli di età media ed avanzata, ipertesi, diabetici e nefropatici cronici.

Nell’ambito della popolazione vi è una notevole variabilità della risposta pressoria al sodio al punto da poter distinguere soggetti “sensibili” da altri “resistenti”.

Gli individui di etnia africana, gli ipertesi, specie quelli con ipertensione mal controllabile, mostrano una maggiore risposta pressoria alle variazioni dell’apporto di sodio. Gli anziani hanno una risposta pressoria più marcata dei giovani, le femmine più dei maschi, i soggetti sovrappeso più dei normopeso.

La riduzione dell’apporto di sodio comporta una minore espansione del contenuto corporeo di acqua e, di conseguenza, influenza anche la risposta ai farmaci antiipertensivi. In particolare potenzia l’effetto degli ACE-inibitori e dei Sartanici mentre non sembra influenzare la terapia con calcio-antagonisti verosimilmente a causa dell’aumentata eliminazione urinaria di sodio indotta da questi farmaci.

La riduzione dell’apporto di sodio, abbassando la pressione arteriosa e prevenendo l’ipertensione, teoricamente dovrebbe ridurre l’incidenza della patologia cardiovascolare.

Da ultimo, vi sono evidenze in Letteratura che l’eccessivo apporto di sodio può provocare altri problemi, indipendentemente dall’ipertensione: Ipertrofia ventricolare sinistra, aumentato rischio di Cancro dello stomaco, Proteinuria, Calcolosi renale, Osteoporosi, Cefalea.

L’apporto medio di Sodio, nelle nostre tradizioni alimentari, è stimato essere compreso fra 3000 e 4000 mg/die, con ampie variazioni: è nettamente maggiore quando si mangia spesso al ristorante, nei fast food, quando si utilizzano piatti già pronti, quando non si può sorvegliare personalmente la preparazione del cibo. La percezione del gusto salato è modificabile e decresce man mano che le persone sono progressivamente esposte a diete a basso contenuto di sodio.

Tutte le principali Società Scientifiche sono concordi nel raccomandare un apporto massimo di 2000 mg al giorno (circa 5 grammi di sale da cucina, equivalente ad un cucchiaino da caffè).

Spesso questa limitazione è difficile da applicare nella pratica di tutti i giorni ed è necessario ricorrere a vari espedienti tipo l’utilizzo di erbe e spezie per insaporire i cibi.  La cottura della pasta secondo la tradizionale proporzione 1:10:100 (1 litro di acqua:10 gr di sale:100 gr di pasta) dovrebbe essere corretta alla nuova 1:7:100.

Per chi vuole essere preciso, comunque, il golden standard per la valutazione dell’apporto di sodio rimane la misurazione dell’escrezione urinaria di sodio sulle 24 ore perché il rene, in assenza di patologie o interferenze farmacologiche, mantiene l’equilibrio fra entrate ed uscite.

Attenzione però: abbiamo detto riduzione del sale, non eliminazione (anche questa pericolosa)!!

Dante Alighieri, nel canto diciassettesimo del Paradiso, scriveva: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui…” Oggi completerebbe: “mentre noi, in nome della prevenzione dell’ipertensione, ne usiamo molto poco”.

Buon appetito…in buona salute! Alla prossima.


IMG_7430* Nefrologo – Coordinatore del Programma di Prevenzione del Rischio Cardiovascolare – Casa di Cura Villa Berica – Vicenza

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