Veneto, Emilia e Lombardia scrivono al premier Conte: sbrigatevi con l’autonomia

di Giorgio Gasco*

Il 22 ottobre scorso doveva essere una data storica. Non lo è stata, non per colpa del governatore del Veneto, Luca Zaia, né del ministro per gli Affari regionali, la vicentina leghista Erika Stefani. L’anniversario del referendum per l’autonomia del Veneto si è così tramutato in una delle tante visite di routine di un ministro della Repubblica, seppure ricevuto in pompa magna. In quell’occasione si attendeva che da Roma la vicentina portasse a Venezia il benestare del Consiglio dei Ministri alla bozza di autonomia presentata il 2 ottobre scorso dal Veneto al nuovo governo giallo-verde, ripetendo quanto già fatto con il precedente esecutivo a giuda centrosinistra. Invece no.

La giustificazione del ministro: “Tutti i colleghi di Cinquestelle responsabili di altri dicasteri hanno richiesto approfondimenti…”. La preoccupazione generale in terra veneta: qui si vuole rinviare tutto. Niente di più probabile, visti i rapporti non certo idilliaci tra pentastellati e Lega, basati tra sparate degli uni e gli stop degli altri. Zaia abbozzava: “Qualche settimana in più non sarà la fine del mondo…”. Ma l’amaro in bocca stava diventando insopportabile e premonitore di ostacoli insormontabili.

Poco più di un mese dopo, esattamente ieri, tre lettere spedite al premier Giuseppe Conte dalla “periferia” del Paese fanno capire quanto il ritardo pesi sulle speranze di ottenere maggiore autonomia come hanno richiesto due milioni e mezzo di veneti e la maggioranza qualificata dei lombardi al referendum dello scorso anno. Uno scritto in tre copie, con destinatario l’inquilino di Palazzo Chigi, firmate da Luca Zaia, dal parigrado lombardo Attilio Fontana anche lui leghista, e dal collega dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini portabandiera del Pd. Una iniziativa trasversale, alla quale si è aggregato Bonaccini anche se la sua regione aveva rigettato l’ipotesi del referendum preferendo la trattativa diretta con l’allora governo guidato da Paolo Gentiloni.

Domanda: perché tre presidenti di regione, seppure su fronti politici diversi, hanno deciso di dare la sveglia al trio Salvini-Di Maio-Conte? Forse perché a Roma, e non crediamo di essere molto lontani dalla realtà, il riconoscimento dell’autonomia a tre territori del Nord suona in modo stonato. E anche perché, forse, politicamente Cinquestelle non intende accondiscendere ad una proposta portata avanti dal Carroccio. Infatti, non è un caso che siano stati proprio i ministri pentastellati a bloccare, con la richiesta di chiarimenti, il lavoro del ministro Stefani. Salvo, poi, mandare avanti il deputato veneto Federico D’Incà per chiedere alla leghista il motivo del ritardo nell’approvazione dell’accordo da parte del Consiglio dei Ministri. Giochi della politica!

L’aria di bruciato, i dubbi e le dietrologie imperversano. Al punto che lo stesso ministro dell’Interno e segretario federale della Lega, Matteo Salvini, si è sentito in dovere di intervenire proprio nel giorno dell’anniversario del referendum: “L’accordo sull’autonomia di Veneto e Lombardia andrà in una delle prossime riunioni del Consiglio dei ministri”. Convinzione finora disattesa.

In questo scenario rientrano le lettere firmate dai tre governatori e inviate al premier Conte. “Tempi rapidi e certi, per arrivare alla definizione dei conseguenti disegni di legge (quelli sull’autonomia, ndr.) sui quali sarà chiamato ad esprimersi il Parlamento” quasi sillabano Zaia, Fontana e Bonaccini. La sottolineatura: “Il percorso intrapreso rappresenta un’opportunità importantissima non solo per i rispettivi territori, ma per l’intero Paese”, con una logica finalizzata “a riordinare e semplificare il funzionamento delle istituzioni, ammodernare il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione, ridurre i tempi di risposta alle esigenze delle imprese, contenere gli oneri di funzionamento macchina pubblica”. Ovviamente, si ricorda al presidente del Consiglio dei Ministri, “ciascuna delle nostre Regioni, nei limiti fissati dalla Costituzione, ha ricercato quelle peculiari forme di autonomia ritenute le più e confacenti ai bisogni e alle caratteristiche specifiche del proprio territorio, del proprio tessuto sociale, degli obiettivi condivisi dalle rispettive comunità”. Una richiesta di autonomia che, per quanto riguarda Lombardia e Veneto, è stata supportata dalla volontà popolare che ha espresso, dicono Zaia e Fontana, “una volontà chiara e inequivocabile”.

Infine il rinnovato appello a Conte, anche sulla base “del positivo lavoro del Dipartimento per gli affari regionali che, in coerenza con il programma di governo da presentato alle Camere, ha attivato le opportune sedi di confronto e approfondimento tecnico-politico anche con i diversi ministeri interessati, si possa addivenire finalmente alla sottoscrizione delle rispettive intese”. Come a dire: cari pentastellati avete già avuto tutte le precisazioni del caso, ora si decida.

E il premier cosa dice? Rispondendo indirettamente al pressing dei tre governatori, mentre partecipava ad un appuntamento istituzionale insieme al presidente della Lombardia, Giuseppe Conte ha rassicurato che il tema di una maggiore autonomia locale “è un dossier che è all’attenzione del governo, ci siamo riservati di approfondire quanto prima questo tema”. E se Attilio Fontana “ci ha chiesto di portare il dossier al prossimo Consiglio dei Ministri, che è domani (27 novembre.), non faremo in tempo a portarlo. Ma sicuramente con i vari ministri, nell’ambito delle rispettive competenze, stiamo valutando quelle che sono le varie materie, perchè occorre definire un perimetro tra competenze statali e regionali”.

Domanda: questo lavoro di cui parla il premier non è già stato fatto dal ministro Erika Stefani?


gasco*Giornalista

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