Vivere in città al tempo dei social: come rilanciare la residenzialità a Venezia

di Corrado Poli*

A Venezia, precisamente alla Giudecca, alcuni architetti, geografi, sociologhi e imprese che operano nella tutela ambientale, hanno proposto un progetto di rilancio della residenzialità a Venezia basato su una nuova visione della società.

Le telecomunicazioni, che oggi tutti noi usiamo comunemente, non hanno ancora cambiato le nostre città. Continuiamo a vivere, a muoverci e lavorare più o meno come prima. Se qualcosa è cambiato, non ce ne siamo davvero accorti. Soprattutto, continuiamo a gestire l’urbanistica e i trasporti urbani prescindendo dalla nuova condizione umana – oltre che tecnologica – in cui viviamo.

Secondo gli antropologi, la specie umana si aggrega normalmente in tribù di circa cento individui. Le città e i paesi si sarebbero tradizionalmente formati per consentire queste relazioni. Se osserviamo la geografia urbana del Nordest negli anni 70, ci accorgiamo ancora come questa teoria sia provata dai tanti piccoli centri segnalati da un campanile, da un’osteria, da una fabbrica. Anche nelle città le comunità urbane non erano diverse da quella dei villaggi, salvo per quella comunità particolare, costituita dalla classe dirigente, che manteneva relazioni a livello nazionale e internazionale. Ma si trattava pur sempre di una comunità di un centinaio di persone, per quanto influenti sulla vita di tutti.
Le modificazioni della specie richiedono migliaia di anni, quindi non si può pensare che le nuove tecnologie ci abbiano cambiato nel giro di una decade o due. Internet consente a tutti di intrattenere rapporti con “amici” su aree vastissime, estese all’intero pianeta. In qualsiasi luogo siamo, restiamo in contatto con chiunque ci interessa. Tuttavia, non siamo mai più di quel centinaio di persone che costituisce la nostra tribù.
Se nei rapporti umani non è dunque cambiato molto, nel rapporto con il territorio e l’abitare è in corso un cambiamento. Anzitutto, sulla rete gli “amici” (Facebook, Instagram ecc.) si potrebbero scegliere tra un numero illusoriamente vastissimo di possibilità. Invece succede esattamente l’opposto poiché, per arrivare alle cento persone della tribù, si contatta solo chi ci somiglia e già la pensa come noi. Non ci serve proporre e difendere le nostre convinzioni, tanto meno cambiarle. Con un magico click facciamo scomparire per sempre chi percepiamo sgradevolmente diverso. La mancanza di un posto fisico in cui incontrarsi – sia la parrocchia o l’osteria o la piazza – rischia di trasformare la potenziale massima apertura al mondo intero nel più meschino provincialismo. Dal pc di casa ti sembra di parlare con milioni di persone nei cinque continenti, ma, in effetti, lo schermo è uno specchio che riflette solo la tua immagine.
La possibilità offerta dalla rete di vivere in un tranquillo mondo di simili trova un riscontro geografico materiale nelle città di oggi.

Nelle grandi metropoli si formano quartieri – talora persino separati da vere e proprie muraglie (walled communities) – dove alcune comunità decidono di isolarsi da chi ha stili di vita diversi dai loro. Si tratta di persone normali che condividono la stessa professione, il livello di reddito o la passione per un hobby. In alcune regioni europee e in particolare nel Veneto non si registrano ancora queste situazioni estreme, ma si comincia a rilevare l’esistenza di quartieri residenziali costruiti in modo da rispondere alle esigenze di particolari gruppi sociali con preferenze simili. In teoria questo trend ci conduce – rinforzato dall’abitudine a nasconderci nelle reti virtuali – verso un impoverimento delle relazioni e della diversità. Le forze tecnologiche e culturali che innescano il processo descritto sono talmente potenti da rendere impossibile contrastarlo. L’offerta immobiliare nella regione, trasformatasi in un’unica area metropolitana, comincia a tenere conto di questa segmentazione del territorio per classi sociali e per preferenze di stile di vita. In futuro lo farà in modo più evidente.

Nella ridefinizione del territorio potrebbe esserci spazio anche per quelle tribù umane che esprimono una domanda, più o meno radicale, di ambienti e stile di vita ecologici sul tipo delle comunità de-motorizzate o le aree ri-naturalizzate già sperimentate nell’Europa settentrionale. La diversità si ricostituirà nel confronto tra stili di vita in villaggi urbani separati. È il contrario dell’ideale della tolleranza urbana appreso dalla modernità. Ma c’è un’alternativa? Il tentativo di realizzarla potrebbe avviarsi nella città che nell’ultimo secolo meno ha concesso alla modernità, così da poterla scavalcare a piè pari per realizzare qualcosa di radicalmente nuovo.


yU_FaYi5_400x400*Docente – Scrittore

 

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