Elezioni europee. Aperta la “caccia” a candidati e alleanze

di Giorgio Gasco*

Elezioni europee. Dal 23 al 26 maggio circa 400 milioni di cittadini dell’Unione andranno alle urne per rinnovare l’europarlamento. Il numero dei seggi è ridotto rispetto alla tornata del 2014 per l’uscita della Gran Bretagna: secondo la nuova legge approva nel giugno scorso, l’assemblea passerà da 751 a 705 deputati; 46 seggi dei 73 posti riservati al Regno Unito verranno messi in “riserva” per poi essere distribuiti tra i rappresentanti dei Paesi che in futuro aderiranno all’Ue nella prossima votazione, gli altri 27 seggi saranno divisi tra i Paesi dell’Unione che sono sottorappresentati. In questa ridistribuzione, all’Italia, che andrà alle urne il 26 maggio, toccheranno 3 posti in più e passerà da 73 a 76 eurodeputati.

La campagna elettorale è già iniziata da tempo, ed è vivacizzata da Lega e Cinquestelle che per la prima volta affrontano l’eurovoto dal vertice di governo e non da partiti di opposizione. Entrambi gli schieramenti stanno cercando di costruire in Europa alleanze con altri leader sovranisti e populisti con l’obiettivo di creare nel parlamento di Strasburgo un gruppo che possa raggiungere le dimensioni, se non superarle, delle due famiglie politiche storiche, quella popolare e quella socialista. Luigi Di Maio ha iniziato la “caccia” dai “gilet gialli” francesi ai quali ha addirittura inviato una lettera invitandoli a “non mollare” e assicurando sostegno in caso di bisogno anche attraverso la piattaforma Rousseau. Come risposta, il leader pentastellato e ministro del Lavoro-Sviluppo ha ricevuto la disponibilità per un incontro proprio per trattare un’alleanza in vista delle europee. Porte aperte anche ai polacchi di “Kukiz 15” dal nome del suo fondatore Pawel Kikiz, populista di estrema destra che ipotizza la distruzione delle partitocrazia, agli altrettanto populisti croati di “Živi zid” paladini nella difesa delle case popolari e contro gli sfratti, ai liberali finlandesi di “Liike Nyt”. Un’area con posizioni assai diverse tra loro su temi come la droga, l’immigrazione i diritti civili. Ma Di Maio, come ha detto in un’intervista al Fatto, guarda al progetto di una grande famiglia europea della democrazia diretta”.

Dal fronte della Lega, in pieno scontro di governo, con le polemiche in corso su migranti e reddito di cittadinanza, Matteo Salvini guarda alle europee e mantiene sempre aperta l’eventualità di interrompere l’alleanza con il Movimento Cinquestelle. Anche lui sta inanellando contatti in tutto il continente. Bollata con ferro e fuoco l’alleanza con Raggruppamento Nazionale di Marine Le Pen, il leader del Carroccio e ministro dell’Interno, è volato in Polonia per sondare Jaroslav Kaczinski, ex premier e capo del PiS, partito Diritto e Giustizia, al quale ha proposto un patto per l’Europa con una serie di punti in comune sul modello dei quello tra Lega e M5S per il governo italiano in cui italiani, polacchi, spagnoli, danesi e gli altri decidono se essere o no d’accordo. Con la benedizione di Steven Bannon, ex guru di Donald Trump che ha parlato di grande esperimento dei nostri tempi quello messo in piedi dal leader leghista per governare l’Italia, Salvini sa che il 26 maggio sarà il grande protagonista sul palcoscenico non solo europeo. Con le europee la Lega si gioca il proprio futuro, soprattutto in casa dove il braccio di ferro con i pentastellati è ormai quotidiano, e dove il partito sta allargando i propri confini anche al Sud. Secondo gli analisti, è ipotizzabile per la Lega un rafforzamento nelle roccaforti storiche e un avanzamento dove il partito era assente o ridotto a percentuali irrisorie, ricordando che nel 2014 il partito era riuscito ad eleggere solo due europarlamentari nella circoscrizione Nordovest, due nella circoscrizione Nordest e uno al Centro.

Quanto ai sondaggi, ogni giorno cambiano dando questo o quel partito in salita o discesa. Secondo una delle ultime rilevazioni di Swg, si starebbe riducendo il vantaggio della Lega su M5S (da 6,5% al 5,9%) pari ad appena lo 0,6% di scarto. Ovviamente la Lega resta la prima forza politica del paese con un consenso pari al 32,2%. Il M5S segue con il 26,3. Tra l’opposizione, il Pd raggiungerebbe il 17,3%, mentre Forza Italia si sarebbe stabilizzata all’8%.

CANDIDATI – In Veneto è ancora presto per conoscere le liste di chi tenterà la scalata all’europarlamento. Come in ogni tornata elettorale si sprecano le previsioni e i toto nomi. E solitamente si parte dal consiglio regionale, dove, per vari motivi, agli interessa può fare gola una nuova esperienza politica. Un primo faro si può accendere sulla Lega e in particolare su Roberto Ciambetti. Il leghista presidente dell’assemblea veneta nega ogni possibilità-disponibilità, ma sicuramente prima di dire sì attende le indicazioni del grande capo Salvini e anche quelle di Luca Zaia. Il governatore della regione ripete come un mantra che lui di andare in Europa non ci pensa proprio. E sembra ricordare una frase che fa tornare indietro nel tempo, quando un suo precedente collega diceva che non c’è niente di meglio in politica che fare il presidente della propria regione. Ovviamente, Zaia ha un motivo valido per rifiutare qualunque altra esperienza: deve essere presente al completamento del progetto per una maggiore autonomia del Veneto, che lui ha iniziato e lui vuole portarlo a termine. Nonostante il governo amico, la strada non è così in discesa, con i ministri pentastellati che si oppongono a cedere le competenze sulle 23 materie richieste dal Veneto a seguito del referendum del 2017. Meglio stare con il fiato sul collo dell’esecutivo ed essere disponibile “H24” senza distrazioni, perché l’impegno con i veneti è stato preso e va onorato anche elettoralmente. Certo è, che se l’alleanza che regge l’esecutivo nazionale dovesse saltare, prima o dopo le elezioni europee, o anche semplicemente vivere un rimpasto, sarebbe difficile per Zaia rigettare l’offerta di una poltrona romana di peso: lo ha fatto nel 2008 quando lasciò la carica di vicepresidente del Veneto per andare a Roma ad occuparsi del ministero dell’Agricoltura nel governo Berlusconi quattro. Nell’ipotesi che l’attuale governatore, per il bene della causa leghista, dovesse imboccare la via della capitale, per la Lega del Veneto si aprirebbe un baratro sotto i piedi. Chi andrebbe a sedersi sulla poltrona più alta della Regione? Qualcuno butta là il nome di Manuela Lanzarin, ben vista da tutto il gruppo della Lega in Consiglio regionale e dai vertici regionali del partito veneto. A lei, assessore al Sociale, Zaia ha di recente affidato anche la delega alla Sanità dopo che l’assessore Luca Coletto è diventato sottosegretario alla Sanità.

Tornando al “parlamento” veneto, se il vicentino Ciambetti fosse candidato alle euroelezioni, si aprirebbe la corsa alla sua successione. Per logiche di alternanza interne alla Lega, toccherebbe ad un esponente di Verona occupare la poltrona di presidente. Il papabile potrebbe essere Alessandro Montagnoli che vanta un curriculum di tutto rispetto: assessore comunale, vicesindaco e poi sindaco di Oppeano (Verona), parlamentare dal 2018 al 2013, da quattro anni è presidente della prima commissione dell’assemblea veneta che si occupa di politiche istituzionali.

In entrambi i casi, Montagnoli e Lanzarin avranno la responsabilità di condurre Consiglio e Giunta verso le elezioni regionali del 2020, compito non facile ma non impossibile.

Tutto, dunque, è ancora limitato a semplici ipotesi. Di certo, però, sembra che sarà il ministro alla Famiglia, il veronese Lorenzo Fontana ad occuparsi dell’organizzazione elettorale della Lega del Veneto.

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gasco*Giornalista

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