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Non bastano canotta e dentoni. Ecco perchè non mi è piaciuto Bohemian Rhapsody

di Daniela Boresi*

Mi attirerò le ire delle migliaia di persone che hanno pianto, esultato e si sono strappate le vesti dinnanzi ad un clone di Freddie Mercury pur mai conoscendo l’originale. Quel Freddie Mercury per il quale sono andati in delirio davvero milioni di fan nel corso della sua ahinoi non abbastanza lunga carriera.

Il film non mi è piaciuto, anzi andrò oltre, mi ha quasi irritata.

Premetto, sono una cinefila non sono una critica cinematografica (e aggiungo per fortuna). I film li guardo e me li gusto, li riguardo quando mi hanno affascinata (accade ogni tanto) e resto delusa se non mi hanno soddisfatta.

Bohemian Rhapsody rientra in questa ultima categoria. Sono crescita a pane e Queen (anzi Mercury) e ammetto di essermi approcciata al film un po’ prevenuta: nessuno mai come lui. Nessuna voce ad eguagliare la sua, nessun frontman così sfacciato e dirompente da dominare il palco. Ho avuto ragione. Malek è bravo, nulla da dire. Si è trasformato all’inverosimile per assomigliargli, ma a mio avviso ci è riuscito solo nei dentoni, dolore  e delizia del ragazzo di Zanzibar.

Il suo è un Freddie con un’anima diversa. Una sorta di “femminiello” sostenuto per tutto il film da musiche immortali e un concerto che è passato alla storia. Freddie Mercury, quello che quando si esibiva pareva essere il doppio del suo metro e 75, dalla sessualità trasversale e prorompente io non l’ho mai visto. Annacquato in imbarazzanti ammiccamenti a camionisti nelle stazioni di servizio, intrappolato in un amore femminile trascinato all’inverosimile, incerto ed a tratti efebico. Non ho colto grandezza o trasgressione, non ho percepito il genio.

Hanno parlato le note e non l’anima, ma questo era gioco facile.

Una interpretazione di certo non superba come il Churchill di Oldman o il Dick Cheney di Bale che mi hanno trasmesso potenza e cuore. Considerazioni personali, ripeto.

Il successo planetario, quello che lo sta portando nell’Olimpo dei film più visti di tutti i tempi, non è merito di Malek o di Singer, ma di Freddie. E’ bastata una nota, una canotta attillata, la sua vera voce, per rinverdire la sua immagine. Ora tutti cantano Bohemian Rhapsody, magari torneranno pure di moda i baffoni spioventi e il fisico super palestrato. I Queen non smetteranno di vendere e i fan vecchi e nuovi ricominceranno a cercare il luogo dove è sepolto.

Questo è il vero merito di Malek, non quello di essere stato così uguale da emularlo, ma di incuriosire anche quelle generazioni che mai lo hanno conosciuto e che possono perdonare ogni tipo di svarione biografico o di lacuna.

Per chi come me si è nutrito del suo mito è altra storia. Non avevo bisogno di ricordare e i cloni infastidiscono. Poi l’Oscar (che arriverà di certo) chiuderà la bocca a tutti gli insoddisfatti. Ma anche questa è un’altra storia.


boresi*Giornalista

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