“Vivere è il solo sballo possibile”, il messaggio di Giorgia

“Avevo solo sei ore di vita, ma oggi sono qui a raccontarvi la mia storia, fatta di sofferenze, ma anche di grandi insegnamenti e, soprattutto di tanta gratitudine verso chi mi ha donato la vita per la seconda volta”. Con queste parole, Giorgia Benusiglio ha portato ieri sera la propria forte testimonianza al Palasport di Vicenza, in occasione della serata organizzata da Fidas Vicenza, in collaborazione con Admo ed Aido locali.

Una storia di vita emozionante, che ha tenuto incollati moltissimi vicentini, giovani ed adulti, che hanno riempito le gradinate del Palasport di Vicenza, alla presenza dell’assessore regionale Elena Donazzan, del direttore regionale del Centro trapianti Corliano Pantaleo, dei nefrologi vicentini Claudio Ronco e Stefano Chiaramonte, dell’assessore comunale Matteo Celebron, del consigliere comunale Marco Zocca.

Il presidente provinciale Fidas, Mariano Morbin, che ha introdotto la serata, ha ringraziato Giorgia per la testimonianza ed i presenti per essere accorsi così numerosi: “la testimonianza di questa giovane è da pelle d’oca. Ci fa riflettere sul valore del tempo e del dono. Un grazie particolare, quindi, va ai donatori, veri e propri angeli, ma anche ai tanti volontari che si mettono a disposizione del prossimo in modo spassionato e disinteressato”.

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“Avevo diciassette anni quando una sera ho assunto mezza pasticca di ecstasy – spiega Giorgia Benusiglio, oggi 36enne – la pillola colorata capace di far addormentare per sempre chi l’assume. Subito dopo il consumo, le mie condizioni di salute peggiorarono drammaticamente: le dosi di veleno per topi e piombo, contenute nella droga, tagliata artatamente male, hanno rapidamente compromisero il mio quadro clinico, rendendo necessario un trapianto di fegato entro sei ore dal ricovero”.

Dopo 17 ore di intervento, Giorgia Benusiglio ha trascorso un lungo periodo in terapia intensiva. “Giornata dopo giornata vedevo i miei cari bardati da testa a piedi – aggiunge Giorgia – e per ben due volte ho ricevuto l’estrema unzione. A tre anni dall’intervento, a causa delle mie condizioni di salute, ho contratto un tumore alla cervice. Sono stati momenti difficilissimi e nel corso degli anni lo sconforto non è mancato. Fortunatamente avevo vicine persone che mi hanno amata e sostenuta, senza giudicarmi”.

Giorgia è chiara con i giovani presenti: “Non voglio dirvi cosa fare o non fare, ma vi chiedo se un giorno vi doveste trovare nella mia situazione di ricordarvi di me. Di ricordare che ciò che mi è accaduto è la conseguenza di un gesto durato un soffio”.

Delusione e sensi di colpa non sono mancati. “Quando i miei genitori hanno saputo cosa avevo fatto – sottolinea Giorgia – ho visto nei loro occhi la delusione. E non sono mai stata in grado, ai loro occhi, di recuperare a quell’errore. Ed i miei genitori continuano a ripensare in cosa hanno sbagliato”.

Oggi, la testimonial della serata, a 36 anni guarda al presente, non al passato o al domani, perché la vita dei trapiantati non è sempre così lunga e, soprattutto, è legata all’assunzione di farmaci salvavita.

“Ho trascorso i miei primi cinque anni a casa – conclude Giorgia – perché pensavo di essere protetta dentro alle quattro mura. Mi sentivo in debito con Alessandra, la mia donatrice, morta per non aver indossato le cinture di sicurezza. Ho capito, ed è questo il messaggio che voglio lasciare a chi mi ascolta, che ogni giorno va vissuto intensamente ed il tempo a disposizione è prezioso e troppo poco in particolare per noi trapiantati, per essere sprecato o per per pensare a fare piani per un futuro incerto”.


 

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