Gava: Fi non ha scampo scelga un nuovo leader per tentare di rinascere

di Giorgio Gasco*

Forza Italia? Non pervenuta in Veneto. Dopo la defezione di Massimo Giorgetti, eletto in Regione nel 2015 con i colori azzurri, che ha scelto di tornare in pompa magna nella sua casa politica di orgine, Fratelli d’Italia eredi del Msi, prima, e An dopo, il partito del sempreverde Silvio Berlusconi non ha più alcun rappresentante in Consiglio regionale. Davide Bendinelli, veronese, giovane deputato e coordinatore regionale forzista, sprizza comunque ottimismo. In un’intervista al Corriere del Veneto afferma che Maurizio Conte e Marino Zorzato (che la storia dice essere campioni del salto del fossato, essendo passati da una sponda all’altra cambiando casacca) daranno vita al nuovo gruppo di Forza Italia e che due nuovi arrivi si profilano all’orizzonte. E poi attacca, considerando la Lega di governo come traditrice del Veneto più di Cinquestelle.

Certo, Bendinelli non va considerato l’ultimo dei moihani, gli va dato atto di credere ancora nella causa. Ma di certo vive in una situazione in cui il partito che è stato dal 1994 al 2011 non esiste più e la risalita è a dir poco improbabile, nonostante l’ipotesi di candidatura di Berlusconi alle prossime elezioni europee. Finora il partito è all’opposizione a Roma e non fa più parte del governo veneto dopo che l’assessore Elena Donazzan, anche lei ex An, ha salutato la compagnia e sta meditando, forse, una nuova esperienza magari sotto la bandiera leghista. L’elettorato azzurro non sembra dare credito ad un futuro in presenza di un leader che è sempre lo stesso e la classe dirigente, nonostante le dichiarazioni di rito, è lontana dal mare della tranquillità. Se qualcosa si muove, assomiglia più ad una operazione a scopo elettorale che di costruzione di un progetto e di una leadership.

Forza Italia è tornata indietro? Una domanda rivolta a chi per decenni ha lavorato per l’affermazione del partito sia in Veneto che in Parlamento e anche se ora è tornato alla sua professione di avvocato, è un attento conoscitore della politica anche quella che riguarda il suo ex partito. Nel quale ha iniziato agli albori dell’esperienza di Berlusconi, passando poi dalla guida del partito in Veneto alla Regione come assessore, fino in Parlamento dove, nel 2011, insieme ad una decina di colleghi azzurri, come la padovana Giustina Destro e il friulo-giuliano Roberto Antonione tutti assai vicini al Capo, ha sancito la fine dell’esperienza di governo di Forza Italia con un voto contrario all’azione di governo.

Fabio Gava, Forza Italia è tornata indietro?

“Una precisazione: da parte di noi tre non c’è stata una reazione a Berlusconi come persona, ma una reazione alla situazione di quel momento, che per noi era drammatica dal punto di vista dei conti economici del Paese”.

Renato Brunetta ha sempre denunciato il complotto internazionale.

“Altri hanno detto il contrario ricordando la situazione sfuggita dal controllo. Qualcun altro ha puntato l’indice contro Giulio Tremonti accusandolo di aver innescato il meccanismo nella speranza di diventare lui il premier… chissà! Certo è che l’Italia era ad un passo dall’abisso, nella condizione di non poter pretendere atteggiamenti di favore da nessuno e credo che in quel momento il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano avesse trattato in prima persona con l’Europa cercando di evitare all’Italia l’onta poi vissuta dalla Grecia con l’intervento della troika della Ue. Infatti Mario Monti è stato chiamato a Palazzo Chigi come garante di quanto poi è stato fatto”.

Ormai acqua passata. Ma l’avete vista lunga, poiché da quel momento si è evidenziato il declino del centrodestra e di Forza Italia.

“C’era già stata la rottura con Fini (famosa la frase: “che fai, mi cacci”) anche se parziale perché è comunque stata la conseguenza di una iniziativa-laboratorio del Pdl, cosa che ha funzionato brevemente. E da quel momento, hanno lasciato altri pezzi di Forza Italia come Alfano che ha creato il Ncd. Una situazione di malessere: tutti erano convinti della necessità di aprire una nuova era per Forza Italia anche se era evidente che non c’erano le condizioni, visto che Berlusconi, nel bene e nel male, continuava ad essere punto di riferimento…”.

Appunto, come adesso che il Cavaliere vuole tornare in campo. Non è cambiato nulla.

“Non credo: Antonio Tajani ha un po’ più di autonomia”.

Lui possiede quel famoso “quid” che non aveva Alfano?

“Andrebbe chiesto a Berlusconi. Comunque, sicuramente rispetto all’Alfano che abbiamo conosciuto mi sembra più autonomo. C’è, però, il solito vizio della classe dirigente di Forza Italia”.

Quale vizio?

“Chi crede di poter contare tende a fare quadrato attorno al Capo, cioè Berlusconi, e respingere tutte le potenziali novità…”.

Quali novità?

“Ad esempio Parisi è stata un’occasione perduta: se tu all’ultimo momento candidi a sindaco di Milano un grande manager, in una situazione di sconfitta annunciata, ma poi il prescelto riesce quasi a battere lo sfidante Sala significa che probabilmente hai trovato una persona sulla quale investire e certamente non lo “ammazzi” qualche settimana dopo solamente perché devi salvare i rapporti con la Lega”.

Lei lo ha definito una sorta di cannibalismo interno a Forza Italia.

“Sì, che tende a ripetersi. Ricordo anche un altro mezzo miracolo sempre fatto da Parisi alle elezioni regionali nel Lazio contro Zingaretti: io non averi accettato la seconda candidatura all’ultimo momento. Quindi, con Parisi avevamo trovato una faccia nuova, un buon investimento per il futuro”.

Il capo Berlusconi non voleva abdicare?

“Non sono certo che sia dipeso da lui, quanto piuttosto da chi lo circondava costringendolo a certe scelte”.

Chi non ha il proprio cerchio magico…

“Ora che Berlusconi non è più giovane bisogna essere attenti, distinguendo tra la situazione che certamente prima vedeva un unico Capo senza pensare ad un successore e quella di oggi dove proprio Berlusconi si rende conto che è necessario una successione. Però, ogni qualvolta qualcuno acquisisce una propria autonomia c’è sempre stata una emarginazione o una defenestrazione”.

Pensa a Giovanni Toti, presidente della Liguria?

“Sembrava potesse essere il dopo Cavaliere. Però, essendo lui portatore di una linea filo Lega mi sembra che il forte rapporto che aveva con il Capo si sia affievolito”.

Richiedo, dall’ultima esperienza di governo nel 2011 non pare essere mutata la conduzione e la gestione di Forza Italia e la centralità di Berlusconi.

“Tajani ha una sua autonomia derivata dal prestigio guadagnato sul campo con l’esperienza decennale in Europa che gli consente di non essere considerato come giovane di bottega o come uomo di partito. Ha di suo, questa è la novità. Se poi diventerà il capo di Forza Italia… non saprei dirlo”.

Ancora decisioni oligarchiche, prese da pochi?

“Mi pare di sì, e poi è ancora Berlusconi che decide chi va avanti. Un partito ha bisogno di stare tra le gente, veramente, essere in grado di ascoltare e rispettare le leadership che nascono all’interno. Ma fintanto che Berlusconi resta sulla scena politica è difficile che avvenga. Se poi deciderà di uscire dalla politica si vedrà cosa resterà, se c’è qualcuno che sarà in grado di fare sintesi su tutto oppure continueranno le polemiche come in questi giorni contro la povera Prestigiacomo accusata di essere salita sulla Sea Watch”.

Anche in questo caso nulla è cambiato: in Forza Italia persistono le due anime…

“Una di destra destra, più fedele ad un accordo con la Lega sempre e comunque, l’altra più centrista e popolare liberale con una maggiore autonomia dai tradizionali alleati. Mi sembra che in presenza della radicalizzazione del quadro politico nazionale, questa differenza sia molto più pesante di prima visto il collocamento della Lega ormai diventata movimento nazionale”.

Però, proprio la Lega sembra essere l’obbligatorio salvagente al quale Forza Italia deve aggrapparsi per stare a galla e non sprofondare.

“Alcuni rappresentanti di Forza Italia stanno facendo opposizione con forza, nella speranza che l’alleanza arancio-verde si rompa e si ricostituisca l’alleanza omogenea con il Carroccio. Però, in questo caso l’opposizione si fa solamente per mettere in luce le contraddizioni del governo invece di essere una opposizione a 360 gradi. Questo perché non si vuole e soprattutto non si può rompere l’unico ponte che ti può congiungere all’alleato storico. Questo stato in cui versa Forza Italia, aggiunto alla situazione del Pd ancora chiuso su sé stesso, fa si che l’opposizione siacertamente parlamentare ma non incide come dovrebbe sul giudizio dell’opinione pubblica. Invece, quando governava Renzi l’opposizione era molto più omogenea e nella gente restava un segno”.

Perché Berlusconi insiste nel candidarsi alle europee?

“Per tre ragioni: la prima, stando ai sondaggi la sua presenza in lista consente di accrescere il patrimonio elettorale di Forza Italia di qualche punto percentuale e in questo momento di profonda crisi il partito ne ha bisogno; la seconda, riguarda una sorta di rivincita personale: lui è uscito dal Parlamento a seguito della legge Severino, è sempre stato riabilitato e la possibilità di essere eletto a Strasburgo gli consente di recuperare la sua immagine; la terza, si è convinto di potere avere un ruolo di intermediazione tra i popolari e i sovranisti…”.

Stando ai sondaggi i sovranisti potrebbero surclassare la grande famiglia europea dei popolari.

“Io credo che non riusciranno ad avere una maggioranza autonoma all’Europarlamento, quindi Berlusconi crede di poter essere l’artefice di un nuovo fronte politico post-elezioni che metta insieme almeno una parte dei sovranisti (leggasi Lega) con almeno una parte più moderata dei popolari come gli austriaci e i bavaresi”.

Quindi nessun rischio per il Cavaliere?

“Credo che ci sia un rovescio della medaglia: se manterrà l’idea di candidarsi si aprirà un inevitabile confronto con Salvini. E se i numeri che Berlusconi porterà a casa saranno inferiore a quelli da lui auspicabili, si certificherebbe, con la chiarezza dei numeri, un cambio di leadership nel centrodestra, cosa per altro già nei fatti. Però, per lui vedo più vantaggi che controindicazioni”.

Questo basterà a salvare Forza Italia?

“No, per farlo deve diventare un movimento politico che abbia le caratteristiche assimilabili ad una formazione degna di questo nome. Non ha più storia la formula del Pd, partito pluralista dove le estenuanti discussioni appaio come divisioni: Renzi ha fatto bene a introdurre il tema della forma di movimento. Oggi si tende a riconoscersi in un leader, come ha fatto Berlusconi nel 1994 che per primo ha introdotto il leadersismo e alcuni aspetti populisti”.

In giro per l’Europa c’è ancora spazio per una forza liberale popolare?

“Secondo me sì poiché ritengo che in Italia non possano esserci solo centrosinistra, Lega, Fdi più Cinquestelle. Lo spazio liberal popolare c’é, ma oggi gli spazi sono occupati più dai leader che dai manifesti. E poi, in Forza Italia c’é Tajani… domani chissà chi”.

Un consiglio ai suoi ex compagni di partiti?

“Cercare un leader, cosa che ora è più difficile visti i consensi attuali. Però vedendo la storia di Cinquestelle e della Lega che hanno accresciuto i consensi negli anni basandosi su un condottiero, tutto può accadere. La politica è liquida”.

Oggi, però, sia Berlusconi che Renzi criticano il populismo che si incarna in Cinquestelle.

“Dovrebbero fare un esame di coscienza: entrambi sono stati antesignani di quanto accade oggi nella gestione della politica, anche Renzi con l’aver insistito sulla rottamazione”.

Da ex forzista, consiglierebbe Berlusconi a candidarsi?

“Come ho detto, a lui conviene. Ma il passo non è sufficiente a garantire la sopravvivenza di Forza Italia a Berlusconi. Paradossalmente Cinquestelle, fondata da Grillo, oggi ha più di un potenziale leader da spendere…”.

Forza Italia può confidare nella caduta del governo giallo-verde?

“Il partito vive la situazione con molta difficoltà. Ricordo che quando si è formato il governo arancio-verde, Salvini ha chiesto a Berlusconi di procedere, perché si temeva che nascesse l’accordo Pd-Cinquestelle, ottendo in cambio da Fi una blanda opposizione. Ma la domanda è: quanto Salvini ritiene che l’alleanza possa stare insieme? Da quanto capisco, il capo leghista non pare abbia intenzione di fare saltare l’esperienza di governo quindi o lui confida su cose che non sono palesi, come una spaccatuta in 5Ms tra governisti e antigovernisti, oppure su altre magari ascrivibili alla fantapolitica. Eppure le cronache ci raccontano che le differenze sono sempre più marcate, ma alla fine lui ha sempre trovato un compromesso, seppure al ribasso. Qualcuno dice che sia preoccupato per le voci su un possibile ritorno di fiamma per una maggioranza Pd-Cinquestelle. Certo per lui sarebbe un rischio”.

Quale rischio per Salvini?

“Già ora, esiste più di qualche elemento forte per una rottura: Tav, voto del tribunale ministri su caso della nave Diciotti, quota cento… Ritengo che il capo leghista non abbia più tanto tempo per acquisire in termini di voti il consenso che gli attribuiscono i sondaggi. E fantapoliticando, forse, c’è sempre il rischio che lui sia al governo con uno scopo diverso…”.

Detta così fa presagire una teoria complottista.

“In un mondo di complottisti, ci sta. Chiamiamola mission per mettere in difficoltà il fronte Occidentale. Si parla dei rapporti di Salvini con l’ex consulente di Trump invischiato nel Russiagate nell’ambito di un disegno internazionale antieuro. C’è molto da chiarire su quale ruolo il leghista svolge nel governo. E le elezioni europee saranno una cartina di tornasole per il futuro. Mi domando: qual è l’utilità per l’Italia che deriva daun’alleanza con i Paesi sovranisti? Non certo per risolvere il problema degli immigrati, loro non ne vogliono neppure uno. E poi, sono Paesi più rigidi dell’Italia quanto ai conti pubblici. Qual è l’interesse? Forse quello di fare saltare tutto immaginando di trovare uno spazio migliore? Magari alleandosi con polacchi, ungheresi, austriaci con l’ispirazione di Mosca? Sarebbe avventurismo puro”.


gasco*Giornalista

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