Nostra intervista. Bertolissi: l’autonomia fa paura a chi teme di perdere privilegi

di Giorgio Gasco*

Autonomia per il Veneto. Come? Quando? Due interrogativi con risposte incerte. Stando alla Lega il passaggio di competenza sulle 23 materie richieste da Veneto e Lombardia a seguito del referendum del 2017, si potrebbe fare anche domani visto che le bozze da tradurre in atti legislativi sono note da tempo. Per Cinquestelle, invece, è meglio andare con i piedi di piombo per evitare, dicono, di tagliare l’Italia in due, di creare cittadini di serie “A” e di serie “B”. Proprio quelli, guarda caso, che nella suddivisione indicata dalle urne il 4 marzo 2018 hanno preferito la Lega (Nord) e i pentastellati (Sud).

I due partiti di governo sono diametralmente opposti quanto all’autonomia differenziata. Certo, il contratto firmato tra Salvini e Di Maio prevede che lo Stato si spogli di responsabilità cedendola in parte alla periferia. Ma dal dire al fare… Uno stallo che si sta prolungando e ancora di più, visto che il 26 maggio ci saranno le elezioni europee e nessuno dei contendenti politici intende compromettere l’esito proponendo temi scottanti.

In attesa che un faro si accenda nelle alte stanze, continua il lavoro tecnico per affinare gli accordi tra le regioni e i vari ministeri. Quotidianamente sono in programma incontri romani che vedono come protagonista fissa la delegazione trattante indicata dal governatore del Veneto Luca Zaia. In tutto nove tra professori universitari esperti di Costituzione, diritto tributario, diritto pubblico e dirigenti regionali. A uno di loro, Mario Bertolissi, professore ordinario di Diritto Costituzionale all’università di Padova, abbiamo chiesto di fare il punto sia sull’aspetto tecnico delle trattative che sullo scontro politico in atto.

Professore Bertolissi, da tecnico cosa ne pensa dei ritardi sul riconoscimento dell’autonomia per il Veneto?

“Il tema dell’autonomia non è mai stato considerato particolarmente significativo perché ritenuto di esclusivo interesse per una regione, il Veneto. Poi si sono aggiunte Lombardia ed Emilia Romagna, e sicuramente altre regioni, con l’accensione dei riflettori a testimonianza del fatto che si tratta di una riforma che non ha precedenti. Però…”.

Però?

“C’è uno scarsissimo livello di informazione sui contenuti dell’autonomia. Lo posso dire con cognizione di causa: a Roma non sanno di cosa si parla. Un esempio: Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione dice sì alla riforma a patto che con crei cittadini serie A e di serie B”.

Un sentire comune in certe latitudini geografiche e politiche.

“Ma dai, ci sono sempre state, anche oggi, due categorie di cittadini. Nel 1975, alla fine della prima legislatura regionale, è stata fatta una ricerca di 800 pagine, poi pubblicata, coordinata da Livio Paladin, costituzionalista e strenuo assertore dei poteri delle regioni, dalla quale veniva fuori che già esistevano diseguaglianze tra le regioni. Con questo dato, tornando a Cantone, auspicare che “non ci devono essere cittadini di serie diverse” si falsifica la realtà lasciando intendere che oggi tutti siamo uguali e il rischio è quello di diventare diseguali. E allora dico che più diseguali di così non si può diventare. E a questo va posto rimedio”.

Lei giustifica il comportamento schizofrenico della politica con il fatto che l’autonomia è cosa nuova, ma forse va considerato anche che l’aspetto elettorale.

“Senza dubbio e non va dimenticata la difesa dei privilegi e delle rendite di posizione…”.

Privilegi di chi?

“Delle Regioni a Statuto speciale. E non si venga a dire che si può discutere di tutto, perché ricordo che il Veneto ha già perso Sappada passata al Friuli Venezia Giulia e sul confine ci sono decine di comuni che chiedono di passare con l’Alto Adige. Sempre a Roma abbiamo analizzato le tabelle della spesa pubblica regionalizzata evidentemente sbilanciata a favore delle Regioni autonome che invoglia all’esodo, iniziando da Cortina”.

E le rendite di posizione?

“Riguardano gli intermediari delle risorse pubbliche, cioè i politici”.

I costi standard potrebbero essere la novità per limitare privilegi e rendite di posizione.

“Certo. Ma mi domando: perché farli adesso? Ricordo a tutti che la legge sul federalismo fiscale è stata varata quasi vent’anni e conteneva già i costi standard. Invece nessuno ha provveduto accampando la difficoltà dell’applicazione. La verità è: chi è inefficiente non vuole farselo documentare”.

C’è chi chiede il coinvolgimento di tutte le regioni.

“Sarebbe come chiedere ai soliti capponi se sono d’accordo di finire nella pentola nel giorno del ringraziamento. C’è un permanente conflitto di interessi e il Parlamento dovrebbe riuscire a venirne fuori”.

Visto il ruolo che le permette di bazzicare i palazzi romani, ritiene che la politica sia così divisa come appare sui giornali?

“Diciamo che c’é qualche scalmanato ma fortunatamente c’è anche qualcuno che ragiona e che ha capito che l’autonomia è un’operazione che è di interesse per tutta la Repubblica. Sono state date interpretazioni folli sulla bozza dell’intesa, prive di un minimo di documentazione. E’ evidente che sono pochissimi quelli che conoscono le cose, gli altri parlano per sentito dire senza alcun fondamento nella realtà”.

I leader del partiti di governo dovrebbero sapere di cosa si sta parlando.

“Ripeto, solo qualcuno”.

E intanto si continua a discutere sulle modalità di procedere, tipo l’interrogativo sull’emendabilità del testo e sul ruolo che deve avere il Parlamento.

“E’ di queste ore la notizia dell’incontro tra il Capo dello Stato e i presidenti di Camera e Senato. Mattarella ha indicato a Fico e Casellati un percorso lineare”.

Quale?

“Come il governatore Zaia dice da tempo, nessuno è ostile al passaggio parlamentare. Quello che va evitata è la “navetta”, l’avanti e indietro, non tra le due Camere ma tra Stato e Regioni con fattispecie ostruzionistica. Quindi, bene il dibattito parlamentate durante il quale ogni Camera farà le rispettive osservazioni, quindi si trovi l’accordo e alla fine si voti. Percorso parlamentare puro”.

Prima di tutto c’é la firma dell’intesa tra governo e Regioni.

“Ovviamente. Poi nessun ostacolo affinché ognuno dica la sua. Chi non vuole la discussione è perché ha qualcosa da nascondere: per quanto riguarda il Veneto non c’è nulla nascondere ma si vada avanti”.

Le contestazioni dei ministri grillini (Infrastrutture, Beni culturali, Sanità) restano ancora in piedi, vanno ritenute fondate?

“I tecnici di Veneto e Lombardia continuano a spiegare le proprie motivazioni. Dall’altra parte i tecnici ministeriali continuano a dire no senza alcuna motivazione. Comunque, se c’é una contrapposizione tra i tecnici che poi si chiariscono, tutto passa alla politica che decide. Mi pare lineare. Ovviamente, nessuno può pretendere il 100% di quello che chiede; basta capire le motivazioni della domanda e dell’offerta”.

Obiezioni fondate?

“Politicamente possono anche esserlo. Ma nel concreto non esistono. Prendiamo il tema delle concessioni autostradali che il Veneto chiede di gestire: nessuno vuole sostituirsi allo Stato ma il controllo sull’adempimento della convenzione da parte della società concessionaria sul tratto che passa in regione sarebbe un vantaggio per tutto il territorio. Un esempio: se la Regione Liguria avesse potuto fare controlli sull’operato di Autostrade in merito al ponte Morandi, forse il ponte sarebbe crollato ugualmente ma almeno ci sarebbe stato qualcuno da impiccare ad un pilone del viadotto”.

Di Maio e compagni tengono il punto.

“Posso riportare una affermazione del vicepremier e ministro del Lavoro al termine dell’incontro a Palazzo Chigi con Conte, Salvini, Zaia e Fontana…”.

Cosa ha detto?

“Non dovere dimenticare che io vengo da una regione, la Campania, dove sono degli scatenati”.

Come il costituzionalista napoletano Massimo Villone che durante un dibattito, insieme a lei, ha invitato Zaia “a venire lui a fare il governatore in Campania” a patto poi “che se non si responsabilizza abbastanza, lo portiamo a piazza Mercato e gli tagliamo la testa”.

“Ho invitato Villone a dialogare sui contenuti, ma ha rifiutato. Stendiamo un velo pietoso”.

Anche i medici di Bari hanno messo in guardia dall’autonomia per Veneto, Lombardia e Emilia Romagna in particolare sull’applicazione dei costi standard i quali, a loro dire, annullerebbero l’uguaglianza dei cittadini nell’accesso al diritto alla salute.

“Diciamo così: come i sindacati, anche loro sono perdenti potere”.

Affermazione dura.

“L’applicazione dei costi standard è stata prevista e scritta decenni fa. Tutte le organizzazioni nazionali hanno sempre visto il regionalismo come fumo negli occhi per timore di perdere il controllo assoluto come conseguenza dell’applicazione dell’autonomia”.

Se tutte le regioni ordinarie chiedessero l’autonomia, Roma non sarebbe più il centro del potere.

“Non è così, resterebbero abbastanza cose. Però mi permetta una annotazione”.

Prego.

“Adesso c’è la corsa all’imitazione. Il Veneto ha iniziato 29 anni fa a parlare di autonomia, ora c’è la voglia di autonomia… non è serietà. Tornando all’altra domanda, se tutti ottenessero più competenza allo Stato non rimarrebbe che standardizzare, adeguando le strutture centrali riservandosi i ruoli di indirizzo, coordinamento, controllo e di repressione degli abusi dicendo finalmente basta alla farraginosa burocrazia che spesso ha la sola funzione di fare perdere tempo al cittadino”.

Da costituzionalista, le obiezioni politiche sono finalizzate a bloccare il processo a dopo le elezioni? Dall’ottobre scorso si sono sprecati gli annunci sulle date entro le quali firmare l’intesa.

“Detto che il processo dell’autonomia è complesso e articolato, personalmente aderisco al criterio secondo il quale si fa presto quello che si fa bene. Non ne faccio una questione di prima o dopo, le cose vanno fatte nei tempi giusti senza forzature… il guadagno viene da sé. Semmai, lo sbaglio lo ha compiuto chi ha dato delle indicazioni temporali secche, magari credendo di velocizzare il processo ma senza considerare le controindicazioni”.

Eppure Salvini insiste: autonomia approvata prima delle Europee.

“E si ripete lo sbaglio di annunciare date credendo, in buona fede, di sprona a chiudere prima. Meglio puntare sulla definizione di un tempo ragionevole, arrivando poi al traguardo”.

Tecnicamente, una data?

“Le carte ci sono tutte, basta decidere. Ricordiamoci che il prossimo anno saranno cinquantanni dal reale avvio delle Regioni istituite nel 1946 dalla Costituzione: vogliamo aspettare un altro secolo e mezzo?”.


gasco*Giornalista

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