Nuova Zelanda: un linguaggio nuovo nella condanna del terrorismo

di Corrado Poli*

Pochi hanno notato come Jacinda Ardern, primo ministro della Nuova Zelanda, abbia
compiuto una vera e propria rivoluzione nel linguaggio politico. Dopo l’attacco alla
moschea della settimana scorsa, Ardern non ha dedicato una parola all’attentatore: ha
detto che non aveva tempo di parlare di lui perché doveva concentrarsi su quel che
il Paese aveva perduto. Indipendentemente dal sesso del primo ministro, mi piace
evidenziare come questa possa essere una modalità simbolicamente “femminile” di
affrontare la politica.

Un modo efficace che anche i maschi sono in grado adottare e che costituirebbe una rivoluzione ben più seria delle sciocche quote rosa di cui si avvantaggiano femmine che non cambiano nella sostanza il linguaggio e il comportamento politico corrente.
Ci si sarebbe aspettata una delle solite banali e ripetitive dichiarazioni che i capi di
Stato fanno in queste occasioni. Come Bush che la mattina stessa dell’attacco alle
Torri Gemelle, per prima cosa disse: “Gli Stati Uniti daranno la caccia e puniranno i
responsabili”. Alla sera aggiunse: “Oggi il nostro Paese, i nostri cittadini, il nostro
modo di vivere è sotto attacco”. Parlò di “un’ira incontenibile” e invocò
immediatamente la guerra: “La nostra forza militare è potente e preparata…
vinceremo la guerra al terrorismo”. Negli anni seguenti con le stesse roboanti
parole si espresse Hollande dopo l’attacco a Charlie Hebdo: “La Francia è stata
attaccata proprio nel cuore di Parigi”. E persino il primo ministro norvegese
Stoltenberg definì come prima cosa l’attacco Anders Breivik “un atto di codardia”.
Anche Obama, sia pure con una retorica meno aggressiva, in occasione dell’attentato
alla Maratona di Boston, per prima cosa proclamò che “andremo a fondo per scovare
il colpevole” e chiamò “codardi” coloro che spararono nella Chiesa di Charleston nel
2015.
Questo linguaggio è il retaggio di una cultura della guerra e della vendetta,
prodotto di un modo di sentire tradizionalmente maschile da cui Ardern è riuscita a
staccarsi forse per la prima volta in occasione di un vile attentato. Il primo ministro
neozelandese ha capovolto il modo in cui i leader dei Paesi occidentali hanno risposto
agli attacchi terroristici. Ha messo da parte qualsiasi retorica guerresca. Ha fatto
capire che non aveva tempo di dedicarsi all’assassino e si è concentrata sulle vittime
dichiarando che: “Molti di coloro che sono morti erano immigrati e persino rifugiati.
Avevano scelto di fare della Nuova Zelanda il loro Paese, la loro casa. Loro sono noi!
La persona che ha compiuto il massacro non è uno di noi. Non c’è posto per lui in
Nuova Zelanda”.
Queste frasi propongono una retorica diversa e hanno grande rilevanza non per quello
che contengono, ma per quanto omettono, vale a dire la promessa di trovare
l’assassino e i suoi complici e consegnarli alla giustizia facendo presagire l’esigenza
di distruggere una rete di presunte organizzazioni, ideologie e connivenze. Non ha
nemmeno tentato di degradare il terrorista a un vile assassino, ma ha completamente
ignorato il suo desiderio di essere visto, riconosciuto e combattuto. “Il contrario
del terrorismo non è il coraggio o la vittoria; nemmeno la giustizia e ancor meno la
guerra” – sostiene Masha Gessen del New Yorker da cui ho tratto alcune delle mie
considerazioni. Ardern vuole comunicare che l’opposto del terrorismo è piuttosto
l’indifferenza verso il terrorista.


yU_FaYi5_400x400.jpeg*Scrittore – Docente

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