Il giornalismo medico, Venezia e la biblioteca del suo ospedale

di Nelli-Elena Vanzan Marchini*

Il primo giornale di aggiornamento medico italiano fu fondato nel 1762 a Venezia dal dottor Pietro Orteschi  con il titolo “Gazzetta d’Oltremonti”, settimanale stampato da Benedetto Milocco in cui si pubblicavano le traduzioni degli articoli scientifici comparsi nelle riviste mediche straniere,  la francese “Gazette salutaire” (1761) e la tedesca Medizinische Bibliothek (1751).

Nella sua introduzione “Ai discreti lettori sapienti” l’Orteschi segnala la caduta di credibilità della medicina, fatta oggetto di “dispregio, il quale si è andato di giorno in giorno sempre accrescendo”. In effetti in tutto il secolo si era registrata la crisi epistemologica della scienza medica alimentata  dalle  polemiche contro i suoi esponenti  arroganti, saccenti e spesso ignoranti che come il molièriano dott. Purgon erano ridicolizzati  da letterati e commediografi.  In tale contesto, l’impresa editoriale dell’Orteschi si propose di contribuire alla formazione del medico contrastando “la totale mancanza delle giornaliere notizie necessarissime”alla sua professione.  Le numerose gazzette e i giornali letterari trattavano di tutto, dalla letteratura alla fisica, dalla matematica alle scoperte scientifiche e alle novità mediche, rispondendo alle istanze dell’enciclopedismo  degli intellettuali  del secolo dei lumi.

La “Gazzetta d’Oltremonti” andò a colmare un vuoto editoriale come dimostrò la presenza sempre più rilevante di contributi scientifici  italiani che affiancarono e in breve soppiantarono quelli  stranieri cosicché  quasi subito la rivista mutò il nome in  “Giornale di Medicina”.   Assunse una sua autonoma struttura attenta a  tutte le cause patogene del territorio: dalle mutazioni climatiche all’intensità delle precipitazioni metereologiche, dalla rilevazione della mortalità e della natalità nei vari periodi dell’anno alla diffusione delle malattie. La percezione geografica dei morbi  e le loro connessioni con i fenomeni ambientali ispirarono anche la redazione di accurate tabelle metereologiche.

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La rivista dell’Orteschi uscì dal 1762 al 1776 e poi, in maniera discontinua e con titoli diversi.  Fra il 1783 e il 1800 venne stampata dal Pasquali con il nome di “Giornale per servire alla storia ragionata della Medicina di questo secolo”. All’epoca  si era formata a Venezia nella casa del medico  Andrea Valatelli  e poi in alcuni locali presi in affitto a San Fantin la “Veneta Società di Medicina” che si prefiggeva  lo scopo di

raccogliere la storia delle  malattie che regnano ne’ nostri paesi, le cause che possono produrle, i             rimedi che vi si possono applicare, i disordini che vi possono  essere, di tutto insomma che possa  concorrere a rendere perfetta, per quanto è dato all’uomo, la medic’arte nelle venete contrade.”

Le “storie dei mali” altro non erano che le antesignane della odierna cartella clinica e, introdotte in Francia da Pierre Chirac, caratterizzavano il  nuovo  medico che, anziché parlare un linguaggio diagnostico incomprensibile,  teorizzando  morbi astrusi  con teorie libresche, osservava, invece, al letto del malato i sintomi e l’evoluzione della sua malattia, ascoltando e cercando di registrare la storia del suo male. Il  medico neoippocratico faceva tesoro della molteplicità di queste storie, registrando progressi e successi terapeutici, ma anche fallimenti e decessi.

Il 10 dicembre 1791 il Senato pose sotto la sua protezione questa Accademia formata da 24 medici, formalizzandone il programma.  Tale “società studiosa” venne  istituzionalizzata come   “un nuovo centro di comunicazione e di esame versando, non separatamente sopra vari staccati argomenti, ma in comune nell’unico proposto studio” per dare “a questa popolazione… fortunate scoperte a nuovi lumi per renderla preservata dai familiari suoi mali”. In termini moderni diremmo che monitorava il territorio, rilevava le patologie, elaborava i dati per formulare dei rimedi.

Nel 1714 era stata istituita a Leida la prima cattedra di  clinica medica ricoperta da Ermanno Boheraave, seguita nel 1754 da quella di Vienna ricoperta da  Gerard Van Swieten. In tutta Europa  la critica al  dogmatismo nella pratica diagnostico-terapeutica aveva introdotto l’osservazione dei pazienti e la redazione delle storie dei loro mali. Il medico neo-ippocratico apprendeva al letto del malato la lezione che la vis medicatrix naturae gli poteva impartire indicandogli la via della cura.

La minaccia delle grandi epidemie nel corso del  Settecento si era affievolita in Europa e  a Venezia dal 1630 la peste non era più entrata in città, anche se continuava a imperversare sulle coste Dalmate, in Oriente e nel Nord Africa,  dunque gli obiettivi del Magistrato alla Sanità, istituito per fronteggiare le emergenze epidemiche,  si erano spostati sulla lotta alle patologie endemiche con le campagne di inoculazioni del vaiolo e le cure sperimentali della sifilide, della scabbia e con la prevenzione della tubercolosi .

Con la caduta della Repubblica la politica sanitaria subì una battuta d’arresto.  La Veneta Società di Medicina venne sciolta dalla prima dominazione austriaca per le idee democratiche e filofrancesi di alcuni dei suoi componenti.  In epoca Napoleonica, nel 1806, fu ricostituita  e sei anni dopo, nel 1812, unendosi alla Nuova Veneta Accademia Letteraria a all’Accademia dei Filareti, formò l’Ateneo Veneto a San Fantin nell’attuale sede che ancora lo ospita.

La pubblicazione del  giornale medico continuò con modifiche della testata e cambio di stampatori, ebbe  periodi di sospensione sia nell’epoca napoleonica che in quella austriaca finché,  il 23 gennaio 1884, il Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale Civile di Venezia decise di raccoglierne l’eredità nella nuova  “Rivista Veneta di Scienze mediche”. L’impresa scientifico-editoriale fu diretta dal chirurgo Angelo Minich, che stanziò due premi da 250 lire per i migliori articoli.  La pubblicazione venne scambiata con tutte quelle analoghe di ospedali e istituzioni scientifiche europee, ciò consentì alla Biblioteca dell’Ospedale Civile di Venezia di raccogliere molte riviste mediche e scientifiche dell’Europa dell’Otto e del Novecento, connotandosi come uno dei giacimenti culturali più interessanti in questo campo. La Rivista accolse saggi e ricerche della “Scuola pratica di Medicina e di Chirurgia” sorta al Santi Giovanni e Paolo per formare i giovani laureati alla diagnosi e cura nelle corsie.

Purtroppo la Biblioteca e l’archivio, che si trovano oggi nella ex Scuola Grande di San Marco, benché riconosciuti per decreto ministeriale di “eccezionale interesse nazionale”, da tempo mancano  di un bibliotecario che provveda alla distribuzione e di un orario di apertura al pubblico che consenta l’accesso agli studiosi italiani e stranieri.  Si è perciò attivata una raccolta di firme per chiedere la riapertura di questo servizio, anche in considerazione del fatto che la miglior tutela di tali patrimoni dal degrado e dalla dispersione sta proprio nella loro consultabilità e nell’incentivare gli studi sulla storia della scienza medica, sulla sofferenza e sulla cura dei veneziani.

Nella foto di copertina:  Facciata della ex Scuola Grande di San Marco sede della biblioteca dell’Ospedale Civile di Venezia

 

Per approfondimenti rinvio a:

N.E. Vanzan Marchini, I Mali e i Rimedi della Serenissima, Vicenza, Neri Pozza 1995;

Eadem, Biblioteche e patrimoni storico-artistici nell’area dell’Ospedale Civile ai Santi Giovanni e Paolo, XXXVI(1998), pp.163-177;

Eadem,(a cura di), La Scuola Grande. I saperi e l’arte, Treviso, Canova 2001;

Eadem, Venezia, la salute e la fede, Vittorio Veneto, Dario De Bastiani 2011.


Nelli.PNG* Docente – Scrittrice

 

 

 

 

 

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