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Autonomia, altro rinvio Salvini-Zaia ostaggi di Conte e Di Maio

di Giorgio Gasco*

Il comunicato finale è scarno, apolitico come deve necessariamente essere: “Il ministro per gli affari regionali e le autonomie Erika Stefani ha svolto una informativa al Consiglio dei ministri al fine di concordare il percorso di attuazione dell’autonomia differenziata prevista dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione e richiesta dalle Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna”.

Non fosse perché è trascorso oltre un anno e mezzo dal referendum svoltosi in Veneto e Lombardia, il comunicato avrebbe la parvenza di routine. Invece, dopo proclami, annunci e promesse finora inevase, quelle poche righe continuano a mettere in evidenza quanto Lega e Cinquestelle, in generale, e i due vicepremier-ministri Salvini e Di Maio, in particolare, parlino lingue diverse. E non solo sull’autonomia del Veneto, tema sul quale alcuni vedono il Carroccio ostaggio della coppia Conte-Di Maio, mentre altri plaudono alla pazienza politica dei padani. Ma comunque sia, il traguardo è ancora lontano da raggiungere proprio a causa dell’opposizione (è ancora da capire se di principio o elettorale) di Di Maio &C, con il rischio della disaffezione da parte dei chi nell’ottobre 2017 ha detto “sì”.

Nella sera del 30 aprile, vigilia di “meritato” riposo nella giornata del 1° maggio, il governo si è riunto a Palazzo Chigi per affrontare un generico ordine del giorno, “varie ed eventuali”. Tutti sapevano che c’era da approvare il nuovo direttorio di Bankitalia, argomento che, nonostante le divergenze, è passato senza colpo ferire apparente, con il sì pronunciato malvolentieri da Salvini. Condizione favorevole per ri-tirare fuori il dossier dell’autonomia che la leghista e ministro vicentino Erika Stefani porta con sé ad ogni riunione del Consiglio di ministri nella speranza che finalmente la compagine di governo metta il timbro necessario per dare il via alla discussione alle Camere.

Durante la riunione, la Stefani a prendere la parola e seguendo una strategia già messa a punto nel pomeriggio,mette sul tavolo una relazione sulle autonomie. Da quanto è dato sapere, ad incontro finito, dalM5S arriva un giudizio impietoso: “Compitino precario e incompleto”. Apriti cielo. Salvini ribatte pronto, chiedendo che se ne riparli “ufficialmente” durante il prossimo Consiglio dei ministri; segue un comunicato padano tracimante di soddisfazione. Entusiasmo rintuzzato da Cinquestelle: non è stata presa alcuna decisione sul prossimo Cdm, Salvini ha fatto la sua proposto e nessuno gli ha risposto anche perché, si precisa per l’ennesima volta, le priorità di Di Maio sono il salario minimo e il taglio degli stipendi dei parlamentari. Il leader leghista non se la mette via e prepara il contrattacco, con un decreto bis sulla sicurezza che stringa le maglie su illegalità e immigrazione e da presentare nei prossimi giorni.

Leggendo queste brevi cronache viene da pensare che l’autonomia chiesta da milioni di cittadini veneti e lombardi, apripista per le richieste di altre quindici regioni, sia una reciproca merce di scambio, da mettere sul tavolo per fare infuriare l’avversario. E all’apparenza, limitando il giudizio sull’autonomia, ad uscirne con le ossa doloranti sembra essere proprio la Lega nonostante la continua pressione al centro del ring. E non sembrano scalfire l’avversario le minacce di dimissioni del ministro Stefani e neppure gli “inviti” di Zaia a staccare la spina al governo in caso dei continui rimpalli. Il governatore fa pressione su sé stesso nel mantenere l’aplomb necessario in politica, ma ogni tanto nella concitazione (plausibile, il referendum per l’autonomia è una sua creatura) sembra comunicare una verità condivisa da molti. Come avvenuto nei giorni scorsi in una dichiarazione (leggibile anche come appello) riportata dal Corriere del Veneto: “Autonomia inizia a fare rima con agonia, per cui mi rivolgo ai Cinquestelle di buona volontà: ditemi che autonomia volete, che testo siete disposti ad approvare. Ditemi cosa volete fare”. Zaia si dice disposto al confronto “ma è frustrante trovarsi di fronte ad un partito dei dubbiosi che finora non ha prodotto alcunchè”. Stoccata finale: “E’ scandaloso leggere commenti da parte di chi dimostra palesemente di non aver letto le carte (il riferimento è al giudizio di Di Maio sull’autonomia che, a suo dire, genererebbe cittadini di serie “A” e serie “B”, ndr.).

A questo punto nella vicenda, è sempre più in agguato il rischio che i leghisti, e non solo loro, al digeriscano questo stallo completo dopo aver affidato a Zaia un mandato chiaro attraverso il referendum. E il governatore ne è consapevole quando dice che se il governo del cambiamento (quello attuale) rischia di non cambiare nulla, “non significa che l’autonomia si fermerà perché l’autonomia è un processo ormai avviato ed è irreversibile, semplicemente la farà un altro governo, che entrerà, quello sì, nella Storia”. Insomma, sotto sotto c’è la voglia di reagire alla “sordità” pentastellata, la voglia metaforica di menare le mani. Con le “bocce” che continuano a rotolare sul tavolo, sono in molti a chiedersi perché mai la Lega non metta in atto una strategia forte per abbattere il muro cinquestelle. Sono comprensibili i piedi di piombo da usare quando si governa un Paese, per scontentare il minor numero di elettori visto soprattutto il buon esito nelle recenti elezioni locali; è condivisibile il riferimento al 26 maggio quando si voterà per le elezioni europee, occasione per Salvini (un po’ meno Di Maio, visto i sondaggi) di fare non una buona ma un’ottima figura. Però…

Uno scenario chiaro al leader nazionale della Lega quando afferma per l’ennesima volta che l’autonomia sarà “a brevissimo”, quindi prima delle Europee. Lui l’impegno lo ha preso in maniera solenne il 7 aprile a Verona, al debutto del Vinitaly. Quando indossando la felpa della fiera internazionale ha parlato di «prima pietra entro il voto per la Ue». Dunque, il 26 maggio. Quel giorno ad ascoltarlo, oltre alla presidente del Senato Elisabetta Casellati, c’era in prima fila Luca Zaia. In questa una fase in cui tra i vertici della Lega non mancano gli argomenti quotidiani per consigliare a Salvini a mollare tutto, il dossier autonomia rischia di impantanarsi. Ecco perché Salvini sta studiando una mossa da giocarsi entro, e non oltre, le prossime tre settimane in consiglio dei ministri. La cessione delle competenze alle Regioni è il vero nodo della questione sul quale si registra ancora lo stop dei ministri M5S. I dicasteri delle Infrastrutture (Danilo Toninelli), della Sanità (Giulia Grillo) e dei Beni Culturali (Alberto Bonisoli) non hanno ancora formalizzato il loro via libera. Ci sono una serie di «osservazioni tecniche» alle bozze che impediscono di dare mandato al presidente del Consiglio Giuseppe Conte di firmare l’intesa il cui testo il premier ha nel cassetto dall’ottobre scorso. Ma nulla si muove, e qualsiasi fuga in avanti di Salvini su questo tema provoca subito la reazione opposta e contraria di Di Maio, intenzionato a non concedere spazi per non perdere voti al Sud, granaio elettorale già insidiato dal voto in Sicilia. «L’Autonomia? Siamo per farla – ha ribadito il leader pentastellato – ma senza fretta». Una dichiarazione lontana dal «a brevissimo» pronunciato appunto dall’avversario leghista.


gasco.jpg*Giornalista

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