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ESCLUSIVO. Miniguida alla Biennale di Venezia per salvarsi dall’indigestione d’arte

di Maurizio Cerruti*

Avviso ai naviganti: se pensate di poter vedere in un giorno solo tutto della 58ma Biennale Arte di Venezia – dall’11 maggio al 24 novembre 2019 – o siete dei capitani esperti oppure rischiate il naufragio: e cioè di affondare lentamente tra ipno-video esasperanti ed installazioni astruse.

Insomma, di perdervi nel troppo; e dunque di fare indigestione senza gustarsi nulla di “May you live in interesting times” (Possiate vivere in tempi interessanti) il titolo della mostra di quest’anno dedicata appunto all’arte come rappresentazione del mondo i cui viviamo, “interessante” in quanto confuso e inquietante.

thumbnail_IMG_20190509_101654.jpg58.ma Biennale Arte: coda all’ingresso dell’Arsenale nei giorni d’apertura
COSE INTERESSANTI. Questo articolo vuole servire ad orientarsi meglio fra le cose che secondo noi meritano di essere guardate più di altre, ovviamente da un punto di vista personale e soggettivo. Una piccola guida tra le cose più “interessanti”, appunto, le più discusse e appariscenti che si possono trovare nelle due aree espositive dei Giardini e dell’Arsenale e dintorni (info visite in fondo all’articolo).
Cominciamo dal Padiglione Biennale, la grande costruzione bianca con colonnato in fondo al viale d’ingresso dei Giardini nel sestiere di Castello.
LA MUCCA TRENINO. La mucca su rotaie che gira su un prato di plastica, del cinese Nabuqi, è una classica “trovata” da Biennale e riempie una sala costingendo i visitatori a girarle intorno per non essere travolti. Che senso ha? L’artista risponde (nel titolo) con un’altra domanda: “Le cose reali avvengono in momenti di razionalità?” L’arte oggi è così: chiedi “che ora è” e ti rispondono che “l’umanismo è una forma di esistenzialismo” (da J.P. Sartre). Stesso concetto per la moto da 200 cavalli tagliata in due della tedesca Alexandra Bircken. Dovremmo cogliervi il dualismo tra corpo e macchina, tra potenza e vulnerabilità, ma viene da pensare: che peccato distruggere così un bolide da corsa nuovo fiammante!

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IL CANCELLO ARROGANTE. Il tonfo di un cancello pesante di ferro che sbattendo demolisce due muri di cartongesso, dell’indiano Shilpa Gupta, vuole alludere all’arbitrarietà e alla repressività dei confini. E’ un cancello aggressivo, insomma, che dovrebbe proteggere e invece distrugge.

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IL ROBOT CONSERVATORE. I cinesi Sun Yuan e Peng Yu hanno messo un robot industriale dentro una grande teca di plexiglass. Il braccio elettronico si agita e si affanna invano a raccogliere un liquido rosso-sangue denso che la forza di gravità tende a spandere sul pavimento in tutte le direzioni. Il robot rappresenta il braccio del potere; il liquido è l’arte che sfugge ai tentativi di ordine, inquadramento ed indirizzo.

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IL MARMO SCHIAVIZZATO. Un lastrone di marmo verde venato di bianco (serpentinite) racchiuso in una pesante cornice d’acciaio. Così l’americano Jimmie Durham (vincitore del Leone alla carriera 2019) vuole rappresentare lo sfruttamento occidentale dei popoli non sviluppati. Una targa dell’autore elenca il viaggio della serpentinite, estratta in una cava in India, portata da Mumbai ad Amburgo via nave passando per Suez e Gibilterra, commercializzata e lavorata a Lipsia, Harta e Berlino, e infine arrivata a Venezia.

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FANTASIE DI COSMONAUTA. Halil Altindere è stato il primo e unico cosmonauta siriano sulla stazione sovietica Mir, nel 1987. Oggi fa l’artista a Istanbul. In questa installazione un po’ fumetto e un po’ museo delle cere, che richiama i 50 anni della conquista della Luna nel 1969, Halil sintetizza il proprio percorso: eroe popolare, esule della guerra civile in Siria, attivista contro il regime di Assad. Il suo sogno è bello anche se naif: costruire su altri pianeti delle città della libertà e della dignità per rifugiati. Scesi dai barconi e spediti nello Spazio? Un’idea per il ministro dell’Interno Matteo Salvini. O anche un’alternativa al muro col Messico di Donald Trump.

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ARTIGIANI E ZOMBI. Sempre ai Giardini sul lato sinistro del viale d’ingresso, il padiglione del Belgio contiene l’installazione di Jos de Gruyter e Harald Thys intitolata – in italiano – “Mondo cane” (menzione speciale 2019 come partecipazione nazionale). In un ambiente completamente bianco una ventina di pupazzi di pezza meccanici sono artigiani al lavoro, emarginati, folli e anche zombi dietro le sbarre. Ciascuno per conto proprio. Sarebbe un messaggio di critica sociale sulla incomunicabilità: boh?

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PARLANO GLI INUIT. Gli Inuit, popolazione originaria del Canada, sono il soggetto del padiglione del grande Stato nordamericano con un filmato in cui raccontano nella propria lingua e fra i “loro” ghiacci, ricordi personali di incontri non proprio felici con l’uomo bianco: è come sentire i portavoce di tutti gli aborigeni del mondo che, dalle esperienze plurisecolari di contatto con gli europei non hanno avuto ricavato proprio nulla di buono. L’opera collettiva è di Itsuma, un gruppo artistico che raccoglie da decenni documenti filmati sui nativi canadesi e sulle trasformazioni delle loro comunità. Nel padiglione neoclassico statunitense, invece, le costruzioni e le forme astratte di Martin Puryear esplorano il tema della libertà. In quello britannico i rapporti femminili di famiglia – madre, figlia , nipote – sono espressi con un “cimitero” di oggetti, sculture e tele da Kathy Wilkes.
OLTRE IL PONTE. Al di là del ponte sul canale che attraversa i Giardini, nel padiglione della Polonia, Roman Stanczak, artista specializzato nel “rovesciare oggetti”, presenta un aereo ribaltato come un guanto: sedili, strumenti e tutto il resto che è dentro la fusoliera, ricopre la superficie esterna. Mentre l’Egitto, con Abdullah, Chiha e Karim, presenta una fanta-tomba faraonica dove le sfingi hanno mutevoli volti cibernetici.
NARCOS ALLE CORDERIE. Se ci spostiamo all’Arsenale, sede che ha ormai eguagliato o persino superato per rilevanza gli storici Giardini, il lunghissimo padiglione delle Corderie (dove anticamente si intrecciavano corde e funi per le navi veneziane) è un omaggio ai disgraziati del mondo, nel senso nobile del termine, che sono il soggetto dominante nelle esposizioni in questa sezione. Qui troviamo l’impressionante installazione della messicana Teresa Margolles – menzione speciale 2019 – dedicata alle “desaparecide” della guerra del narcotraffico nel suo Paese. Su grandi lastre sonore di cristallo che vibrano lugubramente sono appiccicati i poster stile “Chi l’ha visto?” con foto e altri dati di decine di ragazzine e giovani donne rapite e fatte sparire per sempre a Juarez, una delle città più brutali del mondo: vittime collaterali delle faide tra bande criminali che coinvolgono polizia e politica in un clima di sopruso, impunità e violenza che ha annientato lo Stato e le sue leggi.

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CINA SENZA ATTERRAGGIO. Un passeggero-pupazzo di stracci rannicchiato sul suo enorme sedile come per un atterraggio d’emergenza, e una coppia di pneumatici di un jet avvolti di tela nera: si chiama “Nowhere to land” – nessun posto dove atterrare – l’installazione di Yin Xiuzhen, cinese. Evidenti in lui l’ossessione e l’ansia per volare, che poi è un richiamo al decollo della Cina nell’ipersviluppo e nella globalizzazione. L’artista sembra chiedersi: “Attenzione, come e quando andremo a sbattere?”

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IPNOTISMO INFORMATICO. Su un maxi schermo, nel buio, l’artista giapponese Ryoji Ikeda proietta a getto continuo con un sottofondo di musica cyber un oceano di dati informatici in perenne cambiamento presi da istituzioni scientifiche come il Cern e la Nasa: sono rappresentazioni matematiche dell’universo, dall’immensamente grande degli ammassi di galassie all’immensamente piccolo delle particelle elementari. Inutile cercare di decifrare i “versi” della poesia digitale qui presentata: c’è solo da abbandonarsi alle suggestioni ipnotiche del flusso di luci e suoni ininterrotti.

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VICINI MA OPPOSTI. Dopo la lunga passeggiata lungo le Corderie, negli edifici di sinistra chiamati Sale d’Armi troviamo una dozzina di sedi nazionali. Tra queste ce ne sono due che colpiscono per lontananza culturale malgrado la vicinanza fisica (miracoli della Biennale Arte): la casta Arabia Saudita al piano terra e il discinto Perù al primo piano. L’artista araba Zahrah al Ghamdi (foto sotto), con “Dopo l’illusione”, fa una riflessione sull’antico poema di Abi Sulman che celebra la lotta per il ritorno a casa dopo vent’anni – come un Ulisse arabo – con la gioia della riscoperta di ciò che gli è familiare. Notevole il gioco di luci su leggeri tendaggi ricoperti da centinaia di conchiglie di cuoio traforate, intarsiate e decorate una a una. Al piano superiore, invece, il peruviano Christian Bendayan, con “Indios antropofagos” prende in giro la famelica ricerca dell’esotismo-erotismo da parte del turismo occidentale, presentando in pose provocanti degli pseudo indios transessuali, con un richiamo alle pruriginose cartoline del Perù del primo Novecento con indigeni e indigene nudi e alle fosche leggende sulle tribù di mangiauomini nelle foreste amazzoniche.

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BARCACCIA ASSASSINA. Molto impressionante è il relitto del peschereccio con 700 migranti che affondò tra la costa nordafricana e la Sicilia nel 2015. La voragine aperta nello scafo di ferro è l’emblema dell’immane disastro che questa installazione – ideata dal direttore della Mostra 2019, Ralph Rugoff – vuole immortalare. La barcaccia assassina è collocata accanto all’antica e rugginosa gru a vapore, suggestivo retaggio storico del bacino interno dell’Arsenale.

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I PADUKA GANDHIANI. Proseguendo nei capannoni delle Artiglierie, nella sfilza di una decina di padiglioni nazionali c’è quello dell’India dedicato al mahatma Gandhi. Tra gli artisti selezionati c’è anche un discendente del padre dell’indipendenza indiana con le proprie foto originali dell’illustre antenato. Un altro artista, G.R. Iranna, ha ricoperto una parete con centinaia di “paduka”, i tradizionali sandali di legno usati anche da Gandhi nelle sue marce e per questo diventati un simbolo di non-violenza e di vicinanza sociale perché accomunano tutti i ceti indiani.

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MUSEO DELL’EGEMONIA. Nel gioco ironico del contrappasso, nel padiglione cileno è allestito il “Museo dell’egemonia”: una denuncia della dominazione europea imposta nel mondo tra il 17.mo e il 20.mo secolo ed illustrata attraverso sei casi: dall’isteria collettiva antidemocratica che spinge la folla al cannibalismo a Rampjaar (Olanda, 1672), alle esibizioni pubbliche per asseriti scopi “scientifici” di aborigeni maschi e femmine come “misere e abiette creature” (Parigi, 1889), per arrivare alla Banana Republic – il regime fantoccio imposto in Guatemala nel 1954 dal colosso statunitense United Fruit Co. con un golpe sostenuto dalla Cia – e alla Gladio in Italia.
LABIRINTO ITALIA. Ultime tappe del tour all’Arsenale sono i due maxi padiglioni nelle cosiddette Tese delle vergini. Quello della Repubblica popolare cinese è dominato da due cyber-filmati di forte impatto: uno ci fa rimbalzare in pochi istanti dall’orbita terrestre a vari luoghi sparsi sul pianeta e anche lì, fin dentro il padiglione dove ci troviamo; l’altro filmato presenta le trasformazioni di strane creature umanoidi di fango e d’oro in cui possiamo riuscire a rispecchiarci. Il contiguo Padiglione Italia, invece, è un labirinto (questo il suo titolo) disseminato di opere e installazioni. Il Leone d’oro alla perseveranza dovrebbe andare a tutti i visitatori che sono arrivati qui, a fine visita, senza perdere il senno e la pazienza: il premio consiste nell’affaccio sull’ingresso delle navi nell’Arsenale, con la spettacolare Torre di Porta Nuova e la vista del bacino portuale più antico, dal fascino millenario.
IL PONTE DI MANI. Fuori del circuito Biennale ma ben visibili dal bacino (l’ingresso – gratuito – è dalla fermata Actv “Bacini”) ci sono sei coppie di gigantesche braccia candide, con le mani che si intrecciano esortando a costruire ponti (Building Bridges) e non muri fra esseri umani. Questa installazione di Lorenzo Quinn, figlio del celebre attore Anthony Quinn, come la precedente “Support” nel 2017-18 – due grandi mani che spuntavano dal Canal Grande come a sorreggere la facciata dell’hotel Ca’ Sagredo – ha suscitato critiche ma anche grande curiosità: sarà uno dei simboli della Mostra della Nautica che si terrà a Venezia nel bacino dell’Arsenale dal 18 al 23 giugno 2019. All’inaugurazione della scultura, davanti ad una grande folla di veneziani e ospiti, ha cantato Andrea Bocelli; alla festa pubblica era presente il sindaco Brugnaro, un entusiasta sostenitore delle installazioni di Quinn in laguna, che ha invitato ad andare a vedere anche l’opera dell’artista americano collocata a Forte Marghera.

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L’INFERNO RUSSO. Più oltre lungo la riva nord del bacino dell’Arsenale, in un grande capannone accanto a quello con altre sculture di Quinn, il russo Vasily Klyukin ha realizzato la propria idea di inferno dantesco (“In Dante Veritas”) con una serie di installazioni che fondono grandi sculture metalliche, immagini 3D, luci e suoni. Vi sono rappresentati i nuovi Cavalieri dell’Apocalisse – sovrappopolazione, disinformazione, sterminio, inquinamento – i 22 peccati dell’uomo e una serie di figure ispirate al poema dantesco. Ingresso libero, fino al 26 novembre.

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SPIAGGIA LITUANA. Il Leone d’oro per le partecipazioni nazionali è andato alla installazione “Sun & Sea” (Marine) di un gruppo di artisti lituani: da un ingressso seminascosto sul retro dell’Arsenale (Fondamenta Case Nuove, fermata dei vaporetti Celestia) in un capannone c’è la rappresentazione di una spiaggia con sabbia, teli, ombrelloni e bagnanti che – tutti i sabati dalle 10 alle 18 – prendono il sole (artificiale) osservati dagli spettatori da una balaustra. Singolare idea per denunciare le urgenze della difesa dell’ambiente.
L’ARTE CONQUISTA VENEZIA. L’effetto Biennale si fa sentire sempre di più in tutta la città. I contenitori culturali fanno a gara per attirare i visitatori. L’arte spunta dovunque come i funghi dopo la pioggia estiva. Anche la Fondazione Musei Civici (Mu.Ve.) non ha voluto perdere questa opportunità allestendo una serie di undici mostre nei principali musei cittadini. A Murano il Museo del vetro rende omaggio alle geometrie essenziali del finlandese Tapio Wirkkala e alle immagini di Matthias Schaller (serie Leiermann, fino al 29 settembre) su Venezia e gli specchi.
FORTUNY AND FAMILY. “Io e la Moda” di Brigitte Neidermair e “Il profumo illustrato” sono i temi delle mostre di Ca’ Mocenigo a San Stae. A Mariano Fortuny e alla sua storia di famiglia è dedicata la mostra (fino al 24 novembre) nell’omonimo palazzo quattrocentesco (già Ca’ Pesaro degli Orfei) vicino a Campo Manin, che fu la casa, lo studio e la fabbrica di tessuti dell’eclettico artista spagnolo. Sempre al museo Fortuny (fino al 6 novembre) è di scena l’artista coreano Yun Hyong-Keun.
RITORNO SOVIETICO. Al severo realismo sovietico di Gely Korzhev (1925-2012) l’università Ca’ Foscari dedica la mostra “Ritorno a Venezia”, con riferimento alla partecipazione dell’artista russo alla Biennale Arte del 1962. Nei cinquanta dipinti, fra cui nudi, nature morte e le immagini dolenti della Grande Guerra Patriottica (la 2. guerra mondiale) c’è la vita artistica di un pittore di regime che dopo le illusioni dello stalinismo e del post-stalinismo è lentamente scivolato in un isolamento venato di scetticismo e di amara ironia dagli anni 80, soprattutto dopo il collasso sovietico.
L’ALTRO GORKY. A Ca’ Pesaro (Mu.Ve.) c’è invece una retrospettiva sull’astrattista armeno Vostanik Adoian, in arte Arshile Gorky (1904-1948) che emigrò negli Stati Uniti dopo le dolorose esperienze di gioventù sotto l’impero ottomano e poi sotto il regime sovietico. Ebbe una vita travagliata. Arrivò a spacciarsi per aristocratico georgiano imparentato col grande scrittore russo Maksim Gorkij (1868-1936) ma gli andò male. Il suo suicidio, a 44 anni, venne collegato dagli amici artisti alla relazione che ebbe con sua moglie il pittore surrealista cileno Roberto Matta.
GIARDINI DI STATUE. Nei giardini della Marinaressa (riva dei 7 Martiri a Castello) le statue coi piedoni di Zareski, quelle iper-realiste di Feuerman e le caramellone di Jenkell allietano una passeggiata al sole. Nel giardinetto poco lontano ci sono i “Fiori sostenibili” di metallo colorato di Tobolowsky a cura dell’European Cultural Center che ha altre ampie sedi espositive da vedere a Ca’ Bembo (Rialto) e a Palazzo Mora (Strada Nova) con ingresso libero.
ZUECCA PROJECT E VEDOVA. Nelle nove suggestive sedi del Zuecca Project Space sparse per Venezia fra cui il Teatro Italia, la Scuola della Misericordia, il Ridotto, palazzo Belzon, un gruppo di artisti affronta tematiche storiche e contemporanee come il ruolo della donna, i nativi nordamericani, l’ambiente pervaso dalla civiltà umana (info su orari e durata: www.zueccaprojects.org, ingresso libero). Nei Magazzini del Sale, storica sede della Fondazione Vedova (Zattere 50) vicino alla Punta della Dogana, fino al 3 novembre è in mostra una serie di grandi tele di Emilio Vedova degli anni ’50-60 e ’80, selezionate dal collega e amico Georg Baselitz. Biglietti, orari e altre info: www.fondazionevedova.org
CAVANIS e V-A-C, “Dall’immagine alla forma” è la mostra fotografica della Fondazione Pino Pascali a Palazzo Cavanis (riva delle Zattere) fino al 24 novembre con ingresso gratuito. Le nuove frontiere artistiche del 21mo Secolo sono invece l’oggetto di “Time, Forward” che la Casa della Cultura della fondazione russa V-A-C, nella propria sede veneziana sulla Fondamenta delle Zattere, organizza fino al 20 ottobre (info: www.v-a-c.ru / ingresso libero con orari variabili) nell’ambito della propria attività di promozione di incontri e scambi fra gli artisti e il pubblico in generale.
PADIGLIONE PIEMONTE. Vicino alla Chiesa dei Gesuiti nel sestiere di Cannaregio (fermata vaporetti Fondamenta Nòve) il museo del Castello di Rivoli e la Fondazione torinese Sandretto Re Rebaudengo hanno allestito una mostra collaterale della Biennale, fino al 20 luglio (ingresso libero) che è un richiamo alla vocazione turistico-culturale del Piemonte: “Possa tu vivere tempi interessanti ai piedi dei monti”. Opere di Pistoletto, di Ceylan (col remake della più celebre delle tele di Pellizza da Volpedo, il Quarto Stato) e dell’estroso farmacista-artista di Alba, Pinot Gallizio ideatore della “pittura industriale”. Ci sono la pianta di “motore esploso” disegnata da Biscaretti di Ruffia, le foto delle prime 500 e di antiche Olivetti. E’ una piccola mostra fra le tantissime che si possono scoprire da soli vagando per Venezia e le sue isole come Giudecca, San Giorgio e San Servolo, ed entrando a curiosare dove un’insegna o un piccolo totem indica la presenza di arte “interessante”.
INFO VISITE BIENNALE. Biglietti Plus 35 euro (validi 3 giorni consecutivi per più ingressi, nelle due sedi Giardini e Arsenale); biglietti Regular 25 euro (un solo ingresso in ciascuna sede). Su www.labiennale.org (sezione Arte 2019) info dettagliate su biglietterie e punti vendita, acquisti on-line, ridotti, gratuiti, speciali, gruppi, visite guidate, educational e servizi vari. Orari dall’11 maggio al 24 novembre 2019 (chiuso i lunedì escluso 2/9 e 18/11) da martedì a domenica h 10-18. Solo Arsenale, fino al 5 ottobre, h 10-20 il venerdì e il sabato.


thumbnail_M-Cerruti-3.jpg*Giornalista

 

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