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La cattiva stampa e il suicidio assistito

di Corrado Poli*

Il modo in cui si sta commentando la notizia della morte attraverso il suicidio assistito della diciassettenne olandese suscita molti equivoci. Se non si fa chiarezza, ogni discussione è disonestamente strumentalizzata al fine di sostenere o contrastare in modo settario il diritto all’assistenza per il suicidio assistito nei casi più “normali” che riguardano soprattutto anziani, malati terminali e persone che hanno gravi menomazioni.

Il caso della povera Noa è più unico che raro e quindi le generalizzazioni sulla condizione e la fragilità dei giovani di oggi non hanno alcun senso se collegate a un episodio estremo. Ancor più lo è collegare questo fatto di cronaca con la questione più ampia e complessa dell’eutanasia. Purtroppo, i media intervistano “specialisti” che con grave mancanza di professionalità si lasciano andare a giudizi senza avere alcuna idea della significatività statistica e sociale di un fenomeno né si preoccupano di misurare e valutare la rilevanza della correlazione tra fenomeni. Se poi a questo si aggiunge che commentano notizie false, la superficialità e il dilettantismo dei media e degli esperti prevalgono su tutto. Se non si sa, meglio tacere. Tutti i commenti hanno dato per certo che le leggi olandesi avessero consentito il suicidio assistito. La notizia invece era che Noa s’è lasciata morire dopo che i medici avevano espresso parere contrario all’eutanasia.

L’altro superficiale assunto errato su cui si sono basati i commenti riguarda il collegamento con le molestie e le violenze sessuali subiti dalla povera ragazza. Non ha alcun fondamento presentarlo come un deterministico esito di causa ed effetto. Non c’è dubbio che la violenza lasci tracce indelebili su chi la subisce, ma conduce al suicidio solo in casi rarissimi che è un’impostura farli passare come norma. I traumi subiti possono favorire una patologia depressiva grave se già ci sono i presupposti perché essa insorga, ma non sono determinanti nella libera scelta di un suicidio. Il caso di Noa è un caso unico e per questo sarebbe una vera notizia. Ma se lo si presenta come un fenomeno sociale comune diventa una disonesta manipolazione della realtà. A questo si aggiunga, come a suo tempo avvenne per Luana Englaro, la furbata di mostrare la migliore foto della ragazza e non quelle di quando era devastata dall’anoressia e dalla depressione. Bisogna ammettere che la depressione non è conseguenza di eventi contingenti che possono innescarla solo in minima parte, ma è una patologia specifica. Anche nel nostro quotidiano dovremmo essere cauti nell’usare il termine “depresso” per significare che si è si è solo abbattuti e tristi. Alcune forme di depressione e di anoressia sono incurabili e, se lo sono, non sono sufficienti le psicoterapie (comunque utili) né tanto meno le pacche sulle spalle o una festa tra amici per tirarti su di morale. Servono anche farmaci e non sempre bastano. Il caso di Noa rientra in queste fattispecie e ha passato il vaglio di più medici. Né in Olanda né in Svizzera si consente al suicidio assistito a cuor leggero come si vorrebbe fare credere!

Infine, il modo di trattare il suicidio da parte della stampa e della società. Ai giovani cronisti una volta si consigliava di non enfatizzare le notizie di suicidi per non favorire l’imitazione. Le religioni consideravano in genere come un grave peccato il suicidio, negando ai suicidi persino la sepoltura nei cimiteri consacrati. Aveva senso proprio per stimolare le persone con tendenze suicide a seguire la “natura” che ci induce a lottare sempre per la sopravvivenza e a non lasciarsi andare. Considerare i suicidi come l’effetto di una causa sociale o personale (il fallimento, la violenza) consente ai famigliari di sollevarsi dai complessi di colpa di non avere fatto abbastanza per salvare il parente o l’amico. Sarebbe invece più serio informare con vera professionalità su quali sono i sintomi e i rischi della depressione e di altre patologie psichiche che potrebbero essere curate.


yU_FaYi5_400x400.jpeg* Scrittore – Docente

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