Il racconto della domenica. “La rondine Zinzilla”

di Saveria Chemotti*

– A che velocità viaggia, la rondine Zinzilla? –

La freccia velenosa era stata lanciata dalla faccia da schiaffi del primo banco. Chioma angelica e sguardo sprezzante.

Ventisette bambini attendevano impazienti la spiegazione che non possedevo.

Eppure mi ero preparata con serietà al compito che il professore di Tirocinio mi aveva assegnato come prova finale: svolgere una lezione in una seconda classe elementare sulla storia delle rondini, un tema concordato anche con l’insegnante di ruolo.

Zinzilla era un nome a effetto. L’avevo per convincere gli alunni a usare la zeta, una tra le consonanti più ostiche dell’alfabeto. Ero molto orgogliosa di questa soluzione onomatopeica.

Il disegno alla lavagna di una rondine che planava maestosa sui tetti delle case lo aveva fatto, invece, la mia compagna di banco, dotata di una grande manualità in disegno e composizione figurativa.

Nei mesi precedenti, mi ero documentata davvero meticolosamente, consultando libri scientifici e opuscoli divulgativi scovati nei meandri delle biblioteche scolastiche e comunali (internet non esisteva!). Avevo raccolto una mole cospicua di informazioni e di particolarità sconosciute. In primo luogo le rondini appartenevano alla famiglia degli irundinini e vantavano un fisico snello, con lunghe ali appuntite, provviste di nove penne remiganti che consentivano una perfetta manovrabilità del volo, soprattutto quando, con curve veloci e picchiate improvvise, dovevano catturare gli insetti di cui si nutrivano. Conoscevo anche la lunghezza del loro corpo, (tra i 10 e i 25 cm), il peso (10 -50 grammi), e il ruolo del maschio, un dominatore per legge di natura, che esibiva la sua superiorità proprio grazie a una coda più lunga del 20 %.

Fiera dei miei appunti, avevo esordito in classe con ponderata disinvoltura, declamando i proverbi popolari più diffusi come “una rondine non fa primavera” e “san Benedetto una rondine sotto il tetto”.

Tanto per mescolare subito ottimismo e pessimismo.

Avevo mimato perfino un volo, aprendo le braccia e volteggiando con eleganza.

– Quello sembra un aereo scassato! –  Parola di capelli d’angelo.

– Filippo non essere impertinente! – aveva commentato, con una leggera vena di rimprovero, la maestra.

Lui si è guardato bene dal desistere.

Mi ha sfidata passo passo.

– Avrà le spalle lesionate a furia di tenere la mano alzata! – Rimuginavo.

Per fortuna la costruzione architettonica del nido ha catturato il suo breve interesse.

– Il maschio si indirizza velocemente verso stalle e altre costruzioni in piena campagna: rimesse, garage, porticati, abbaini, grondaie o tettoie. Individuato il posto giusto, con l’aiuto della sua femmina, assicura alla parete una specie di palla rotonda con un buco in alto, incollando con la saliva palline di materiale vischioso, fango, sabbia, ammorbidendo, in seguito, l’interno con fili di fieno o piume. Quando la costruzione è solida e protetta dalle aggressioni dei gatti o dei topi, la femmina vi deposita le uova. –

– Da tre a cinque! – ho gridato, fissando il provocatore.

Tieh! Lo avevo battuto sul tempo. Ma il furfante sempre all’erta, tamburellava le dita sul banco, per pungolarmi.

– La velocità? –

Ho inventato una breve pausa per controllare l’ansia che mi divorava e mi sono rassegnata a disegnare col gesso una mezza sfera ruvida con l’apertura al posto giusto e ancorata a un muro sgretolato. Non era un capolavoro, ma neppure una schifezza

Ingurgitando un succo di frutta al volo, ho distribuito i cioccolatini che avevo portato per addolcirli, poi, con una deviazione inattesa, mi sono soffermata ad approfondire il rapporto di coppia nelle rondini.

– Maschio e femmina si alternano a covare le uova per circa quindici giorni e, sempre insieme, si danno da fare, per un mesetto, a riempire di cibo i becchi famelici dei piccoli implumi. La cura dei rondinini è condivisa e paritaria. Quando giunge l’ora del loro addestramento al volo, incertezza e paura non sono prese in considerazione. Si deve andare. Prima uno alla volta, e poi tutti insieme. –

Si sprecavano gli ohh di meraviglia, ma il marrano sentenziò senza pietà:

– Splash! Si spiaccicheranno tutti! –

– Filippo! – Questa volta la maestra aveva alzato la voce di una tonalità.

 

Avrei potuto raccontare che le avevo osservate davvero da vicino, le rondini, quando i piccoli provavano a uscire dal nido per arrivare ai fili del telefono davanti a casa mia, in montagna… Mamma e papà si industriavano ad accompagnarli, adottando un linguaggio segreto per infondere coraggio ai maldestri volatili che correvano più volte il rischio di cadere miseramente sul selciato della piazzetta.

Non accadeva. Mai.

Borbottavano, sbattevano le ali velocemente, qualche cabrata involontaria, poi, stremati, si rifocillavano tra le ali dei genitori che, fieri, li premiavano con qualche leccornia golosa.

Un rito di potente bellezza che ho tenuto per me, fedele al rigoroso imballaggio didattico dell’argomento. Niente personalismi.

 

Allora ho riprodotto, alla meglio, il richiamo di Zinzilla, quel prit, di uso quotidiano e il siir, il grido acuto lanciato nei casi di pericolo.

Filippo è balzato in piedi, sbracciandosi:

– Forzaaa! Una specie di sirena della polizia! Siiir! Tutti insiemeee! –

Un assordante frastuono ha invaso l’aula.

Fremevo, mi appoggiavo ora su una gamba, ora sull’altra. Mordevo le labbra secche per non fuggire, mi stropicciavo gli occhi per non vedere.

Così, per darmi un contegno, ho sfoggiato un altro proverbio.

“Per San Rocco (16 agosto) la rondine fa fagotto”. Stupore diffuso.

Un brusìo accalorato ha seguito sul mappamondo il viaggio di andata e ritorno di Zinzilla, tra autunno e primavera: li avevo sedotti spiegando, grazie alle scoperte recenti, che quei maestosi volatili in frak seguivano linee magnetiche invisibili per riconoscere dall’alto i paesi, i tetti, i comignoli, percepire suoni e odori familiari, e ritrovare il nido che avevano costruito con perizia l’anno precedente.

– Tornano quasi sempre allo stesso posto, – ho garantito.

Erano sinceramente affascinati dal percorso compiuto dalle rondini per arrivare, in primavera, nei nostri paesi e per rifugiarsi, d’inverno, in quelli caldi.

– Pensate bambini che, per arrivare in Africa, devono percorrere una distanza di circa 15.000 chilometri superando anche l’immenso deserto del Sahara, difendendosi dagli attacchi feroci degli altri stormi. –

L’ammirazione per l’impresa era dipinta a colori sul loro viso.

Solo il ribaldo correva tra i banchi simulando un volo strepitante di andata e ritorno.

Pazienza. Li avevo conquistati, almeno in parte.
Ma la velocità…

Accidenti, quella era stata davvero una freccia avvelenata e imprevedibile.

Non avevo ragguagli. Non li avevo neppure cercati.

Ho tergiversato a lungo, fino a quando, spazientito, il fomentatore non catturò di nuovo l’attenzione di tutti i compagni per ritmare, a voce alta:

– Ve-lo-ci-tàààà? –

Ho mentito spudoratamente: – Più o meno 10 chilometri all’ora. –

Roteando la testa bionda, la peste ha sghignazzato:

– Corro più veloce io con la mia bicicletta…”

Una risata fragorosa mi ha seppellita.

Lo avrei fulminato.

La lezione per fortuna era giunta al termine.

Nonostante i complimenti e il massimo dei voti del professore di Tirocinio, tornando a casa riflettevo, umiliata, che mi ero fatta fregare da un pivello. L’insegnamento non era proprio per me.

In verità, passata la buriana, quell’esperienza aveva avuto anche una ricaduta felice su di me e su Zinzilla, la mia amica rondine col suo nuovo nome di battesimo.

Solo e sempre Zinzilla. Al femminile, indipendentemente dal sesso.

Attendevo con gioia il suo arrivo nel nido sotto il porticato. Le davo il benvenuto. Osservavo da vicino le sue manovre fino alla schiusa delle uova, quando un pigolio sommesso celebrava la primavera. Giorno dopo giorno, seguivo le sue evoluzioni, le picchiate verso terra se il cielo era nuvoloso, la cerimonia del volo, fino al raduno a frotte per la fine dell’estate.

Un avvertimento e un addio che sapeva di promessa.

È successo così per parecchio tempo fino a quando, mio cugino, imprecando perché gli escrementi lordavano la capote della sua spider nera parcheggiata sotto il portico, non ha demolito, con rabbia, il nido cacciando via Zinzilla per sempre.

Da allora non è più tornata.

Inutile cercarla nei dintorni. Inutile attendere il suo volo rassicurante fino al portico.

Qualche anno più tardi, alla morte dei miei, quando non ho più potuto fare ritorno nelle stanze in cui sono nata, ho condiviso il suo stesso destino e ho compreso il suo smarrimento.

I detriti del nostro nido sono sparsi sull’acciottolato: casa, infatti, è solo dove ci vogliono bene.

Perché, come scrive Montale, “tendono alla chiarità le cose oscure”.

 

Adesso, in città, ogni primavera è diversa dall’altra, ma di una cosa sono sicura: se guardo il cielo posso vedere ancora la sua piccola sagoma, inconfondibile, con la coda biforcuta e un volo fatto di splendidi cerchi.

A una velocità compresa tra i quaranta e i cinquanta chilometri all’ora.

Lo avrà scoperto anche Filippo, ormai.


Chemotti* Scrittrice

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