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Il racconto della domenica. “Attempata”

di Saveria Chemotti*

Era il solito sabato del supermercato.

Ci andavo con Francesca, la mia collega insegnante, (istituto tecnico-linguistico; lei matematica e scienze, io italiano e storia), per scambiare quattro chiacchiere spingendo il carrello. Tra noi fioriva qualche pettegolezzo sul consiglio di classe che organizzava la didattica in modo balzano, tenendo conto più delle esigenze personali dei docenti che delle urgenze degli studenti.

Classe difficile la nostra terza D, la maggioranza era rappresentata da ripetenti, ragazze e ragazzi con poca voglia di far bene, autostima pari a zero, famiglie dissestate, ma smartphone ultimo grido, jeans bucati, mappe di tatuaggi, capelli variopinti. Eppure a spingere sull’acceleratore molti avevano imparato ad ascoltarci, a digerire i nostri rimbrotti censori, a inseguirci lungo il vicolo ripido che li avrebbe condotti alla promozione.

Frutta, verdura, poca carne, pasta di grano duro, uova, detersivi, pesce surgelato. Poco pane. Un barattolo di Nutella per le crisi affettive di astinenza. Tutto sarebbe finito pigiato nei sacchetti di plastica riciclabile che si rompevano solo a guardarli. Pagato il conto, sempre salato, ci saremmo divise le spese, donato, come di consueto, un euro all’extracomunitario gentile che ci aiutava con i fagotti e, poi, una sosta al bar d’angolo per un succo di melograno. Rosso ghiacciato. Una tradizione.

Sarebbe stato il solito rituale. Ma questo non era il solito sabato.

Vicino alla panchina di legno che ospitava spesso i vecchietti del quartiere, faceva bella mostra di sé un signore di mezza età, giacca blu aperta su una camicia bianca, pantaloni grigio perla, massa di capelli ricci brizzolati su occhi corvini, barba del giorno prima, due spalle tornite, mani mobilissime, un sorriso da cinquanta denti, smaltati di fresco. Brillanti, disponibili e incoraggianti. I denti. Il resto era lasciato alla fantasia, ma una veloce radiografia gli attribuiva il massimo dei voti.

Dirigeva con rapidi cenni una piccola squadra di giovani che raccoglievano prodotti per il Banco Alimentare. Si erano ormai accumulati parecchi scatoloni di viveri per le mense popolari o le parrocchie a sostentamento dei poveracci. Era una consuetudine che si ripeteva un paio di volte all’anno e la gente partecipava volentieri.

Si rivolse a noi due con eleganza, consegnandoci un sacchetto bianco con la scritta in rosso dell’associazione di volontariato che si occupava della raccolta: «Conto sulla vostra generosità. Ci sono molte persone che aspettano il vostro contributo.»

Aveva un timbro di voce paralizzante. Unito allo sfoggio dei denti era un completo da urlo.

«Vorrei essere il suo spazzolino, il suo dentifricio», sbottai, guardando sottecchi Francesca.

«Datti un contegno, prof. Stai sbavando senza decenza. Sei una signora attempata ormai. Non renderti ridicola!» commentò, sconcertata.

«Attempata». Che cosa significava, «attempata»? Che avevo tanto tempo alle spalle e poco davanti? Non serviva il vocabolario della Crusca per decrittarne il significato molesto.

«Antipatica! Una botta di vita sarebbe terapeutica. Nonostante l’età, i miei ormoni navigano ancora a mille. E poi ho sessant’anni. Non centoventi. E sono single da troppo tempo.»

«Allora ti basta un uomo purchessia?»

Francesca mi squadrò con un’aria di compatimento condita con il sarcasmo che non lesinava quando era al top. Quindi fuori da scuola.

Furono spese frenetiche, sceglievo i prodotti spuntandoli dall’elenco che mi ero preparata a casa. Uno nel carrello e l’altro nel sacchetto bianco che ben presto strabordò di confezioni varie denunciano la sua limitata capienza. Un sacchetto non bastava. Dovevo assolutamente uscire a prenderne un altro, forse due. Mi raccontavo che era un imperativo morale, un gesto di vicinanza autentica a chi stava peggio di me, ecc. , ecc.

Lui mi guardò, mi porse altri sacchetti con grande entusiasmo: «fossero tutti come lei, signora…grazie….» «Laura» sospirai. «Mi chiamo Laura». Senza alcun preavviso mi sfiorò la mano con un bacio. Stavo per svenire.

«Benedetto: fossero tutti come te», sillabai, tornando nel supermercato ancheggiando con dignità per mascherare la sciatica.

Lo scontrino lungo mezzo metro, il bancomat infuocato e le imprecazioni di Francesca, che marcava il mio stato di emotività fuori controllo, fecero dissolvere ben presto l’atmosfera fantastica in cui mi ero rifugiata. Mi mancò il coraggio di chiedergli il recapito telefonico dell’associazione.

In fondo una donna elegante non fa mai il primo passo. Anche se..

Mi impegnai a sognarlo per molte notti, mi accarezzai a lungo quella mano con malinconia e passione; neanche avesse le stimmate.

Qualche settimana dopo, (il cielo mi assisteva), lo vidi passare sul marciapiede davanti alla scuola. Allora era destino. Doveva certo abitare nei paraggi perché portava due borse della spesa stracolme di viveri. Dovevo approfittarne. Vigilare, controllare l’orario, ispezionare i palazzi vicini. Ero eccitata. Uno strano spasmo mi bucava lo stomaco. Una sensazione che non avevo provato neppure in gioventù. Anzi, che non mi ero mai permesso di provare.

«Sarà la teresina. Un colpo di testa prima del silenzio tombale dell’erotismo», mi dicevo, appellandomi alla mia notoria intransigenza morale.

Cronometrai i suoi spostamenti; passava sempre alla stessa ora: doveva per forza vivere in quella zona.

Decisi di sfidare la sorte: chiesi un permesso alla preside che mi affibbiava quotidianamente incarichi suppletivi, fingendo un appuntamento urgente da uno specialista. «La gastrite?  Anche tu senti la primavera, come me? Ti capisco, cara. Vai pure.»

Lo attesi dietro il palazzo e mi avvicinai sorridendo sfacciatamente. Mi ero fatta carina: parrucchiere, manicure, tacco dieci, un tubino blu con una sciarpa a fiori, un velo di rossetto. «Che sorpresa rivederla! Che piacere. Soddisfatto della raccolta per il Banco Alimentare?»

Mi fissò strabiliato come per fare chiarezza nella nebbia.

«Scusi signora, non mi ricordo di lei. Ci conosciamo?» «Sono Laura. Al supermercato di via Forcellini…»

Non un fiato, non un gesto.

«Devo per forza cadere ai tuoi piedi?» mugugnavo, perplessa. E così fu. Per offrirgli la mano, inciampai rovinosamente sul marciapiede, con un goffo movimento da improvvisata seduttrice.

Non mi aiutò a risalire, non mi prese tra le sue braccia, non mi sfiorò neppure. Labbra appena mosse.

Dove aveva nascosto quei denti?

Senza scomporsi, chiamò un’ambulanza e mi consegnò nelle mani di un solerte paramedico. Poi, scuotendo la sua testa riccioluta: «Stia tranquilla signora. Nulla di grave. Io sono un ortopedico: lei ha bisogno di un gesso e di altre medicazioni urgenti.»

La sirena incorniciò il mio idillio solitario: quaranta giorni di immobilità e due stampelle. Per molti pomeriggi Francesca si divertì a mortificarmi. La meschina mi aveva portato perfino uno spazzolino nuovo e un dentifricio anticarie.

«Non si sa mai.»

Ecco cosa significava attempata.


Chemotti*Scrittrice

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