Lettura di Ferragosto: “Kafka e lo shamano”

di Monica Benucci*

Quel sabato mattina Alfio si svegliò per esaurimento del sonno. Ancora torpido, visitò il   bagno, scese le scale e sul tavolo rustico della cucina trovò un biglietto:

«Sono uscita a fare due passi, però ti amo. Un bacio.»

Il messaggio era scritto sulla pagina strappata di un’agenda dell’anno precedente e si concludeva con un cuore vuoto disegnato a penna.

«Che situazione», pensò.

In quel momento ricordò cos’aveva sognato quella notte. Il maggiolino dei pini gli comparve di nuovo nitido nella mente. Polyphylla fullo. Scudo marmorizzato, grandi antenne a ventaglio: un maschio senza dubbio.

Cercò di ricordare le frasi. Il maggiolino gli aveva trasmesso un’idea, più che parole precise. Dopodiché, si era trasformato in un coguaro accovacciato. Lentamente, il puma si era drizzato sulle zampe e infine l’aveva fissato negli occhi, come un attore che inaspettatamente volga lo sguardo alla telecamera.

«Non è che non ti credo, è che hai lo zelo del neoconvertito.» Questo aveva commentato sua moglie qualche giorno prima, quando Alfio le aveva raccontato del libro che stava leggendo. L’autore si definiva uno shamano e sosteneva che i sogni provengono da una dimensione parallela. Tutti viviamo anche laggiù senza saperlo e le immagini oniriche traghettate nel nostro mondo racchiudono messaggi evolutivi.

Alfio si era convinto subito. Così aveva cominciato ad annotare in un taccuino tutte le storie e i personaggi che incontrava nella terra della notte.

Rispetto a quand’era in terapia, la piega di quegli appunti era diversa. Lo shamano scriveva che i sogni provengono da un luogo più vasto di quello che siamo soliti abitare. Che possiamo considerarli una nostra creazione, ma la questione è chi siamo noi. «Pensatevi come la punta di un iceberg», suggeriva l’autore.

Questa frase aveva fatto scattare un click nella mente di Alfio, uno schiocco che aveva preso a risuonare in tutto il suo essere.

Mentre caricava la moka, la posava sui fornelli e accendeva il fuoco, pensò che il maggiolino dei pini era lui adesso. Grande scarabeo notturno attratto dalla luce. Vive in montagna, di giorno si mimetizza sul tronco dei pini e muore nell’arco di un mese.

Si sedette di nuovo sulla sedia rustica, che, come il tavolo e tutta la casa, era stata scelta da sua moglie in stile tirolese.

Alfio aprì una brioche confezionata e cominciò a mangiarla mentre il caffè saliva.

Franca adorava la montagna, le era sufficiente raggiungere quota 1000 metri sul livello del mare per sperimentare effetti superiori al dosaggio massimo di Citalopram, noto ansiolitico e antidepressivo. Per contro, il caldo poteva provocarle crisi di panico. Memorabile quella volta al ristorante di Francavilla al Mare: Alfio aveva dovuto chiamare il 118 temendo un attacco cardiaco.

«Ansia», gli aveva rivelato sottovoce il medico dell’ambulanza, «il cuore di sua moglie batte ancora per lei». Con un sorriso compiaciuto per il motto di spirito, il medico aveva consigliato una terapia farmacologica.

Eppure, prima del matrimonio – Alfio lo ricorda bene – il caldo non era mai stato un problema grave. Per i tre anni di fidanzamento, pur senza grandi entusiasmi, Franca l’aveva sempre seguito al mare.

Poi, la nascita di Serena aveva sconvolto tutto. Gli avevano detto che i figli modificano le dinamiche di coppia, ma una roba del genere non se l’aspettava. Più la bambina cresceva, più l’ansia della madre saliva. Al crescere dell’ansia, aumentava l’attaccamento della madre alla figlia e l’allontanamento dal marito. La moglie sembrava cieca a questa marea che li stava inabissando, mentre Alfio la osservava incredulo. Aveva cercato di convincere Franca ad entrare come lui in terapia, ma lei aveva sempre opposto un’inoppugnabile resistenza e gestiva i suoi attacchi di panico alla stregua di un’allergia: bastava evitare le cause scatenanti, eludere il caldo – e in caso di emergenza prendere per qualche tempo una compressa di Citalopram al giorno.

D’altra parte, dopo due anni dallo psicologo – vale a dire, dopo quasi 8.000 euro – quali risultati poteva vantare Alfio? Le difficoltà nel rapporto con la moglie e la figlia permanevano intatte. Così, senza drammi e attraverso graduali smottamenti, Alfio era stato estromesso, messo all’angolo come un essere per sua natura incapace di comprendere il femminile.

Da quando avevano acquistato la casa di Camporovere, ogni venerdì sera Franca si trasferiva in montagna per il fine settimana. Alfio seguiva lei e Serena per forza d’inerzia, ma col tempo aveva maturato un’avversione al clima montano. Proprio quella passione della moglie, pensò, lo stava aiutando a capire le sue vere inclinazioni: lui amava il mare, il sole anche bruciante e nuotare. Prima della trasformazione della sua ex-fidanzata in una madre ansiosa, dalla passeggiata compulsiva e in costante moto orbitale attorno alla figlia, Alfio aveva una percezione approssimativa di se stesso.

Prese con cautela la moka per il manico.

Versò il caffè nella tazza grande, aggiunse due cucchiaini di zucchero e mescolò. Con un piccolo attrezzo elettrico comprato online, montò il latte in un bicchiere e lentamente travasò la schiuma nel caffè.

Il confronto così intenso e traumatico con Franca dopo la maternità stava trasformando anche lui in un altro uomo.

Amava svegliarsi tardi, fare colazione a casa e avere tempo per pensare a lungo.

Amava il mare.

Amava leggere e sognare.

Amava gli animali.

Amava andare al cinema e viaggiare in aereo.

Amava fare giochi di parole.

Ma prima della nascita di Serena non ci faceva caso. Credeva di potersi adattare un po’ a tutto. Con questo spirito aveva superato il concorso in Regione, Settore Ambiente e Territorio. In realtà detestava quel lavoro almeno quanto a Franca, un’insegnante di lettere part-time, l’impiego del marito dava sicurezza e senso di normalità. Soprattutto, Franca voleva sentirsi come gli altri.

Quando si erano incontrati, Alfio credeva di condividere questo bisogno di appartenenza, ma ormai aveva compreso l’errore: quelli di Franca e i suoi erano impulsi dall’aspetto simile, ma con radici profondamente difformi.

Tutte le mattine, anche i fine settimana, anche in vacanza e in montagna, Franca si alzava presto e usciva. Di solito faceva colazione al bar e poi s’infilava in qualche negozio. Spesso si portava dietro Serena che, raggiunti i sette anni, sapeva già dare consigli di abbigliamento alla madre.

Franca aveva spiegato al marito che a casa si sentiva soffocare, ma lo amava comunque. Non stava fuggendo da lui, aveva solo bisogno d’aria.

Così, mentre lui ancora dormiva, anche quel sabato mattina a Camporovere lei era uscita dal letto di soppiatto, aveva svegliato Serena, si erano preparate insieme facendo pianissimo e Franca aveva vergato l’ennesimo biglietto. Vado, però ti amo.

A differenza della moglie, Alfio non credeva a una parola di quei foglietti.

Mentre sorbiva il cappuccino fatto in casa, cominciò ad annotare il sogno di quella notte sul taccuino. Poi strappò una pagina dalla vecchia agenda che stava sulla credenza come carta da riciclo e scrisse un appunto.

Alla fine posò la penna, rilesse le frasi appena composte e non ebbe alcun dubbio.

Franca e Serena rincasarono mentre Alfio stava per uscire.

«Vado a fare due passi», disse lui.

Franca rise. «Ti ho contagiato.»

«C’è un messaggio sul tavolo per te.»

Lei rise di nuovo. Alfio prese le chiavi, il portafoglio e uscì.

Franca vide il messaggio sul tavolo, prese in mano la pagina dell’agenda e lesse:

«Stanotte ho sognato di essere uno scarabeo che diventa un puma.

Domani vado al mare.

Gregor Samsa non aveva letto Kafka e lo shamano.»


*Docente Piccola Scuola di Scrittura creativa – Padova

Rispondi