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La lettura della domenica. “Il catechismo di Pippo”

di Saveria Chemotti*

Non aveva figli Luisa.

Le avevano strappato l’utero, giovanissima, dopo una devastante emorragia.

Si sentiva spesso una donna a metà ma, col tempo, era riuscita a riempire la sua vita di amore per gli animali senza sentirli surrogati di altri desideri. Per questo, ottenuta la pensione per l’onorato servizio come insegnante, si era ritirata in una casupola in riva al mare, nelle vicinanze del Delta del Po, là dove acqua dolce e acqua salata si alternavano in una convivenza felice.

Adorava la spiaggia, i canali, il verde che si trastullava con le infinite varietà di azzurro.

Pepe era il suo ultimo partner, un cucciolo di cocker nero grigio che l’accompagnava nelle sue lunghe passeggiate e le dava la buona notte ogni sera, leccandole teneramente le mani.

Fin da piccola si era circondata di gatti e di cani, suscitando i rimbrotti severi dei genitori. Il sottoscala era un rifugio per i randagi e gli emarginati.

Un presagio?

Nella casa di fronte alla sua, al di là del canale, da qualche anno abitava una famiglia piemontese trapiantata nella Bassa per la coltivazione delle cozze, piatto tipico della zona. Due sposi di mezza età molto cordiali, con un unico figlio, Filippo, Pippo per gli amici, un ragazzino vivacissimo di dieci anni che veniva spesso a farle visita per giocare col cane che lo accoglieva mugolando di gioia e strofinandosi sulle sue gambe in attesa del consueto bocconcino.

Per contrattare con la madre Rossella, una donna molto energica, qualche momento di svago da dedicare a Pepe, il pomeriggio la peste si impegnava allo spasimo per finire in fretta gli odiati compiti per casa.

– Devi fare ancora merenda! – gli gridava la mamma vedendolo inforcare di corsa la bicicletta.

– Me la offre la signora Luisa, così la mangio assieme a Pepe. Gli porto qualche briciola della tua focaccia. Lui impazzisce di gioia. –

– Attento alla strada! Torna prima che faccia buio! – erano le raccomandazioni che si diffondevano sul pianoro davanti alla passerella.

Avevano fatto subito amicizia Luisa e Filippo, superando entrambi la loro timidezza, rispetto da un lato, paura dei legami dall’altro. Pepe li rincorreva accennando perfino a qualche timido tentativo di immersione nell’acqua, quando li vedeva correre sulla battigia.

Poi desisteva e si sdraiava sullo stuoino colorato accanto alla ciotola d’acqua dolce per ascoltare i loro discorsi fitti fitti.

Pippo-Pepe era anche un gioco onomatopeico: un travaso di identità

Quel pomeriggio però Pietro era annuvolato. Sbocconcellava il suo filone con la Nutella, senza entusiasmo. Qualcosa lo preoccupava.

Luisa lo convinse a entrare in casa. Era abilissimo coi videogiochi e lei ne aveva scaricato uno nuovo sul computer per fargli una sorpresa.

Lui la ringraziò col consueto “batti cinque”, ma si divertì per poco tempo, controllando di frequente l’orario sulla pendola antica del salotto.

– Devo andare a catechismo. Mi preparo per la prima Confessione e Comunione. Se arrivo in ritardo sono guai. Ci vediamo domani, se non disturbo. –

– Ti aspettiamo, caro. Lo sai. –

Tornò due giorni dopo tirato a lucido. Era stato con la madre a comperarsi il completo per la cerimonia ed era passato anche dal barbiere per farsi tagliare i capelli.

– Sembri davvero un ometto – lo accolse Luisa, tenendo a bada da Pepe che voleva essere il primo a festeggiare il ritorno del suo compagno di giochi.

– La mamma le manda questi biscotti. Li ha preparati per la mia festa. Sono squisiti. Posso darne uno a Pepe, così smette di mugolare? –

– Se mi racconti che cosa ti preoccupava l’altro giorno te lo concedo, ma solo per stavolta… lo sai che i dolci gli cariano i denti. –

– Possiamo andare fuori a camminare, così mi vergogno meno? –

– Andiamo. Metti la bici in garage, è più riparata. –

La lunga striscia di sabbia li accolse e il frusciare lento delle onde li accompagnò.

– La mia mamma dice che tu sai tante cose perché hai studiato. Forse puoi aiutarmi a togliermi qualche dubbio. Tra poco io devo andare dal parroco a confessarmi, ma io non so cosa dirgli. Ho fatto un riassunto dei miei peccati, ma non mi sembra di averne molti, tenendo conto dei comandamenti. A messa ci vado, non bestemmio, non ho ammazzato nessuno e non farei male a una mosca. Qualche volta ho risposto male alla mamma, non gli ho raccontato che la maestra mi ha dato un cinque in geometria, ho rubato un Topolino a mia sorella, ma gliel’ho ridato dopo averlo letto.

Però non capisco cosa significhi “non desiderare la donna di altri” a meno che non si tratti della domestica dei nonni che mi prepara torte con le mele e io vorrei che vivesse con noi perché tiene in ordine perfetto la casa senza brontolare quando mi tolgo le scarpe da ginnastica sul tappeto.

La nostra donna invece è una lagna che mi costringe a lavarmi le mani prima dei pasti e quando non c’è la mamma strilla che sono uno zingaro perché mi piace avere i capelli col ciuffo e la collana con il teschio come i miei compagni. –

Claudia riusciva a fatica a trattenere le risate.

Toccava proprio a lei discettare su argomenti che non aveva risolto, come il decalogo scolpito a fuoco sulle tavole di Mosè. Troppo vecchie e parecchio astruse alcune norme secondo lei: la violenza della storia aveva proposto ben altri peccati mortali, assai più gravi e poco confessati. Ma assunse un atteggiamento di severa comprensione.

– Senti caro, – lo tranquillizzò – tu farai una bellissima figura col parroco e con te stesso. Trovo riprovevole il comportamento che assumi a volte con tua madre e tua sorella a cui devi molto rispetto anche tenendo in ordine la tua cameretta e lo stesso vale anche per la domestica che sfacchina per rendere la tua casa pulita e decorosa. Per il resto non mi pare ci sia altro da temere. Sei un ragazzino onesto e coraggioso e imparerai a rispettare tutte le femmine, a cominciare dalle tue compagne di scuola, dalle tue amiche. Alla tua età io non sarei stata in grado di fare un’analisi così accurata delle mie mancanze. E ti assicuro che di marachelle ne ho commesse parecchie e ho recitato tante avemarie per chiedere perdono al Signore. –

Pietro la osservava senza perdere una sola parola.

– Ha proprio ragione la mia mamma che tu sai spiegare bene le cose. Come quando mi hai aiutato a studiare la grammatica dei verbi e ho preso nove nella verifica. Mai visto un nove sul registro, io, fino a quel momento. Adesso mi arrangio abbastanza, anche se i trapassati non so ancora a cosa servano.  In un fumetto ho letto che si chiamano così anche i morti. Che c’entrano con la grammatica dei verbi?-

Luisa si tratteneva a fatica dall’abbracciarlo.

– Sei impertinente qualche volta. Fai il furbetto, ma non ci casco… Mi raccomando però non smettere di studiare. Se vuoi fare il veterinario devi impegnarti fin da adesso. Con grinta come quando fai le gare in bicicletta. Ti vedo, sai, birbante, sull’argine con i tuoi compagni, mentre pedali come un pazzo anche quando sale la nebbia. Dovrai confessare anche le bugie che racconti…eh? Adesso torniamo a casa che il sole sta scendendo in acqua. Ti accompagno fino alla passerella così non fai il monello…- – Avrei un’altra domanda da farti, prof. ma ci penso stanotte. Non so se sia il caso… anche se mio nonno dice sempre che è meglio cavare il ragno dal buco prima che faccia la ragnatela. Ci penso e domani torno a trovare Pepe. Gli porterò un osso di gomma per lisciare bene i denti. L’ho visto in un negozio davanti a scuola e nel salvadanaio ho i soldi giusti per comperarlo. –

– Te la do io la mancia se prendi un altro bel voto. Magari in geometria… –

– Non vedrò mai una lira – replicò mogio – per me tutte quelle regole sono una tortura. Io voglio studiare gli animali e non quelle figure astruse. E poi gli angoli acuti, retti. Gli ottusangoli. Si chiamano così perché sono i più scemi? –

– Ti stropiccerei i capelli, ma rovinerei il capolavoro del barbiere. Il ciuffo però lascialo ricrescere. Ti dona e mette in risalto quegli occhi da furbetto. –

Era sempre un’avventura starlo ad ascoltare. Ravvivava la conversazione con improvvise virate. Al volo. Come i gabbiani sul pelo dell’acqua.

Lo salutò controllando che arrivasse in terraferma.

L’abbaiare triste di Pepe interpretava ogni volta la malinconia della separazione.

Il giorno dopo diluviava: si erano aperte le cataratte del cielo e Pippo si era rassegnato a smanettare col computer di Luisa ingurgitando un sacchetto di chips al pomodoro acquistato alla cooperativa.

– Sono indigeste. Non essere così vorace. E smettila di rifilarne alcune sotto il tavolo a Pepe. È sdraiato sui tuoi piedi con le bave alla bocca…  ha già fatto una pozzanghera sul tappeto persiano… Non vorrei chiuderlo in terrazza per salvarlo dalla tua generosità. Bel veterinario se poi gli provochi la diarrea e io devo correre in spiaggia per ripulire il disastro! –

– Scusa prof. Hai ragione. Sai che non resisto al suo mugolare. Adesso mi sposto così parliamo. Ho ancora un problema sullo stomaco. Più pesante delle patatine. Ho provato ad accennarne alla mamma ma mi sono beccato due sonori schiaffoni. Tu ti scandalizzi facilmente? –

– Oddio. Dipende, ma ho imparato ad ascoltare prima di giudicare. Sai con l’età sono diventata più saggia… E poi insegnare ai ragazzi comporta una buona dose di ironia e di tolleranza…Dimmi pure.-

L’atmosfera si era fatta improvvisamente tesa, l’imbarazzo si tagliava col coltello.

– Allora – cominciò Pippo – con gli occhi al pavimento – Mi spieghi cosa significa “Non commettere atti impuri”? Io credevo che si trattasse di non fare più le scorregge, le puzzette in faccia ai compagni e di non partecipare alle gare di rutti nei gabinetti della scuola. Quando l’ho confidato in classe al mio migliore amico sono diventato una barzelletta.

– Sei una Pippa! – ha dichiarato prendendomi in giro davanti a tutti. Poi mi ha confidato panzane sul pisellino e la passerina, che io conosco benissimo, ma non capisco perché adesso che devo confessarmi siano diventati impuri. Io mi lavo sempre dopo aver fatto pipì e la passerina di mia cugina mi sembra una lumaca schifosa. Non la toccherei mai. Tu che mi dici? –

Era rosso paonazzo fino ai capelli, sbrodolava saliva e incespicava sulle parole.

– Potessi seppellirmi – pensava Luisa che non sapeva davvero che pesci pigliare. La storia delle api e dei fiori era ridicola. Ma rabbrividiva all’idea di un’educazione sessuale improntata sulle barzellette oscene.

– Dovresti parlarne con la mamma. Perché non lo fai? –

– Perché mi spedisce in camera per punizione. E non posso più tornare qui per tanti giorni. Tu ne sai qualcosa di questa impurità e del peccato mortale? –

Virò con dolcezza sul sentimento che unisce due persona che si amano e che si completano, senza dilungarsi in particolari delicati.

– L’impurità è nei nostri cuori quando facciamo soffrire chi ci vuole bene. Pisellino e passerina sono due parti del corpo per distinguere maschi e femmine, senza che uno sia meglio o più importante dell’altra. Insieme fanno una coppia e costruiscono un mondo pieno di cose belle. Lo capirai crescendo, per il momento pensa a non offendere la tua bellezza e quella della natura. Il testo dei comandamenti è molto vecchio e noi dobbiamo saperlo interpretare. Tutto può essere vero senza essere esatto. È una questione complicata che si può risolvere con semplicità. Vedi com’è variabile il Delta? Acqua, sabbia, terra, alberi, animali. Tutto insieme è un panorama stupendo. E noi ne siamo parte. Hai capito? –

Luisa aveva arrabattato un discorso arrampicandosi su sentieri che non aveva ancora ben esplorato per sé stessa. Il mistero della vita, l’universo sconosciuto, l’eternità delle parole scritte nella Bibbia, erano sempre stati ostacoli insormontabili e aveva preferito dilazionare le situazioni che richiamavano temi dottrinali. Si rifaceva più volentieri all’esperienza e alla moralità elementare della sua gente.

Filippo la osservava con perplessità. Capiva di averla messa in imbarazzo.

– Fai una partita con me? – le chiese a bruciapelo. –Tanto ti batto sempre perché con questo schema di gioco sei un po’ imbranata. Grazie per le tue spiegazioni. Torneremo a parlarne perché tutto, proprio tutto, non mi è chiaro. Non ho capito bene cosa intendi quando parli di vero e di esatto. Non sarà ancora una questione matematica? Ho l’impressione che non sia tanto chiaro neanche a te. Ma certo mi sbaglio. O pensi anche tu che le mie siano fisime senza importanza? –

– Penso che tu abbia una gran bella testa e che il tuo confessore troverà pane per i suoi denti. Io non vorrei essere al suo posto. Però domenica vengo alla messa solenne. Voglio guardarti mentre avanzi verso l’altare. Sarò orgogliosa della tua amicizia. –

– La mamma ti inviterà al rinfresco. Tu fai finta di non saperlo. Un segreto più o meno…O devo confessare anche questo? –

-Vaiii. Altrimenti devo ricominciare da capo. Ti stanno aspettando per cena. Comunque io mi comprerò un abito firmato. Voglio essere elegantissima per farti festa. Vaiii! –

Lo accompagnò con gli occhi mentre attraversava la passerella con le mani svolazzanti in segno di saluto. 

Si rigirò nel letto mille volte, quella notte. Commozione e risate l’assediavano.

Anche Pepe era stranamente irrequieto.

– Dovrò per forza ripassare il Catechismo, rileggere la Bibbia, aggiornare le mie scarse nozioni di teologia, per evitare nuove figuracce. – si ripeteva burlandosi di sé.

Pietro non si sarebbe certo accontentato per molto tempo di surrogati.

Quanto a vincere una partita al computer…

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