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Il Governo e il Veneto, Salvini-Zaia e le elezioni regionali

di Giorgio Gasco*

Ognuno è artefice del proprio destino (cit. Appio Claudio il Cieco). Così il console-censore definiva l’Uomo Faber: quello che fai pregiudicherà il tuo domani. Il governatore del Veneto si è costruito in più di vent’anni di onorato servizio il posto che oggi occupa al vertice delle Regione. Lo ha fatto politicamente, lo ha fatto da amministratore pubblico fin da quando era presidente della Provincia di Treviso.

Ora, Luca Zaia in vista del possibile terzo mandato, si trova ad un’altra svolta della sua carriera. Le conseguenze della crisi in cui versa il governo nazionale, e anche la Lega dopo la rottura del contratto con Cinquestelle, non mancheranno di abbattersi sulla periferia dell’impero, soprattutto in quelle parti dove a breve (Umbria, Calabria, Emilia Romagna entro l’anno) e la prossima primavera (Veneto) gli elettori saranno chiamati alle urne per scegliere i rispettivi governatori. Il leghista veneto ha di suo (un crescendo di preferenze dal 2010 a oggi) e potrebbe anche infischiarsene del valore aggiunto rappresentato dal “Comandante” Matteo Salvini. Però, l’archiviazione dell’esperienza di governo, per un errore strategico-temporale da parte del “capo”, e il conseguente ritorno alla momentanea opposizione sta facendo suonare più di qualche campanello di allarme in casa del Carroccio, e non solo a Nordest. Certo, da Roma non arriva ancora alcuna parola definitiva: accordo Cinquestelle-Pd; frenata da parte Di Maio che inspiegabilmente alza la posta in gioco; i dem che si adombrano dopo il momentaneo ringalluzzimento don l’idea di tornare alla guida del Paese, seppure in coabitazione con i pentastellati. Insomma, il tradizionale caos italico. Ed è in questa incertezza, alla quale il Capo dello Stato dovrà porre fine nelle prossime ore, che Salvini confida di poter tornare alle urne, come continua a chiedere a gran voce, e quindi fare tornare i conti a suo vantaggio nonostante i sondaggi diano il Carroccio in calo proprio a causa dell’errore strategico. Ma non ci sarebbe da stare molto allegri neppure in questa situazione: se non cambia la legge elettorale il Paese andrebbe sì alle urne, ma si ritroverebbe in una situazione di ingovernabilità come già accaduto nel marzo dello scorso anno. Unica soddisfazione per il “Comandante” sarebbe quella di non perdere l’orientamento sulla strada intrapresa per la trasformazione della Lega in partito nazionale (dopo avere addirittura abolito la parola Nord al logo del partito), facendogli togliere la “camicia di forza” di movimento del Nord.

E’ questo il perno sul quale ruota il futuro politico di Salvini, ma anche dei suoi governatori. Se il progetto di mutazione non potesse essere perseguito, le difficoltà politiche si scaricherebbero proprio sulle amministrazioni ora in mano ai leghisti, anche se le logiche che determinano il voto da parte degli elettori sono diverse a seconda del livello della competizione elettorale.

La sintesi è: se Salvini è al governo, fa da traino al partito in periferia, al contrario ci sarebbe il venir meno dell’assonanza utile, innegabile dirlo, allo svolgersi dell’azione dell’amministrazione locale con il ritorno dell’impressione che la Lega si ritiri nuovamente al di sopra della linea Gotica. Un supporto reciproco necessario, dunque, utile nei due sensi di marcia per legittimare l’azione di governo e per rassicurare gli amministrati sulla forza dell’azione stessa.

Nel caso andasse in porto l’esperimento Pd-Cinquestelle, la Lega si troverebbe in enorme difficoltà. Certo, è il ragionamento di Salvini, visto il precedente non è detto che l’accordo a sinistra duri: magari dem e pentastellati andranno avanti un po, “qualche mese, un anno” rassicura il suo popolo il leader leghista, “ma poi torneremo noi a guidare il Paese”. E su questo potrebbe aver ragione. Come si comporterà questa nuova, ipotetica alleanza sul decreto sicurezza bis-immigrazione, sul reddito di cittadinanza, sul taglio dei parlamentari (Pd contrario), sulle infrastrutture, sulla legge di bilancio e sull’autonomia?

Già, l’autonomia del Veneto sancita con un referendum voluto da Zaia e al quale due milioni 300mila veneti hanno risposto “sì”. Il governatore ci ha messo la faccia, ha sfidato il mondo intero al motto “questa è la madre di tutte le battaglie”. Ora, a quasi due anni dalla consultazione popolare nulla è stato ancora incassato. Non per colpa sua, sia chiaro: ce l’ha messa tutta, con il suo noto pragmatismo. La strada poteva essere considerata agevole, proprio perché uno degli interlocutori romani era il “Comandante” padano. Ma le cose nella capitale non sono progredite nel senso desiderato e forse il governatore veneto ha di fatto portato pazienza per non creare a Salvini altri problemi oltre a quelli che già doveva affrontare quotidianamente per rispettare il contratto con Di Maio. Per mesi l’indice è stato puntato contro i cinquestelle, accusati dalla Lega di non voler concedere un sacrosanto diritto che, seppure sancito dalla Costituzione, incide pesantemente sull’ordinamento che va dunque riformato con leggi parlamentari. Di qui il balletto delle accuse più svariate: l’autonomia crea cittadini di serie “A” e serie “B”, la sanità avrebbe due velocità inaccettabili, i costi standard, la scuola… tutto metterebbe in contrapposizione Nord-Sud. Accuse ribaltate da Salvini (forse un po’ blandamente”, letto da qualcuno come scarso interesse al tema) e da Zaia con i suoi esperti costituzionalisti (con più determinazione).

Ovviamente l’autonomia è una delle carte che Zaia ha nel mazzo da giocarsi in vista delle elezioni regionali del 2020. Lui crede alla definizione dell’Uomo Faber: è stato in prima linea durante le catastrofi naturali che hanno colpito la regione portando il Veneto all’attenzione dell’interesse nazionale; ha portato a casa, seppure con enormi difficoltà, la Pedemontana; ha garantito al Veneto le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026; ha portato il Prosecco nel patrimonio dell’Unesco; ha forzato la mano per scongiurare la carenza di medici in corsia. Insomma, ognuno è artefice del proprio destino per costruire il proprio futuro. Ma forse il governatore non ha messo in conto che l’alleanza Lega-M5S avrebbe potuto saltare in un momento sbagliato, scelto dal “Comandante” in modo superficiale. Tutt’altra storia avrebbe potuto scriversi se la ”scrivania” fosse stata rovesciata subito dopo le europee che hanno sancito una Lega super-vincente, con il raddoppio dei consensi rispetto alle politiche del 2018.

Ora, le cose sono quelle che sono e senza nuove elezioni subito, Zaia qualche piccolo problema potrebbe averlo il prossimo anno anche se la sua personale popolarità è in ascesa da dieci anni a questa parte. Chi è vicino alle alte stanze della Lega fa sapere che aleggia una certa titubanza di Salvini verso chi dimostra di avere troppa autonomia. E’ cronaca, la polemica, tenuta abbastanza in sordina, seguita alla formazione delle liste delle politiche 2018 quando più di un leghista veneto non mancò di segnalare l’assenza di uomini di Zaia. E’ cronaca l’attendismo di Salvini sul tema dell’autonomia del Veneto nei confronti di Di Maio & C., mai sfociato in prese di posizione dure e magari in aut aut. Sempre nell’elenco delle ipotesi, se il patto dem-cinquestelle resiste e riesce ad essere accattivante per l’elettorato di sinistra, la possibilità di una alleanza alle regionali rischia di concretizzarsi nonostante i pentastellati veneti abbiano già escluso tassativamente e con sdegno il “matrimonio”. Inoltre da parte del Pd il ritorno al governo del Paese potrebbe rinvigorire l’azione in Veneto, dove i dem sono ancora a corto di fiato dalla fine dell’era Renzi.

A oggi, dunque, quella che doveva essere per l’attuale governatore una strada senza ostacoli verso il terzo mandato alla guida dalla regione, potrebbe non essere in completa discesa. Sul piatto ci sono poi le elezioni per il sindaco di Venezia, coincidenti con il voto regionale. L’attuale primo cittadino Luigi Brugnaro è partito in anticipo di mesi: “Sono pronto a lanciar una lista civica regionale a sostegno della riconferma di Zaia”. Un atto di altruismo? Non solo: una mano lava l’altro, entrambe lavano il viso. Io sostengo te, tu sostieni me, base di un vero e propri patto elettorale. Già, se non fosse che Salvini, prima della buriana di governo, considerava con diffidenza l’endorsement del sindaco uscente per Zaia, annusando il pericolo di consegnarsi nelle mani dei due per la scelta delle liste dei candidati, sia per il Comune che per la Regione.

C’é ancora tanto tempo prima del voto amministrativo del 2020, e ancora troppi se aleggiano sul futuro del governo nazionale. Tutti gli scenari sono possibili. Una cosa è possibile azzardare: l’elettorato veneto è di centrodestra, leghista in maggioranza e difficilmente farà mancare il suo appoggio. Ma l’esito delle vicende romane sarà un indicatore per quanto potrà accadere nel 2020, anche all’interno della Lega.

gasco* Giornalista

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