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Ferrari (Cgil): con l’autonomia targata Lega il Veneto rischia di diventare una provincia tedesca

Christian Ferrari, un primo giudizio sia politico sia gestionale sul governo Conte 2.

“Nei mesi scorsi noi con Cisl e Uil ci siamo mobilitati per contrastare le scelte di politica economica e sociale che faceva il precedente esecutivo e anche contro una sostanziale chiusura al dialogo con le forze sociali. Quindi, una discontinuità del quadro politico sta nelle cose. Detto questo, ricordo che il sindacato non ha governi amici e nemici…” risponde il segretario della Cgil del Veneto.

Giudicate chi governa in base alle scelte che compie?

“Appunto. E al nuovo esecutivo poniamo due questioni. La prima di metodo, di atteggiamento: la cartina di tornasole è la discontinuità perché i dati economici e la crisi sociale aggrediscano ancora e c’è necessità di una svolta, tutto basato sul ripristino del sistema di relazione, di dialogo e confronto con le parti sociali e sia chiaro non parlo della concertazione di periodi politici ormai morti e sepolti…”.

Con cosa sostituire la vecchia concertazione?

“Intanto chiudere definitivamente con la stagione della disintermediazione sociale che è stata teorizzata e praticata non solo dall’ultimo governo ma anche dai precedenti. Per questo giudichiamo positivamente, per il momento, il fatto che Conte abbia ripreso i contatti con i sindacati”.

La seconda questione?

“Quella del merito: vedremo, i titoli della relazione programmatica del premier alle Camere sono interessanti perché prospettano la discontinuità rispetto all’esperienza precedente; ma ciò che conta sarà lo svolgimento, se agli annunci seguiranno politiche concrete e conseguenti”.

Riassumendo?

“Se lavoratori e pensionati avranno più risorse in busta paga, se i giovani avranno meno precarietà e ci sarà più lavoro stabile e di qualità la svolta sarà da applaudire, al contrario il giudizio non potrà che essere negativo. Una cosa è certa: noi proporremo a questo governo le stesse richieste fatte a Cinquestelle-Lega, rimaste inascoltate”.

Quanto al metodo, una discontinuità innegabile c’é: durante l’esperienza del Conte 1 i sindacati sono stati convocati, inspiegabilmente, dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ora è stato il premier in persona ad incontrarvi.

“Vero. Però vale la pena ricordare che per oltre un anno nessuno ha pensato di confrontarsi con la parte sindacale e le scelte sono state fatte unilateralmente. Poi, dopo mesi di mobilitazione ci siamo conquistati sul campo l’ingresso a Palazzo Chigi, come risultato di uno scontro dialettico tutto interno alla maggioranza di allora teso a strumentalizzare le parti sociali. Ricordo anche che il nostro segretari nazionale, Maurizio Landini, non si presentò all’incontro”.

Nel vertice a Palazzo Chigi, il presidente del consiglio ha annunciato interventi che dovrebbero suonare bene alle vostre orecchie: meno tasse sul lavoro, investimenti e un piano per il Sud.

“Meglio di prima. E’ un passo in avanti aver sgombrato il campo da una proposta di flat tax da 50 miliardi che oltre a generare problemi di equità sociale avrebbe avuto delle ricadute dirompenti sulla tenuta del welfare pubblico universale; è positivo aver detto che la riduzione fiscale va fatta prioritariamente sui lavoratori, tema principale della nostra piattaforma di programma; bene la decisione di affrontare l’evasione fiscale ricavandone soldi freschi da spendere per le priorità; punto importante la volontà di intervenire sul cuneo fiscale a vantaggio del lavoro, che premia chi le tasse le ha sempre pagate e si contribuisce per via fiscale a rafforzare i redditi per rilanciare i consumi interni, la domanda (carente) e quindi l’intero ciclo economico del Paese. Senza dimenticare l’altra emergenza degli investimenti pubblici, che segnano il drammatico crollo del 30% rispetto a dieci anni fa”.

E le politiche industriali?

“Un altra emergenza: veniamo da una stagione nella quale non si è fatto nulla, in una Italia che ha una forte industria manifatturiera c’é necessità di innovare tecnologicamente, applicare la rivoluzione dell’industria 4.0, una ristrutturazione dell’apparato industriale in generale”.

Perché se fino a ieri a parlare di taglio di cuneo fiscale era il governo pentastellati-leghisti non andava bene e ora invece sono tutti ad applaudirlo?

“Ieri, a parole, si discuteva di cuneo fiscale ma il tema vero era la flat tax e gli interventi fiscali che sono stati fatti era composti solamente da una serie infinita di condoni e da una riduzione delle tasse in modo iniquo nei confronti del lavoro dipendente ma a vantaggio soltanto del lavoro professionale, autonomo. E che dire della lotta all’evasione: c’era un sottosegretario come il leghista Massimo Bitonci che si è distinto per la particolare creatività nell’inventarsi condoni e sanatorie fiscali vari”.

L’idea di non pochi imprenditori del Nord è quella di attribuire i finanziamenti del piano di sviluppo del Sud annunciato da Conte al sistema industriale del settentrione poiché, è il ragionamento, soltanto dando ossigeno per l’innovazione al Nord si può sperare nel rilancio del Sud. Condivide?

“E’ un tema evergreen. Facendo una battuta potrei dire che il fantomatico partito del Pil non ha giocato bene le sue carte puntandole tutte sul trionfo del “capitano” (Salvini, ndr.). Più seriamente, questo vittimismo si fonda su un grande inganno, che va smascherato…”.

Quale inganno?

“L’inconciliabilità tra gli interessi della parte più produttiva del Paese e quelli del Mezzogiorno, cioé sulla ineluttabilità della divisione, formale o meno, dell’Italia. E’ la solita tesi due Italie con bisogni, domande e ricette diverse e antitetiche. La realtà, invece, è che l’aspirazione di una parte rilevante della classe dirigente politica ed economica del Nord è in pratica, vedi il progetto di autonomia differenziata alla veneta, è quella di trasformare il Settentrione in una sorta di piccolo cantone di una grande Svizzera tedesca”.

Il Nord come un cantone elvetico?

“Una sorte di provincia tedesca per altro in una fase di crisi strutturale proprio di quel sistema e del suo modello mercantilista. Per noi è il contrario: il rilancio degli investimenti iniziando dal Sud, unito alla politica di aumento dei salari che riattivi la domanda interna largamente inespressa a partire dal Sud, è l’unica in grado di favorire una crescita stabile e coesa di tutto il Paese e anche dei distretti industriali del Nord. Chi è che sarebbe in grado di raccogliere la spinta di domanda di beni e servizi che darebbe un piano di investimenti al Sud? Proprio l’apparato industriale del Settentrione. Morale, esattamente il contrario di quanto sostengono alcuni industriali a cui lei faceva riferimento. Vede, se si continua a illudere che basti solamente puntare su un export in contrazione neppure il Nord avrà un grande futuro davanti a sé”.

In quale casella inserisce la maggiore autonomia regionale richiesta dal governatore veneto Luca Zaia?

“Rappresento un’organizzazione che ha sempre sostenuto l’idea del decentramento di poteri, servizi, funzioni e federalismo cooperativo e solidale. Quindi, nessun pregiudizio ideologico per una riforma che avvicini il cittadino ai centri decisionali…”.

Lei parla solo di decentramento amministrativo.

“Bisogna prendere atto di due verità visibili a tutti: la Lega ha realizzato l’ennesimo fallimento anche sul terreno dell’autonomia quando è stata al governo nazionale; l’atteggiamento estremistico che fin dall’inizio, e ancora oggi, tiene Zaia per ottenere tutte le materie, tutte le risorse e subito produce zero risultati concreti. Se si vuole fare dell’autonomia una bandiera di propaganda per non ottenere un millimetro di avanzamento verso il maggiore decentramento… è quello che stiamo vedendo ancora oggi, al contrario avverrebbe se si puntasse ad una autonomia equilibrata non insistendo sull’ottenimento di tutte le 23 materie, molte delle quali strategiche come le infrastrutture, le grandi reti per la distribuzione di energia, le politiche industriali… è impensabile che ogni regione possa fare da sola anche perché si priverebbe la possibilità di avere strategie nazionali. Invece, ci sono materie che oggettivamente meriterebbero il decentramento, però ricordo che l’autonomia non la decide Zaia alzando la voce, deve essere approvata con maggioranza qualificate dal Parlamento della Repubblica dove siedono i rappresentanti da Bolzano a Palermo. In definitiva, credo che l’atteggiamento estremistico che vediamo non ha speranza di portare a casa alcunché. Ci auguriamo che in questo nuovo contesto politico, con un ministro come Boccia che è persona seria, preparata e competenze si possa aprire un confronto più equilibrato” .

Può dire che, stante la vostra visione, lei si sente più garantito dal questo governo seppure il sindacato non ha governi amici o nemici?

“Appunto, non esistono amici o nemici. Come Cgil abbiamo sempre detto che va bene l’autonomia ma prima vanno garantiti i livelli essenziali delle prestazioni proprio per ridurre le evidenti diseguaglianze tra parti del Paese”.

Cosa consiglia e Zaia & C?

“Nel programma del Conte 2 l’autonomia è scritta. Quindi, meno estremismo, ridurre le richieste insostenibili e quindi ragionare concretamente, da questa base si può iniziare un processo. Ma insistere su tutto è subito… 23 materie in gestione alla Regione? Sarebbe un trasloco istituzionale di dimensioni ingestibili, il Veneto non sarebbe in grado di farlo. Meglio andare avanti un gradino dopo l’altro…”.

Il prossimo anno in Veneto si vota per le regionali. Quali sono stati i rapporti tra il sindacato, la Regione e il presidente Zaia?

“Più volte abbiamo rimarcato che gli incontri sono stati assai rari. Al netto di alcuni settori, dove il lavoro è stato anche positivo come il tavolo per la gestione delle crisi aziendali per il quale va dato atto alla Regione di essersi fatta parte diligente coinvolgendo tutti, per il resto c’é stata una totale disintermediazione sociale che ha compromesso le scelte politiche fatte”.

Giudizio critico anche sulla parte confindustriale?

“Confindustria del Veneto deve fare un salto di qualità. A livello nazionale abbiamo firmato protocolli e intese importanti come il Patto per la Fabbrica, a livello veneto registriamo una difficoltà a tradurli e declinarli“.

Per causa di chi?

“In presenza di una Regione che non brilla certo per coinvolgimento e considerazione dei corpi intermedi, ci siamo rivolti a Confindustria regionale con l’intento di rilanciare l’esigenza di strutturare e qualificare il confronto reciproco per tradurre il Patto della Fabbrica anche in Veneto, abbiamo anche aperto tavoli tecnici in piena assenza di un progetto e di una strategia industriali per e del Veneto. Finora si è lasciato fare, come è successo nei servizi pubblici locali: è uno strumento in mano al pubblico e potrebbe essere una leva formidabile per sviluppare una importante… non c’è mai stata una strategia regionale, al punto che oggi il Veneto è diventato terra di conquista di grandi players nazionali che fanno riferimento all’Emilia Romaga, alla Lombardia, al Piemonte che fanno shopping nella nostra regione”.

Esempio?

“Agsm Verona e Aim Vicenza, Ascopiave Treviso e Hera Padova. Si parla tanto di autonomia, ma non si vedono visione e strategia mentre ci facciamo frammentare e acquisire da altri soggetti”.

Sta accusando la Regione per assenza di programmazione?

“Se diamo atto che per le politiche difensive, cioé per le crisi e delle emergenze occupazionali, c’è stato un ruolo importante da parte della Regione, sul piano degli interventi di sviluppo e industriale c’è stata una assenza totale nell’illusione che il mercato e l’apparato produttivo veneto potesse fare la differenza”.

Dal suo osservatorio qual è lo stato di salute dell’industria veneta?

“Abbiamo una polarizzazione: da una parte, seppure in numero assai limitato, c’è una realtà tra le più avanzate a livello mondiale, vere e proprie eccellenze di chi ha internazionalizzato di più, di chi ha puntato sull’export, àncora di salvezza dalla crisi; dall’altra parte, la maggioranza, c’è chi galleggia tuttora dopo la selezione darwiniana negli anni della crisi perché ha legato il proprio mercato alla domanda interna. Il vero grande tema per l’industria è affrontare la rivoluzione digitale: ebbene finora è poco e insufficiente il grado di sviluppo dell’economia veneta, è stata concentrata in pochissimi ambiti. A questo va aggiunto quel dato che un tempo era la grande forza ma ora è diventato un grande limite: la dimensione strutturale. Abbiamo un apparato produttivo che è frammentato in tante piccole e piccolissime imprese, ma quando bisogna fare investimenti per il salto di qualità, tutto diventa un limite. Vede, sempre di più il Veneto è integrato nella filiera produttiva della Germania, questo ci ha salvati ma è un grande limite che rischia di farci diventare subfornitori, contoterzisti di Berlino”.

Shakerando il tutto, che prospettive vede per il Veneto?

“Da una parte sono preoccupato perché, a bocce ferme, lo scenario nel breve periodo non è roseo; dall’altra, confido nelle straordinarie potenziali del nostro territorio che ci colloca tra le più importanti regioni manifatturiere d’Europa. Se il Veneto imbocca la strada dello sviluppo dentro un grande sistema Paese, le possibilità sono enormi, al contrario se decide di sganciarsi dal resto del Paese e di puntare a fare la piccola provincia dell’impero tedesco… non andremo da nessuna parte”.


Giorgio Gasco

Giornalista

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