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Stop al proporzionale. Il Veneto dice sì al referendum di Salvini

Sono tre, in ordine di orario: Veneto, Sardegna e Lombardia. A Matteo Salvini mancano ancora due punti per raggiungere la soglia prevista dalla Costituzione (cinque consigli regionali) per tentare il suo attacco al sistema elettorale attuale (predomina il sistema proporzionale, secondo il Rosatellum) e passare al maggioritario puro.

Sono state le assemblee delle tre regioni ieri a dare il via libera alla cosiddetta “deliberazione amministrativa” per il referendum abrogativo della legge elettorale. In Veneto la decisione è passata con 28 voti favorevoli (ne bastavano 26), 7 contrari e 3 astenuti (tra questi Maurizio Conte di Forza Italia Veneto per l’Autonomia), non ha votato un esponente della maggioranza, l’indipendentista Antonio Guadagnini (Siamo Veneto).

Per chiarire, non si tratta di una legge ma di una presa di posizione del “parlamento” regionale, un atto giuridico di indirizzo politico-amministrativo. Politicamente, una pressione per indurre organi superiori (Il Parlamento, dopo che i cittadini hanno detto la loro) a provvedere ad una riforma istituzionale, ma comunque legislativamente in linea con quanto stabilito dalla Carta costituzionale all’articolo 75: “E’ indetto un referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono 500mila elettori o cinque consigli regionali”.

Così, ieri mattina, il primo voto è arrivato dal Veneto a trazione leghista. Qualche ora dopo, stesso copione in Sardegna dove governa il centrodestra (il voto è stato segreto e a favore si sono schierati Forza Italia e anche due dei sei consiglieri di Cinquestelle), nel pomeriggio è toccato alla Lombardia, anche questa di colore Padano, “fotocopiare” l’esito delle altre due regioni.

Come si ricorderà è stato Salvini a imporre alle Regioni di centrodestra di mobilitarsi per ottenere il voto popolare sul Rosatellum, con il dichiarato obiettivo di arrivare al referendum nella primavera prossima ma soprattutto di scongiurare l’approvazione di una legge elettorale completamente proporzionale che possa rendere più difficile una vittoria del Carroccio alle urne. Il nodo è proprio Forza Italia, perché Silvio Berlusconi nei giorni scorsi ha fatto sapere che il maggioritario puro, voluto da Salvini, non lo convince. Il Cavaliere stava per riuscire a convincere i suoi consiglieri lombardi pronti all’astensione, i quali, in dirittura di arrivo, hanno cambiato grazie all’esito del voto in Veneto.

Ora il leader leghista vuole fare l’en plain (5 consigli regionali) e attende identica deliberazione da parte delle assemblee regionali di Liguria (il centrodestra è spaccato) di cui è governatore Giovanni Toti ex forzista ora tendente al verde padano, e Piemonte guidato da Alberto Cirio, forzista con trascorsi nella Lega.

VENETO – “Anche questa volta siamo stati i primi” ha commentato il leghista Roberto Ciambetti, presidente del consiglio veneto che avrà il compito di depositare la delibera amministrativa approvata in Corte di Cassazione, istituzione titolata a decidere la fondatezza dei referendum. Per Ciambetti “passare al sistema elettorale maggioritario è anche un modo per ridare la voce ai cittadini”. E ben venga questo voto perché, denuncia “c’è qualcuno che sta facendo manovre di palazzo per cambiare le regole del gioco; noi invece vogliamo che la parola venga restituita ai cittadini e che si possano esprimere con un voto”.

Altra musica dalle parti dell’opposizione. “Mentre Zaia è assente, la sua maggioranza approva la proposta di Salvini ma anche l’ordine del giorno di Fratelli d’Italia, che prevede invece un sistema misto, di base proporzionale ma con un numero minimo di seggi assegnati col maggioritario. Sarebbe come se un Consiglio votasse per l’indipendenza del Veneto e per l’autonomia nella stessa giornata”. L’affondi è dei consiglieri regionali che aderiscono al coordinamento Veneto 2020, Pietro Ruzzante (Liberi e Uguali), Patrizia Bartelle (Italia In Comune) e Cristina Guarda (Civica per il Veneto). In coro spiegano che “la scelta di non partecipare al voto è l’unica coerente con il nostro giudizio su questa proposta, che nulla c’entra con la Regione del Veneto. É un unicum nella storia,l’assemblea veneta si fa promotrice di un referendum che nulla ha a che fare con il Veneto. Oltretutto il sistema elettorale proposto non garantirebbe la rappresentanza, con forti dubbi dal punto di vista costituzionale. Il presidente Zaia non era neppure presente in aula, di cosa stiamo parlando? Siamo di fronte ad una manovra di palazzo, invece di raccogliere le firme tra il popolo la Lega di ‘capitan Papeete’ sfrutta e piega ad interessi di partito le istituzioni regionali. Uno squallore a cui non abbiamo partecipato, uscendo all’Aula al momento del voto”.

Di “obbedienza a Salvini” parla il Pd. “Questa non è una proposta di legge per garantire governabilità e rappresentatività. La Lega si limita a obbedire al suo capitano, piegando alla sua propaganda il Consiglio regionale. Zaia però è il primo a non crederci e infatti non viene in aula a metterci la faccia, come ha invece fatto in occasione del referendum sulle trivelle”. Per il capogruppo dem Stefano Fracasso “è comunque curiosa la conversione di Salvini sulla via di Pontida. Dopo aver definito, a suo tempo, ‘menata’ la legge elettorale, perché era doveroso occuparsi dei veri problemi del Paese, adesso questa legge è diventata la priorità assoluta. In quattordici mesi da vice premier Salvini non aveva mai manifestato questa urgenza, ma, per fare chiarezza, avrebbe potuto anche semplificare il quesito: volete voi che alle elezioni un partito possa ottenere il 100% dei seggi? O, ancora, volete voi che un unico partito possa avere una maggioranza bulgara?”. Ma, è il pensiero del pd “tutto serve a fare propaganda e a sottrarsi dall’occuparsi delle reali urgenze del Veneto”.

Da parte di Cinquestelle, si è scelto il non voto. Ad illustrare le motivazioni è il consigliere Simone Scarabel: “La Lega vuole un sistema di voto per curare i propri interessi. Perché è stata zitta per 14 mesi? Il nostro ‘faro’ è il taglio dei parlamentari con una riforma che passi dalle Camere”. Certo, conferma il pentastellato “noi siamo in assoluto sempre favorevoli all’espressione diretta del popolo, quindi non ci opporremmo mai a una consultazione referendaria, ma qui siamo davanti all’ennesima campagna di propaganda di marca leghista. Noi del Movimento 5 Stelle siamo talmente idealisti che siamo perfino andati contro l’Italicum che ci avrebbe attribuito una vittoria elettorale clamorosa, ma non era la legge più onesta per gli italiani. Ora quel che vogliamo è, subito, la riduzione dei parlamentari, che necessariamente porterà a una riforma dell’intera legge elettorale, ovviamente spostata sul proporzionale, per la garanzia di rappresentanza dei partiti più piccoli”. Rincara la dose la collega Erika Baldin: “Ci chiediamo come mai questa improvvisa necessità di una riforma immediata la Lega non l’ha sentita negli ultimi 14 mesi. Dopo l’uscita dal governo, forse la Lega sente l’interesse di assicurarsi più poltrone possibile, in un’unica tornata elettorale, ma noi non lo permetteremo”. Ma per lei non è tutto: “Questo referendum è anche gravato da vizi di incostituzionalità, visto che i requisiti fondamentali devono essere quelli dell’essenzialità, della chiarezza e dell’inconfondibilità. Invece, già per le quattro pagine di richiami ad articoli, suddivisioni in capitoli e sotto capitoli, siamo di fronte a tutt’altro, ovvero a un quesito incomprensibile”.

A favore del referendum Pietro Dalla Libera di Veneti Uniti: “Abbiamo sottoscritto e abbiamo votato a favore della proposta di deliberazione amministrativa perché la ratio che la guida è quella di poter dare finalmente all’Italia un governo stabile, che possa essere omogeneo ed espressione di forze politiche che portano avanti insieme un programma elettorale, approvato dai cittadini elettori e perché il percorso è in linea con l’art. 75 della Costituzione”. La precisazione: “Non stiamo modificando la legge elettorale o chiedendo al Parlamento di discutere e approvare un nuovo provvedimento legislativo, ma vogliamo semplicemente che siano i cittadini ad essere investiti di questa decisione”.

Un sì convinto da parte del gruppo Centro Destra Veneto con Stefano CasaliAndrea Bassi e Fabiano Barbisan. Tale riforma, spiegano i tre,  permetterà agli elettori di scegliere e di conoscere esattamente il candidato che andranno ad eleggere e non troveranno eletti catapultati in Parlamento in listini scelti dalle segreterie di partito”. Inoltre, per loro “il sistema maggioritario consente maggiore governabilità e incisività delle azioni politiche. Siamo sicuri che questa iniziativa, che ha visto il voto determinante del nostro gruppo, potrà essere da stimolo anche per modificare e migliorare l’attuale legge elettorale che abbiamo visto essere poco rispettosa della sovranità popolare e distante dal sentimento e dalla reale maggioranza politica esistente in Italia”.

Via libera anche da parte di Massimo Giorgetti, vicepresidente del consiglio in quota Fratelli d’Italia. Un sì sorretto da due motivazioni: “La prima: si riconosce che l’unica maggioranza che deve governare è quella votata dal popolo e non costruita a tavolino dopo le elezioni; questa è da sempre una battaglia della destra e di Fratelli d’Italia per evitare l’ennesimo governo contro natura e non eletto come quelli che si sono succeduti dal 2011 in avanti. Finalmente anche la Lega è dello stesso parere, soprattutto dopo il disastro dell’esecutivo gialloverde”. Seconda motivazione: “L’’approvazione dell’ordine del giorno aggiunge qualcosa di innovativo in materia di rappresentanza: l’elezione diretta del Presidente della Repubblica”. Giorgetti spiega come secondo lui “si è nuovamente manifestata la subalternità del Capo dello Stato dalla maggioranza che lo ha eletto anche a seguito dell’ultimo cambio di governo. Dunque, “meglio un presidente della Repubblica eletto dai cittadini”.


Giorgio Gasco

Giornalista

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