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L’autonomia di Venezia e Il buon governo delle specificità.

Si farà un nuovo referendum per la divisione di Venezia da Mestre il 1° dicembre 2019. Gli altri 4 sono stati inutili perché ha vinto chi ha contrastato il cambiamento difendendo le proprie rendite di posizione. Oggi, però, ci si rende conto che il degrado fisico e socio-economico della città è giunto quasi ad un punto di non ritorno.  Da quando, nel 1926, il governo fascista ha unificato Mestre e Venezia in base al progetto economico che vedeva la città storica strettamente connessa al polo industriale di porto Marghera e al sempre più popoloso entroterra mestrino, questa convivenza si è dimostrata un abbraccio mortale che ha ridotto Mestre a suburbio della città lagunare e ha declassato Venezia a centro storico privandola del diritto  della possibilità di essere governata dai suoi abitanti.  Nel Comune unico, infatti, la rappresentanza politica è espressione di 180.000 residenti in terraferma rispetto ai soli 80.000 della Venezia insulare. La gestione unificata della città anfibia e di quella di terraferma, che, per la loro disomogeneità ambientale  hanno esigenze diverse,  ha comportato l’omologazione di Venezia a parametri urbani che le sono estranei e la stanno stritolando fisicamente: la speculazione  alberghiera uccide la residenzialità e devasta il tessuto socioeconomico, il pendolarismo turistico giornaliero, con i suoi numeri invasivi, non è più sostenibile mentre anche la terraferma, priva di un progetto che valorizzi le peculiarità  di Mestre come snodo strategico, si sta trasformando in uno scialbo interland di affittacamere in cui nessuna presenza culturale, nemmeno il nuovo museo o i tentativi di decentrare la Biennale, ha avuto successo.  Nel mondo globalizzato, che appiattisce tutto nel grigiore del mercato dei consumi, la separazione di Venezia da Mestre è l’occasione per costruire lo sviluppo sostenibile di entrambe nel segno delle loro specificità, per troppo tempo annullate da una politica del territorio che le ha aggregate in base a prospettive economiche da tempo superate.

Venezia, per salvarsi dalla distruzione in atto, deve avere un governo che rappresenti i suoi residenti che conoscono e vorrebbero affrontare i problemi del vivere quotidiano e della salvaguardia fisica della città.  Del resto la Serenissima, che ha trasformato l’arcipelago in una città e la laguna nelle sue mura, ha sempre garantito che la sua gestione amministrativa fosse affidata ai “cives de intus” cioè ai residenti, nativi o abitanti a Venezia da almeno 15 anni. Se un aspirante cittadino sposava una veneziana, dopo soli otto anni di residenza ininterrotta, poteva ottenere la cittadinanza che veniva concessa soltanto a chi dimostrava di aver esercitato professioni dignitose e di aver sempre pagato “tasse e gravezze”.  Ai soli cittadini era garantito l’accesso alle cariche burocratiche e agli uffici che gestivano la cosa pubblica con incarichi a lungo termine negati ai nobili, costretti a turnarsi nelle magistrature per evitare l’accentramento del potere in mano di pochi. Fu grazie a questi elementari principi che la libertà repubblicana e la specificità ambientale furono tutelate per secoli anche con il controllo e l’incremento demografico dopo le grandi pestilenze.

Oggi la monocultura turistica ha provocato l’esodo della popolazione insulare anche perché molti veneziani hanno preferito monetizzare le loro proprietà immobiliari e trasferirsi a Mestre. Gli abitanti di Mestre continuano a pesare elettoralmente sulla politica veneziana, mentre invece dovrebbero esprimere i loro rappresentanti in terraferma e lasciare ai residenti in laguna il diritto di farsi rappresentare da chi condivide la loro realtà. Che ci siano differenze profonde, non solo ambientali ma anche culturali e monumentali, fra Mestre e Venezia, è difficile smentirlo. E che Venezia sia una realtà unica nella sua laguna, conservata per secoli dal buon governo della Repubblica, mentre in tutte le altre parti del mondo le lagune si sono trasformate in mare o in terraferma, è un’altra evidenza. Per salvare Venezia con la sua specificità bisogna restituirle quella autonomia che ne ha caratterizzato la nascita e la grandezza.

Il referendum è l’ultima occasione per sottrarre Venezia al suo declino e può anche costituire il volano di uno sviluppo sostenibile per l’intero Veneto che è ricco di specificità sminuite dalla mancanza di un progetto che sappia valorizzarle mettendole in rete.  L’altissima densità del patrimonio monumentale e culturale di Venezia, le preoccupanti trasformazioni del tessuto socio-economico e la speculazione turistico-alberghiera richiedono attenzione e tutela speciali. Mestre, ridotta a dormitorio dalla vecchia politica, meriterebbe di svolgere il ruolo di polo strategico fra la terraferma e la laguna e fra Venezia e il Veneto.  Questi obiettivi si potrebbero raggiungere soltanto accorciando le distanze fra eletti ed elettori in due comuni autonomi.


Nelli Vanzan Marchini

Scrittore - Docente

  • Maurizio Angelini
    3 Ottobre 2019 at 16:37

    I riferimenti mitico encomiastici alla repubblica di Venezia, finita nel 1797, per concetti attuali come cittadinanza e governo evidenziano un’operazione inconsistente sul piano politico e culturale. Un quaranta per cento dei cittadini di Mestre e Terraferma sono nati a Venezia e nell’estuario, almeno 15 mila vivono a Mestre e Terraferma e lavorano in Venezia e nell’estuario. La monocultura turistica che ha provocato grandi arricchimenti per la rendita urbana dei proprietari veneziani e dei non veneziani che a Venezia hanno investito nel mattone, tende a diventare elemento centrale e distruttivo anche nell’economia di Mestre e Terraferma. Quindi meglio un governo unico, ma che metta al suo centro i valori della socialità, dell’ambiente, del lavoro produttivo, della partecipazione di tutti i cittadini, vecchi e nuovi.

  • gian paolo
    3 Ottobre 2019 at 21:25

    sono perfettamente d’accordo con la dott.ssa Vanzan.saluti.e grazie.gian paolo

  • Luca
    4 Ottobre 2019 at 20:22

    Siamo fermi alle chiacchiere. Non si capisce perché se non abbiamo rappresentanza sufficiente oggi dovremmo averne dopo la separazione. Non mi pare a Venezia centro storico ci siano persone di valore pronte a mettersi a disposizione. Quelle pronte lo sono perché nella vita non hanno altro da fare. Problema molto simile a quello che genera la mediocrità della classe dirigente a livello nazionale. Inoltre non è che enunciando i problemi si risolva qualcosa. Bisogna dare soluzioni. E se non le si da adesso non si capisce perché dovrebbero venire da una città chiusa in se stessa e popolata per lo più da affittacamere o brontoloni nulla facenti. Cominciamo adesso. Subito. Comportarci da veri. Veneziani non da affittacamere. Venezia è stata costruita sulla visionarietà, realizzando ciò che sembrava impossibile. Non con qualche post su Facebook. Servono le imprese. E per fare le imprese ci vogliono gli imprenditori. Coraggio, darsi da fare!

  • Carlo Lottieri
    8 Ottobre 2019 at 16:32

    L’autonomia di Venezia e quella di Mestre non faranno miracoli: dopo il possibile distacco le due città si ritroveranno con i loro problemi irrisolti e dovranno affrontarli con serietà. È però evidente che questo primo passo verso l’autogoverno sarebbe nella direzione giusta e potrebbe aiutare le forze vive delle due città a mobilitare energie, a far nascere imprese, a creare un nuovo clima di fiducia.

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