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La lettura della domenica. “Una stagione all’inferno”

Il cancello si apre di scatto digitando il codice convenzionale sulla tastiera. Il grande ascensore mimetizzato tra il verde dei noccioli si intravede alla fine del vialetto pavimentato con lastre di pietra rossa. Scendo col cuore in gola e arrivo rapidamente nella grande sala del soggiorno dove si trovano gli ospiti.

Davanti a me si apre un girone infernale familiare, mitigato appena dal cinguettare vivace dei canarini e dei cardellini, chiusi in una monumentale voliera bianca, impazienti in attesa della loro dose quotidiana di miglio e foglie fresche strappate all’insalata, al radicchietto, agli spinaci piantati in grandi vasche di terracotta sostenute da piedistalli di legno. Feticci di orti domestici, sistemati all’aperto davanti alle vetrate luminose della sala.

Sulle sedie a rotelle o sulle grandi poltrone colorate, appoggiati ai girelli o ai bastoni, al braccio di amici o familiari, donne e uomini mi accolgono con occhi sbarrati o spenti, implorazioni sconnesse, invocazioni, bestemmie, richieste di aiuto senza destinatario. Sfilano figure di vecchi sopraffatti da una vita senza più desideri, senza alcun contatto con la realtà. Vuoti a rendere.

Mi bloccano, mi stringono le mani, mi mandano baci, mi sorridono, mi insultano.

Signorina, aiuto, misericordia, maledetta, troia e poi mamma, mille volte mamma.

Il frastuono delle loro voci mi segue angoscioso nel passaggio alla magnifica vitalità del panorama quando esco all’aperto, davvero en plein air, cercando di fuggire da questo luogo claustrofobico dove si respirano disagio, impotenza, afasia e attesa della morte come inesorabile via di scampo.

Riconosco tutti, ormai.

Paola, con la sua bocca sdentata, impreca tutto il giorno con un gergo incomprensibile.

Luisa, un’ossuta signora tedesca elegantissima, bestemmia contro sua figlia, in italiano.

Filippo, un anziano ubriacone fuso dall’alcool, il naso rosso vinaccia, passeggia intontito tra una sedia e l’altra; mi segue come un cagnolino biascicando versi delle canzoni di De Andrè e stropicciandosi di continuo la camicia bianca col fazzoletto colorato nel taschino.

Clara, quasi cieca, sferruzza a maglia infilando i ferri a vuoto dentro gomitoli ingarbugliati che spuntano nella borsetta di plastica tra le bottiglie di acqua minerale, i biscotti e le caramelle alla menta.

Lucia, la sua vicina, canta le canzoni del maggio mariano con una voce sgraziata brandendo il rosario come una fionda.

Fiorella insegue il fantasma di un focoso fidanzato di cui esalta le prestazioni erotiche.

Cesare, un vecchio sporcaccione che ci aveva tormentate da bambine con le sue palpatine sul sedere, all’uscita della chiesa, mi insegue con la lingua a penzoloni e raglia, letteralmente raglia.

La residenza per anziani dove mi trovo è una delle Aziende pubbliche di servizi alla persona finanziate dalla Provincia di Trento e collocate in contesti relazionali che intendono riproporre le caratteristiche di un ambiente domestico, arricchito da ampi spazi verdi, con un giardino su più livelli collegati tra loro e una piccola cascata artificiale che, trasformata in ruscello, scorre su ciottoli bianchi per sfociare un laghetto in mezzo all’erba circondato da panchine di legno.

La sala del soggiorno, con le enormi finestre sul giardino ombreggiate dai glicini, consente agli ospiti una serie di attività gestite dai volontari e dal personale di alta professionalità e disponibilità umana: lettura dei quotidiani, canto, bricolage, corsi di cucito, pet therapy, tombola, gioco delle carte si intrecciano con la recita pomeridiana del rosario, le celebrazioni liturgiche, le feste di compleanno, le brevi escursioni sul pulmino aziendale, i concerti di musica popolare o da camera.

Un terrazzo spazioso all’ultimo piano, con tavolini e ombrelloni colorati; sale per fisioterapia, ambulatori, lavanderia, guardaroba, cucina; zone dedicate espressamente alla cura della persona, (parrucchiera, pedicure, fisioterapista) completano l’ambiente in modo davvero gradevole, oltre che funzionale.

 

Mia madre è ricoverata qui da parecchi anni perché, dopo la frattura del femore, non riusciva più a camminare. L’abbiamo dovuta strappare a forza dalla casa ove regnava indisturbata dopo la morte di mio padre, anche se si trova a pochi chilometri dal suo paese, ha vissuto questa dislocazione come un tradimento, un’infamia.

Da allora ringhia, digrignando i denti, imprigionata sulla sedia a rotelle che odia e che cerca di scavalcare, di scardinare, inarcando ritmicamente la schiena, puntellandosi sul tavolino d’appoggio, facendo leva sul predellino per rompere la cintura di sicurezza, fino a farsi male.

Riesce a scorticarsi i piedi distruggendo parecchie paia di scarpe al mese con la sua forza rabbiosa, col risultato che le infermiere devono ricorrere di frequente ai tranquillanti che la intontiscono per piccoli segmenti di immobilità.

Poi ricomincia il suo rollio esasperato.

Non mi riconosce più da molto tempo; mi guarda, mi sorride, mi attribuisce di volta in volta nomi diversi, di sue amiche o di qualcuna delle sue cugine, quasi tutte persone già defunte.

Purtroppo, da tempo, l’Alzheimer e il Parkinson hanno rattrappito il suo corpo e la sua mente, senza assopire il suo attaccamento alla vita. Vittima di una degenerazione organica che l’ha scollata dalla realtà. Il suo sguardo disorientato non è più in grado di osservare nulla, di cogliere la varietà e la vivacità del presente. Si è accasciata di schianto, perdendo del tutto i propri confini.

Io l’assisto durante i mesi estivi.

È la mia saison en enfer.

 

Da Padova parto sempre all’alba per non trovare traffico sulla Valsugana. Anche stamattina sono arrivata di buon’ora nella vecchia casa materna con le sue grandi stanze traboccanti di mobili che necessitano di molti restauri. Dovrò adattarmi a uno stile più parco di esigenze e di comodità, ma mi accoccolo volentieri tra queste mura fresche, gustandomi il tempo che avrò a disposizione per riprendere i contatti con il paesaggio e i paesani, specialmente con i miei coetanei, i loro figli e i loro nipoti.

Questa è la mia vera famiglia. Quella biologica mi appartiene assai di meno, forse non mi hanno mai perdonato di aver fatto scelte diverse da quelle tradizionalmente imposte a una donna.

Il falegname, il contadino, l’allevatore di bestiame, lo scalpellino, il meccanico, il muratore, la fioraia, la domestica, la badante sono i miei veri parenti: abitiamo tutti in un nucleo di case a schiera che si affacciano su un ampio cortile, a ridosso di una fastosa villa nobiliare che si staglia al centro del paese. Sono le residenze dei fattori di un paio di secoli fa, acquistate con immensi sacrifici e umilianti patteggiamenti da quanti erano emigrati in America per salvare le famiglie dalla miseria.

Il cartello stradale mi avverte all’istante quando sto abbandonando il Veneto per entrare in Trentino: la linea rossa segna il confine tra due mondi.

Il Trentino è la mia isola felice, un singolare spazio sciamanico di passaggio e di trasformazione, un Eden, dove il confine rende visibile mi rende visibile il desiderio di agire e di non essere agita. Il suo paesaggio, tra primi piani e sfondi dinamici, mi parla attraverso le immagini e io avverto il ritmo interiore della sua voce seducente. Mi faccio concava e porosa per farmi accogliere e riconoscere.

Con la radice di liquirizia in bocca per non fumare, alzo al massimo il volume del CD e, staccando una mano dal volante, dirigo invisibili orchestre di musica sinfonica per accompagnare il mio rientro trionfale nei territori dove i crozzi sovrastano solenni il cromatismo dei verdi coi loro grigi marezzati.

Dopo qualche decina di chilometri arrivo nell’ampia vallata che da Trento piega verso il Garda, antico alveo del fiume Adige dalla caratteristica forma a U, chiamata «Valle dei laghi» perché è zona ricca di specchi d’acqua, grandi e piccoli, trasparenti nei giorni di sole come perle incastonate ai piedi delle Dolomiti, i Monti pallidi che li costeggiano, regali.

Amo questi campi ordinati, le distese di mais e di patate, i filari di meli e di viti con i veli bianchi antigrandine, annodati al collo come a giovani spose, gli alberi di prugne e di noci: a primavera hanno gemme gonfie di promesse, d’estate hanno rami carichi di frutta, d’autunno foglie coloratissime per accogliere festosamente il silenzio dell’inverno.

Amo gli spiazzi screziati dei prati, i boschi di lecci, faggi, conifere, le falesie e i parchi di arrampicata, i percorsi archeologici che testimoniano cinquemila anni di storia.

Amo i piccoli paesi con case rimesse a nuovo, finestre con le tendine all’uncinetto e balconi fioriti, piazze con osterie e panchine di legno, parchi con giostre per bambini, piccoli supermercati a conduzione familiare. Troneggiavano sugli alti bastioni quattro castelli di epoca medioevale e rinascimentale, arroccati sugli erti speroni, presidi e simboli imponenti di uno strapotere nobiliare ed ecclesiastico che ha imperversato su questa piana, tramite economico e culturale tra Mediterraneo ed Europa centro-orientale.

Amo la gente ruvida che vi abita, severa, riservata e diffidente, ma religiosa senza sfarzo, pragmatica, diligente, fedele alla natura del luogo a cui ha strappato con le unghie lembi di terra da coltivare, troppe volte ingrata per le imprevedibili vicissitudini delle stagioni.

Nell’ultimo periodo le condizioni di mia madre sono progressivamente peggiorate: vive ormai richiusa in uno spazio impervio che l’ha resa irriconoscibile a quanti hanno sperimentato il suo carattere mite, la sua inesauribile curiosità culturale, il suo rigore morale, la sua fede cristiana, il suo attaccamento alla famiglia, la sua bontà naturale capace di soffrire e di gioire insieme agli altri.

Per tutti, il modello della moglie-madre-sorella amorosa e complice.

 

La sorgo subito da lontano: i capelli in disordine, il viso livido, gli occhi serrati; si contorce spasmodicamente ribellandosi alla costrizione della sedia aerodinamica in acciaio cromato, lo schienale regolabile imbottito in nylon blu antidecubito. I legacci la tengono ferma per quanto è possibile.

Mi accoglie col solito imperativo:

«Andiamo! Mi aspettano a casa! Andiamo.»

Non risponde mai ai miei saluti, a volte accenna un sorriso di circostanza, apparentemente disponibile e gentile, mi tratta come fossi una delle tante infermiere che si muovono leggere e veloci da un malato all’altro.

Io la tormento, testarda, perché mi riconosca, con la voce petulante di chi chiede l’elemosina:

«Chi sono io, mamma? Dimmi come mi chiamo! Ti ricordi, a chi assomiglio? Guardami!»

Quando risponde, raramente, mi attribuisce spazientita qualche nome pescato nella sua memoria, forse non a caso.

– «Andiamo, forza, spingi, vai; non di qua, vai, è tardi.» –

Io obbedisco e vado.

 

La porto in giro sulla sua carrozzina, attraversando mille volte il giardino tra le piante perenni e i cespugli da bordura, il bosso e il lauro, su e giù tra le aiuole fiorite di campanule, astri, delphinium giganti, fiori di malvasia, rose rampicanti e le racconto, cantilenando, stralci della mia vita cittadina, i miei giorni felici, i miei fallimenti, le mie ferite. La coccolo, le metto in bocca qualche caramella gelée alla frutta, le ravvivo i capelli, l’accarezzo, le sistemo il colletto della camicia. Aveva una predilezione per i colletti ben confezionati, diceva che dovevano sorreggere il viso come le corolle dei fiori.

Lei ripete ossessivamente il solito allucinato refrain senza badarmi:

Alle sette e mezza, puntuale, scappo verso la mia macchina dopo averle dato la buona notte, recitando per lei l’Angelo di Dio con cui ha addormentato sempre i miei fratelli da bambini, rimboccando teneramente le loro coperte.

 

-Sia lodato Gesù Cristo-, mormorava chiudendo la porta della loro camera senza attendere risposta. Apriva la mia per lanciarmi un’occhiata bonaria, ma io accoglievo quel saluto senza enfasi, già infilata sotto le coperte nella camera di nonna Linda, alle prese con il rosario rituale.

Quando sentivo lo scricchiolio delle scale di legno che riportavano la mamma in cucina, a piano terra avvertivo uno strano languore mulinarmi nello stomaco.

 

Chissà perché tra luglio e settembre mi torna la gastrite.

E non bastano litri di tisana alla malva per tamponarla.

 

«Soffre di aerofagia», dice il medico di Padova, mentre mi prescrive farmaci a base di sodio alginato e potassio bicarbonato.

Ne ho ingurgitato ettolitri senza alcun sollievo.

 

Purtroppo non esiste una medicina per la sindrome della casa vuota.

Neppure per la perdita di una madre.

 

 

 

 


Saveria Chemotti

Scrittrice

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