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Venezia inventò i lazzaretti e trasformò la prevenzione in business

La navigazione e il commercio costituirono per Venezia le premesse di molteplici rapporti economici e culturali con le civiltà del Mediterraneo e dell’estremo Oriente. Ai porti di Costantinopoli e di Alessandria giungevano, infatti, le carovane con le merci più rare e preziose che pervenivano, poi, via mare al grande fondaco veneziano.

Come osserva Machiavelli ne “Il Principe”, i patrizi della Serenissima erano gli unici nobili al mondo che non disdegnassero misurarsi con attività pratiche. La mercatura era per loro non solo una risorsa, ma un’arte e la navigazione era considerata una pratica nobile e indispensabile come la guerra e, come e più della guerra, richiedeva perizia e preparazione.

Per navigare era necessario conoscere rotte, coste, isole con le loro peculiarità geografiche e climatiche; per commerciare con successo era fondamentale monitorare l’andamento dei mercati, i cambi, le monete, i pesi, le misure e i costumi delle varie popolazioni. Era anche indispensabile comunicare in più lingue o utilizzare quella “franca” che raccoglieva più idiomi, si usavano anche segni convenzionali e una gestualità codificata dal pragmatismo delle civiltà che convergevano sulle coste dell’unico grande Mare Mediterraneo. Ma a partire dal 1348  cominciò a viaggiare anche una clandestina foriera di morte: la peste.

La peste, che ancora oggi ha i suoi focolai naturali nel Kurdistan, nell’Assyr, e nell’Asia centrale in cui è endemica, si riversava sui convogli che percorrevano le vie carovaniere e giungeva ai porti del Mediterraneo Orientale. Il contagio aveva due veicoli privilegiati, un roditore, il rattus-rattus, e la Xenopsilla Cheopis, una pulce che albergava sul suo vello e che si trasferiva  anche sull’uomo. Negli spazi bui delle stive delle navi i topi costituivano una minaccia per le merci, ma anche per le popolazioni con cui entravano in contatto scendendo nei porti attraverso le gomene. Le pulci pestigene e pestifere potavano malattia e morte al topo per abbandonarlo, poi, e trasferirsi su un altro ospite vivo, anche umano. L’incubazione e il decorso della peste erano di pochi giorni e la morte era rapida e dolorosa fra febbre alta, arsura e delirio.  La diagnosi era facilitata dal comparire di bubboni scuri all’inguine o alle ascelle in prossimità della parte morsicata dalla pulce.  Il contagio dilagava con rapidità e con ancor più elevata mortalità nelle sue forme setticemica e polmonare che non necessitavano delle pulci per diffondersi ma del solo contatto orale fra uomini.

Venezia, per i suoi costanti rapporti con l’Oriente, si trovò in prima linea: non poteva rinunciare ai traffici sui quali fondava le sue fortune, perciò  adottò misure in difesa della salute pubblica inventando il primo lazzaretto della storia.

Il 28 agosto 1423, durante l’ennesima pestilenza, il Senato veneziano istituì una struttura per il ricovero e l’isolamento degli appestati dotata di personale  salariato dallo Stato. In quell’epoca in cui carità e assistenza erano gestiti dal clero, la Repubblica fondò il primo ospedale ad alto isolamento utilizzando  l’isola di Santa Maria di Nazareth, che portava il nome del preesistente convento di eremitani. Il nome del luogo venne volgarizzato in Nazaretum, Lazaretum e infine in “Lazzaretto”. Tale denominazione fu poi adottata dalle analoghe strutture sorte in Occidente sul modello di quella veneziana.

Fin dal 1423 il Senato sottolineò l’importanza dell’informazione come indispensabile premessa alla rapidità e all’efficacia dell’isolamento e al successo della prevenzione. Ciascuno, dai capitani di nave ai marinai, a tutti i cittadini, era coinvolto nella lotta al contagio e invitato a raccogliere ogni notizia per individuare e segnalare tempestivamente i casi di peste in città e sulle navi affinché venissero immediatamente isolati. Ogni menzogna o reticenza era colpita con pene severe fino alla morte.

Nel 1468 al primo Lazzaretto ne venne affiancato un secondo in un’altra isola, destinata ad accogliere per un periodo di convalescenza gli appestati guariti prima che potessero tornare in città e i sani che, avendo avuto contatto con malati, erano considerati “sospetti”, cioè  potenziali veicoli di contagio. Questo lazzaretto venne chiamato “Nuovo” per distinguerlo dal preesistente nominato “Vecchio”. Il trasferimento dal primo al secondo segnava il viaggio verso la disperazione mentre l’itinerario inverso caratterizzava la speranza nella guarigione e il cammino  verso il reinserimento nella società  dei sani. Nelle due strutture si articolò la strategia innovativa di prevenzione e di lotta alla peste che la Repubblica attuò, non solo isolando persone e merci provenienti da paesi contagiati, ma anche mettendo in atto complesse procedure  di “contumacia e di espurgo” che richiesero un costante investimento di risorse economiche e comportarono il rallentamento dei traffici.  Si attivarono professionalità che, gravando sui viaggiatori e mercanti, garantirono cura e procedure di accoglienza e di purificazione con  un indotto economico sul territorio. La spesa per  la prevenzione e la lotta alla peste nei lazzaretti costituì l’unica possibilità  di contrastare i tracolli economici e demografici comportati dalle epidemie.

 

Le due isole erano cinte di mura per difendere la città dal contagio che  racchiudevano, avevano l’aspetto di fortezze e gli ampi spazi interni, opportunamente frazionati, potevano differenziare i loro ospiti e i tempi delle contumacie. Le merci erano sottoposte a trattamenti di espurgo  dai miasmi pestilenziali che andavano dall’aereazione e manipolazione  delle merci al lavaggio con acqua e aceto degli animali, all’immersione in acqua di cere e spugne, alla scucitura degli abiti, all’esposizione al sole dei tappeti …

Per gestire l’articolato  sistema dei lazzaretti veneziani  in città e nel contesto di una più ampia strategia sanitaria nazionale e internazionale, venne istituito nel 1486 il Magistrato alla Sanità che monitorò i porti mediterranei attraverso il suo corpo diplomatico e consolare, spie di sanità e il controllo metodico dei resoconti di tutti i capitani che giungevano a Venezia imponendo certificazioni di viaggio per ogni imbarcazione (patenti di sanità) e certificati (fedi di sanità) attestanti provenienza,  stato di salute  di ogni viaggiatore e la descrizione dei suoi effetti personali e  merci.  La Repubblica  esercitò così la supremazia sanitaria non solo sul suo  Golfo, come era chiamato l’Adriatico, ma su tutto il Mediterraneo e sulle vie di collegamento terrestre con l’Europa.

Poiché dopo la terribile pandemia del 1630 la peste non entrò più a Venezia, sebbene continuasse ad intessere i suoi commerci con il Levante, tutti i porti mediterranei che vollero divenire concorrenziali si dotarono di lazzaretti e applicarono  il suo modello di prevenzione, cosicché, anche mentre declinava la sua egemonia politica sul Mediterraneo, permaneva  la sua supremazia sanitaria. I cordoni sanitari della Repubblica si rivelarono efficaci perché attivò lazzaretti lungo le coste dalmate, le isole Ionie e i suoi domini, altri lazzaretti, posti di blocco e caselli di sanità controllavano le vie di comunicazione con l’Europa il che comportò l’allungamento degli spazi e dei tempi che la separavano dalle zone infette.  Con questo sistema  la Serenissima riuscì a tenere la peste fuori dalla città, pur continuando a commerciare  con stati che furono flagellati dalle pandemie fino al secolo XIX. Il Magistrato alla Sanità, inoltre, diramava proclami a stampa a tutte le altre nazioni per segnalare la comparsa di focolai epidemici persino nelle singole navi, comunicando i luoghi con cui aveva sospeso  i rapporti commerciali a scopo preventivo. Questa attività lo rese a pieno titolo l’unico ossevatorio sanitario internazionale,  riconosciuto anche dai nemici.

 

I due Lazzaretti sono sopravvissuti alle dominazioni straniere e alle speculazioni urbanistiche e testimoniano ancor oggi il loro passato. Gli scavi hanno messo in luce migliaia di corpi di appestati e di persone che morirono anche per altri accidenti mentre stavano scontando  la contumacia. Le loro etnie e identità erano eterogenee per provenienza e classe sociale.   Vi erano facchini e guardiani che sorvegliavano i ricoverati e le merci, passeggeri e viaggiatori di tutto l’Occidente, cittadini veneziani. Molti di loro certamente morirono di peste.  Durante le epidemie  si ricorreva anche ad altri cimiteri improvvisati nelle isole periferiche: nel 1348 si utilizzarono le due isole di San Marco di Boccalama  e S. Mauro di Fossamala verso la terraferma, nel 1630 si aprì un cimitero per appestati vicino al cimitero ebraico al Lido, ma si utilizzò anche l’isola di San Clemente.  I resti umani rinvenuti nei due Lazzaretti, benché molto numerosi,  risultano troppo differenziati per provenienza e non significativi  per impostare studi e analisi scientifiche che giustifichino la profanazione di quei resti senza nome e con troppe patrie.  Da molto tempo le due isole, aperte per periodi limitati al pubblico da associazioni di volontariato, restano senza un progetto di riqualificazione.  Si è ipotizzato di crearvi un museo archelogico, dove raccogliere come in un grande deposito, reperti  precedenti alla grande storia della Repubblica di Venezia e alla civiltà anfibia che l’ha inventata. E’ da considerare il fatto che il pregevole Museo Archeologico di Piazza San Marco, frutto del collezionismo antiquario dei patrizi Veneziani, a causa della mancanza di visitatori  da tempo è stato collocato nel circuito museale fra il Museo Correr e la Biblioteca Nazionale Marciana per indurre quanti vengono a Venezia per conoscere la storia della Serenissima, ad attraversarlo.   Alla museificazione delle due isole, che pulsarono della  vita e delle attività mediterranee,  si dovrebbe preferire un  uso polifunzionale di quegli ampi spazi naturalistici e architettonici, come è avvenuto in occasione della Biennale. La scelta museale fatta per il Lazzaretto di San Carlo a Trieste non si è rivelata fortunata: il Museo del Mare che vi si è insediato è attualmente chiuso in attesa di trasferimento in altro sito. Sarebbe auspicabile dunque che i  due  ex lazzaretti veneziani  venissero restituiti alla città come è stato fatto per i Lazzaretti di Ancona e di Spalato, rivitalizzandoli in armonia con il loro importante passato che si può raccontare virtualmente in qualche sala, nel contesto del rilancio dei  due complessi con progetti di sviluppo sostenibile e con l’apertura degli antichi e amplissimi spazi ad attività di convegnistica e ricerca scientifica, restituendo anche i loro parchi alla fruizione pubblica.

 

 

Immagini:

L’isola del Lazzaretto Vecchio

Interno di un edificio per le contumacie

Il Lazzaretto Novo

 

 

Per approfondimenti:

Nelli-Elena Vanzan Marchini (a cura di), Rotte Mediterranee e Baluardi di sanità, Milano-Ginevra, SKIRA 2004;

Eadem,Venezia e i lazzaretti mediterranei, (catalogo della mostra nella Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia), Mariano del Friuli, Edizioni della laguna 2004;

Eadem, Venezia, la salute e la fede, Vittorio Veneto, De Bastiani 2011;

Eadem, Venezia e Trieste sulle rotte della ricchezza e della paura, Sommacampagna (VR), CIERRE Edizioni 2016.


Nelli Vanzan Marchini

Scrittore - Docente

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