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Riforma elettorale: frenata del Veneto al referendum di Salvini

“Clamoroso autogol”, commentano dal Pd. “Zaia assente in aula… non sa fare i conti nella sua maggioranza” rilanciano i Cinquestelle. I due partiti di opposizione, in Veneto, ieri si sono trovati dalla stessa parte della barricata, in una sorta di conferma dell’alleanza che li vede insieme al governo nazionale. A farne le spese il referendum targato Matteo Salvini che ha mobilitato tutte le regioni a guida leghista a favore di una consultazione popolare per la modifica della legge elettorale. Per un solo voto di scarto rispetto al quorum di 26 richiesto per tali iniziative, il Consiglio regionale del Veneto ha bocciato la modifica del testo imposta dalla Corte di Cassazione. In sostanza, è stata cestinata la proposta leghista con 25 sì, 14 contrari, 2 astenuti. Al di là del risultato, democratici e pentastellati hanno dato una risposta politica negativa alle aspettative di Salvini & C.

Lo scivolone, però, non dovrebbe allontanare il traguardo ipotizzato dal leader nazionale della Lega per arrivare al referendum. La Costituzione ammette la consultazione popolare su richiesta di 500mila cittadini o di cinque consigli regionali. E il “capitano” ha subito lanciato l’idea per arrivare, attraverso gli elettori, alla modifica della legge elettorale nazionale che deve necessariamente seguire il già approvato taglio dei parlamentari, al fine di ridisegnare i confini dei collegi. Già, ma quale legge elettorale? L’obiettivo dichiarato da Salvini è quello di riformare il “Rosatellum”, basato sul sistema misto, puntando al maggioritario secco. Questa linea si scontra con il “no” di Cinquestelle e del Pd, e con la diffidenza, tendente al rifiuto, di Forza Italia. Non potendo agire direttamente sugli elettori, l’ex vicepresidente del Consiglio ha mobilitato le “sue” Regioni, quelle dove la Lega governa. La risposta è stata plebiscitaria: alcune settimane fa, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Lombardia, Sardegna, Liguria, Abruzzo e Liguria hanno detto sì al referendum. La richiesta è così partita alla volta della Corte di Cassazione, la quale dopo la verifica del caso ha rimandato il plico ai mittenti con l’imposizione di integrare i quesiti referendari, indicare  il testo integrale delle norme di cui si chiede l’abrogazione, precisare il titolo del quesito modificato in  “Abolizione del metodo proporzionale nell’attribuzione dei seggi in collegi plurinominali, nel sistema elettorale della Camera dei Deputati e nel Senato della Repubblica’. Di fatto una riscrittura nella forma, fatta salva, invece, la sostanza.

Nulla di preoccupante, commentarono dal Carroccio, ma solamente un obbligato passaggio in più per gli otto consigli regionali richiamati in aula a rivotare una delibera in linea con le indicazioni della Cassazione. Invece, mentre Friuli Venezia Giulia, Liguria e Sardegna hanno già provveduto ad adeguarsi alle sottolineature dell’alta Corte, l’assemblea veneta è rimasta al palo con un imprevisto (?) stop. Come dicevamo, per i leghisti la corsa non è interrotta ma solamente rallentata a patto, però, che almeno altridue consigli regionali fedelissimi di Salvini approvino una nuova deliberazione con i rilievi della Corte di Cassazione. Per dimostrare che lo scivolone è rimediabile, Roberto Ciambetti, il leghista presidente dell’assemblea veneta, ha annunciato che “giovedì il Consiglio regionale depositerà alla Cassazione gli esiti di questo voto” e quindi la Lega non ha alcuna intenzione di cambiare la rotta che ha imboccato verso il maggoritario attraverso il parere degli elettori.

IN AULA – La delibera è stata presentata dal relatore Alessandro Montagnoli (Lega), e durante il dibattito il Pd con Orietta Salemi, Stefano FracassoGraziano Azzalin ha annunciato il voto contrario come Piero Ruzzante (Leu), Cristina Guarda (CpV) e Patrizia Bartelle (IiC). Si è astenuto Marino Zorzato (Ap), non ha partecipato al voto Antonio Guadagnini (SiamoVeneto).

“Salvini lo aveva lanciato con piglio rivoluzionario addirittura a Pontida, ma in Veneto il referendum su base regionale per modificare la legge elettorale nazionale, dopo le prescrizioni della Cassazione, viene affossato dalla stessa maggioranza leghista”. Così attaccano Jacopo Berti, Erika Baldin, Manuel Brusco e Simone Scarabel del Movimento 5 Stelle che affondano il colpo: “Tutto per un voto, proprio quello di Zaia, che non solo non sa fare i conti nella sua maggioranza accorgendosi che i partiti alleati non sono in linea, ma come al solito, non si presenta in Consiglio regionale. Chissà cosa gli starà dicendo il suo capo Salvini. Una cosa è sicura: la granitica maggioranza che sostiene il governo Zaia non è così granitica e davanti alla propaganda del capo leghista non tutti si mettono in riga, e adesso il suo progetto rischia di fallire proprio a causa del suo fedelissimo Veneto”. Garantendo che il Movimento “non fa propaganda e ha le idee chiare” i cinque pentastellati chiariscono che “abbiamo voluto e ottenuto il taglio dei parlamentari e di conseguenza alle prossime elezioni si andrà a votare con una diversa legge elettorale. E non sarà Salvini a decidere quale”.

Un “clamoroso autogol della maggioranza, forse andata in confusione dopo la prima sberla della Cassazione” lo definisce Orietta Salemi, vice capogruppo del Pd. Per lei “è incredibile quanto accaduto”. E spiega: “Dopo aver fatto un’operazione di pura propaganda politica in fretta e furia per compiacere Salvini, ora la maggioranza che governa il Veneto è andata sotto. Zaia avrebbe dovuto presentarsi in aula”, ora invece “il Veneto diventa la pecora nera delle otto regioni che avevano fatto a gara, come soldatini, a rispondere ‘signorsì’ al loro capitano”. Salemi ricorda che la Corte di Cassazione “ha confermato quello che avevamo detto un mese fa: questa non è un’iniziativa di consultazione popolare, bensì di pura propaganda”, e annota come la Corte abbia eccepito “non solo su interi commi del testo, ma addirittura sull’oggetto della richiesta referendaria, chiedendo che i cittadini siano consapevoli di ciò che andranno scegliere nell’urna”. Secondo la dem non si può parlare “di una scheda elettorale ma di un lenzuolo a due piazze (l’enunciazione del quesito darebbe chilometrica, ndr.): sfidiamo chiunque a leggere dettagliatamente articoli e commi per poi votare secondo scienza e coscienza”. Certo è “legittimo passare da un sistema elettorale all’altro optando per il maggioritario” ma con il rischio, dice la Salemi “che potrebbe assegnare il 100% dei seggi a un’unica forza come neanche in Bulgaria prima della caduta del Muro di Berlino”. Ma affinché una riforma possa essere compiuta, conclude la consigliera del Pd vanno “rispettate le procedure previste e i tempi necessari per un approfondimento-confronto. Cose che, invece, non sono avvenute: le otto Regioni promotrici hanno semplicemente risposto a un diktat, facendo una corsa a chi votava per prima. Ma in Veneto sono deragliati, vista l’assenza, oltre che del governatore, anche dei suoi ‘Fratelli d’Italia’”.


Giorgio Gasco

Giornalista

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