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La tragica notte del 12 novembre 2019.  Venezia e l’acqua alta

A Venezia le alte maree ci sono sempre state e per evitare che l’acqua, defluendo in mare, si portasse via  la terra,  si costruirono palazzi e fondamente lungo gli argini delle isole. In molti campi le cisterne dei pozzi furono sopraelevate con due o tre gradini per impedire che l’acqua salsa le inquinasse. Le  alte maree erano compatibili con la vita della città, la pulivano e bonificavano le tane dei ratti . Nel 1740 il Senato decise di rinforzare il litorale con la costruzione dei Murazzi che furono un’opera grandiosa di difesa della laguna. Per tutta la durata della Repubblica si garantirono i fragili equilibri idrogeologici con una attenta e umile osservazione e con continui interventi sperimentali, compatibili e reversibili.  La complessa burocrazia e la macchina amministrativa erano gestite dai cittadini veneziani originari o residenti in città da almeno 15 anni   (ridotti a cinque anni dopo le pestilenze).  Nel 1530  vennero istituiti i Savi ed Esecutori alle Acque, 3 senatori che duravano in carica due anni, non erano rinnovabili e non potevano essere eletti i patrizi che avevano beni o interessi in laguna o in  terreni limitrofi. Essi con l’aiuto di tre tecnici ( proto ai lidi, ai fiumi e alla laguna) avevano il delicato compito di gestire gli equilibri fra le acque dolci, le terre e il mare. Da essi dipendeva l’approvazione anche di un solo palo che, se conficcato abusivamente, poteva comportare pene pecuniarie e  detentive.  Come recita il detto “palo fa paluo” l’infissione di pali abusivi comportava il rallentamento della corrente e l’accumulo di melma con conseguente interramento (paluo= zona paludosa). Se si dovevano creare nuovi canali, si cominciava lo scavo e poi si osservava  se modificava le correnti. Se alterava in maniera pericolosa gli assetti lagunari,  si sospendeva l’operazione lasciando che  la natura  ripristinasse  i propri equilibri, di qui il nome di “scomenzere” o canali “scomenziai”.  Fu grazie a questo buon governo che la laguna di Venezia sopravvisse per oltre un millennio, a differenza delle altre che si trasformarono in mare o in pianura.    Per secoli il problema maggiore fu quello dell’interramento provocato dai detriti dei fiumi, l’insidia più temuta era che   l’instancabile attività dei corsi d’acqua trasformasse la laguna in terraferma, come era successo a Ravenna, perciò le foci dei fiumi vennero gradualmente estromesse.  Quando dopo la caduta della Serenissima (1797) i Francesi, prima, e gli Asburgo, poi, vollero trasformare Venezia nel porto dell’Impero, cominciarono i guai per l’habitat lagunare.

Le alte maree eccezionali iniziarono a manifestarsi con preoccupante frequenza e rilevanza in seguito all’escavo dei canali portuali e alla costruzione dei moli foranei che facilitarono, con l’approfondimento dei fondali, l’ingresso dei piroscafi nella laguna, ma anche quello della massa marina. Dal 1867 al 1951 le maree si intensificarono e i loro livelli si innalzarono. Il 12 novembre del 1951 l’acqua raggiunse 1 metro e 51 cm., negli anni seguenti le alluvioni si stabilizzarono intorno al metro e 10-20.  L’inizio dell’escavo del Canale dei Petroli aprì un varco profondo che portò l’Adriatico più vicino a Venezia. L’acqua alta del 4 novembre 1966 superò ogni previsione toccando il picco di 1 metro e 94 cm. E fu il disastro.  Dopo la tragedia si discusse fino al 1999, poi i governi D’Alema (1998-1999) Amato (2000-2001) e Berlusconi (2001-2005) con una straordinaria continuità di intenti, decisero la realizzazione del Modello Sperimentale Elettromeccanico (MOSE). Si trattava del progetto più costoso nella esecuzione e nella manutenzione fra i tanti vagliati per la difesa i Venezia. Consiste nella chiusura contemporanea delle tre bocche di porto con 78 gigantesche paratoie (poste sul fondo e da sostituire ogni 5 anni) che, al salire della marea, dovrebbero alzarsi e andare in risonanza, trattenute al fondo da cerniere mai prima sperimentate in alcuna parte del mondo.    Per evitare gare, si incaricò dell’esecuzione un Concessionario Unico, il Consorzio Venezia Nuova, che assorbì tutti i finanziamenti stanziati per la salvaguardia di Venezia. Questa è la storia, seguita da una cronaca poco edificante di corruzione e di sprechi: l’opera è costata oltre i 5 miliardi e mezzo, quattro volte il previsto a causa delle tangenti versate e non è ancora completata anche a causa delle indagini in corso.  Qualcuno sospetta che lo scandalo sia scoppiato ad arte prima della messa in funzione dello sbarramento che, anziché salvare Venezia, potrebbe danneggiarla. Si teme anche che le responsabilità della esecuzione dell’opera vengano polverizzate nel passaggio di consegna dai vecchi ai nuovi esecutori con ulteriori sprechi.  La sera del 12 novembre 2019 Venezia si è trovata sola davanti ad un Adriatico gonfio spintole addosso da un forte  vento.  che l’ha sommersa con 1 metro e 87 cm. di acqua, la più alta dopo il ‘66.

 

La punta massima di marea prevista per le 10 era di 140 cm., ma alle alle 10,30 continuava a salire. Non si ritirava, trattenuta sulla città da raffiche a 100 km l’ora che staccavano  le imbarcazioni dagli ormeggi, le sollevavano come fuscelli, le scagliavano sulle fondamente,  oppure le spingevano nelle calli  trasformate in  fiumi. Le onde si infrangevano sui ponti e sulle rive, demolendo ringhiere e parapetti, trascinavano via edicole, balaustre, superavano le barriere  inondando androni, negozi ed edifici di ogni genere. I negozianti alzavano le merci, i frigoriferi, i macchinari, in una gara affannosa con l’acqua che saliva sollevavano ogni cosa in alto fino a sbattere contro il soffitto e fermarsi nell’impotenza e nella rassegnazione. A quel punto  si è dovuto lasciare che l’acqua si prendesse tutto.

I veneziani sono stati  colpiti e presi  alla sprovvista perché credevano che tutti i soldi sottratti alla ordinaria manutenzione e profusi per la difesa dalle acque fossero serviti a qualcosa. Almeno a  guadagnare qualche centimetro in più di tranquillità perché non si è speso solo per il MOSE che giace arrugginito sul fondo, ma anche per opere complementari diffuse che hanno ridisegnato la laguna. Perciò ci si era muniti di barriere per l’acqua fino a 140, 150, 160, 170 cm. ma per 187 cm. NO. Nessuno era preparato.  Basta che l’acqua arrivi anche un solo cm. sopra la paratia fissata sulla porta o sulla finestra e quel cm. in meno si trasforma in una cascata che non  si ferma finché non ha riempito tutto.  La paratia, che avrebbe dovuto proteggere,  una volta entrata l’acqua, la trattiene  dentro aumentando danni e  disperazione. Nemmeno la sirena era tarata per avvisare che stava arrivando un’onda di marea sopra i 140 cm. stabiliti dal Comune come massimo segnalabile. Una parte della città è rimasta senza luce. La rabbia e l’indignazione sono montate più della marea. Alle 11 il vento teso continuava a fustigare il Bacino di San Marco e ogni calle e canale. Alle 11,30 i social  diffondevano in diretta le immagini di situazioni critiche: motoscafi semiaffondati, muretti abbattuti, pontili devastati, un vaporetto in bilico sulla Riva degli Schiavoni.  Fortunatamente dopo le 11,30 il cupo rumore delle raffiche si è interrotto, il vento è calato d’improvviso lasciando che la marea si ritirasse  nell’Adriatico. Il livello dell’acqua ha cominciato a scendere. Venezia è salva, ma ha subito un’aggressione fisica che pagheranno, come sempre, i suoi abitanti: i più fortunati avranno intonaci, pavimenti e muri da rifare, i danni strutturali si vedranno solo alla lunga, i commercianti hanno trascorso ore drammatiche perdendo, tanto o poco, quello che basta per doversi reimpostare l’attività.  Alcuni preferiranno chiudere. Altri se ne andranno via.   Il patrimonio culturale è ferito al cuore: la cripta di San Marco è stata sommersa, la chiesa inondata, la salsedine penetra e risale, scardina le tessere del pavimento, corrode la pietra, minaccia i mosaici.   Ma non basta, altre alte maree eccezionali sono previste in settimana. Si dice sia colpa dei cambiamenti climatici, ma sorge il dubbio che qualche colpa ce l’abbia anche chi non ha saputo gestire la tutela e la prevenzione di un patrimonio dell’umanità così fragile e prezioso. Ancora una volta l’Italia delle grandi opere, decise a livello centrale, fa ricadere  sui cittadini le conseguenze della mancanza di ordinaria manutenzione e di salvaguardia ambientale del territorio.

Sull’onda dell’emozione, il giorno dopo, i rappresentanti delle istituzioni hanno dichiarato di voler completare il MOSE, oramai già vecchio, obsoleto e con le cerniere arrugginite dalla salsedine, che finora nessuno si è preso la responsabilità di collaudare. Per farlo  forse si aspetta uno scudo penale? Il sindaco in conferenza stampa ha ribadito anche la sua intenzione di tutelare la portualità. Va precisato che tale tutela,  finalizzata a spostare il passaggio delle Grandi Navi fuori dal Bacino di San Marco,  implica l’escavo del piccolo canale Vittorio Emanuele per portarlo da 1 metro e mezzo a 12 metri di profondità ,  allargandolo da 20 a 120 metri. Questa grande opera, a forte impatto ambientale, infliggerà una profonda ferita alla laguna   distruggendo i canali meandriformi che sul fondo  rallentano le maree. E il mare sarà ancora più vicino.

Gli  83.000 veneziani, che conoscono e vivono il loro ambiente lagunare, sono esclusi da queste importanti decisioni  perché dal 1926, per volontà del governo fascista, sono aggregati in un Comune unico con Mestre e Marghera che con i  loro 180.000 abitanti,  esprimono più di due terzi dei consiglieri. Venezia per la sua specificità ambientale e culturale esige una rappresentanza politica autonoma che possa assumere, come in passato, le decisioni sul suo habitat, valorizzando le esperienze e le competenze cresciute in laguna.

Chi meglio dei residenti può amministrare queste terre incerte e indicare con una visione complessiva, quale laguna potremo consegnare alle future generazioni? Il 1° dicembre il referendum per l’autonomia di Venezia potrà restituirle la rappresentanza politica . Votando si, i veneziani affermeranno il loro diritto di esprimere i loro rappresentanti per gestire una specificità che solo chi la condivide può governare. Lo sfruttamento della fragilità ambientale è un punto importante ma è solo un aspetto della politica che ha depauperato il tessuto socioeconomico di Venezia consegnandolo alla speculazione turistica e immobiliare.  La scelta per l’autonomia sarà il segnale di voler contrastare l’omologazione di Venezia a centro storico o ad area pedonale di una terraferma che, con il suo peso demografico, determina le scelte della millenaria civiltà anfibia che non le appartiene. I veneziani, che condividono paura e bellezza, costi e benefici di questo habitat unico, hanno l’ultima possibilità di riprendersi il governo della loro città   che rischia di sprofondare nell’Adriatico come un relitto trascinato a fondo da sgoverno e speculazione.

 

Per approfondimenti: N.E.Vanzan Marchini, Venezia Civiltà Anfibia, Sommacampagna, CIERRE 2009.

 

Didascalie:

Le foto in bianco e nero documentano i danni dell’alta marea del 4 novembre 1966 e quelle a colori i danni dell’alta marea del 12 novembre 2019.

 


Nelli Vanzan Marchini

Storica - Docente

  • Mario
    16 Novembre 2019 at 23:34

    Miglior articolo non avrebbe potuto essere pubblicato. Non ci sono parole per descrivere la tragica situazione in cui si trova questa povera nostra Venezia sono pienamente d’accordo circa il referendum per l’autonomia della città bisogna votare SI. Grandissimi complimenti

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