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La peste del 1630 a Venezia e la Madonna della Salute

Nel 1624 arrivarono a Venezia le prime notizie sul serpeggiare della peste in Francia, in Svizzera, in Valtellina, in Lombardia.  Quattro anni dopo il morbo fu segnalato a Viadana e nel Mantovano. L’8 giugno 1630 giunse a Venezia il marchese de Strigis, ambasciatore del Duca di Mantova, era persona di troppo rispetto per collocarla in Lazzaretto perciò fu messo in contumacia nell’isola di San Clemente, opportunamente sistemata da un falegname che, finito il suo lavoro, se ne tornò a casa a Castello. Il marchese non aveva un bell’aspetto, sembrava   affaticato dal viaggio, invece in pochi giorni si ammalò e da lì a poco il contagio si diffuse anche in città.  La ragion di stato negò l’evidenza, nonostante il protomedico del Magistrato alla Sanità Giambattista Fuoli volesse proclamare lo stato di emergenza e la pestilenza in città. In Pien Collegio il medico venne addirittura redarguito e invitato da un Provveditore ad andar più cauto “nel proferire così liberamente concetti pregiuditiali a negotii et al commercio pubblico et privato et alla libertà della patria”.  La dichiarazione della presenza del contagio avrebbe comportato, infatti, l’isolamento commerciale da tutte le altre nazioni e una serie di reazioni interne difficili da controllare: fuga, panico collettivo, spopolamento con sospensione di molte attività produttive, speculazione e sciacallaggio delle abitazioni e botteghe abbandonate. Dunque 28 medici sui 36 interpellati ebbero un alto indice di ascolto quando dichiararono sotto giuramento che a Venezia non vi era né peste né sospetto di peste.

Furono i fatti a contraddirli: dai 48 morti registrati in luglio e agosto si passò ai 1.168 in settembre, ai 2.121 in ottobre.  Si diffuse il panico, la popolazione si abbandonò a comportamenti di disperazione: alcuni vagavano come degli allucinati nelle strade “nulla più curando la vita”, altri, “rinchiusi per terrore nelle proprie case, si osservavano stupidi ed incoscienti”. Molti malati languivano in attesa di essere trasportati nei lazzaretti.

 

In quell’autunno del 1630, i cadaveri abbandonati a terra restavano insepolti per mancanza di pizzegamorti (monatti). Il 2 novembre 1630 si offrì  a quei carcerati, che avevano scontato la pena, ma dovevano ancora rimborsare allo Stato le spese processuali, di essere liberati purché prestassero il  triste servizio di becchini protetti da casacche di tela incatramata per un compenso di 20 ducati al mese. In pochi giorni se ne reclutarono 300.

La città era quasi deserta.  Chi se lo era potuto permettere, era scappato il più lontano possibile per tornare solo quando fosse passato il pericolo.  Venezia, priva di coraggio e piena d’infelicità e di miserie, era percorsa da peate cariche di  morti.  Al Lido si predisposero delle fosse comuni vicino al cimitero ebraico e al convento dei Benedettini di S. Nicolò.  Nei campi e nelle calli il silenzio, gravido di angoscia, era rotto da singulti, gemiti e sospiri. Quasi tutte le porte delle case erano sbarrate da due grandi assi incrociate che impedivano ai loro abitanti di uscire perché infetti.  Dalle loro finestre pendevano dei cesti e dall’interno voci disperate chiedevano cibo, acqua  e aiuto.

Nel pieno dell’epidemia, il 22 ottobre 1630 il Senato, ricordando il buon esito del voto fatto al Redentore quando durante la peste del 1576 gli aveva dedicato il tempio alla Giudecca, decise di rivolgersi alla Madonna.   Del resto si riteneva che Venezia fosse nata il giorno dell’Annunciazione e che fosse rimasta “sempre Vergine nella Fede e nel Dominio” dunque si deliberò di affidarsi alla Vergine perché facesse tornare  la salute in città. Il doge Nicolò Contarini, fattosi interprete del voto del Senato espresso all’unanimità (106 sì e 5 astenuti), si impegnò a erigere una chiesa “magnifica…con pompa” e a celebrare ogni anno una solenne processione a partire dal momento in cui l’epidemia potesse considerarsi estinta.

A novembre i morti raggiunsero la punta massima di  14.465 persone, per poi scendere  a 7.641 in dicembre. Complessivamente, nel periodo che andò dal luglio 1630 all’ottobre 1631, su una popolazione di 142.804 anime (censite nel 1624) morirono in città e nei lazzaretti ben 46.490 persone (32,6%).  La mortalità complessiva con Murano, Malamocco, Chioggia e gli Ebrei raggiunse le 93.661 unità.

La Repubblica, finita l’emergenza, dovette adottare misure per ripopolare la città favorendo l’immigrazione dalla Terraferma.  Offrì esenzioni, privilegi o compartecipazione nei beni comuni, eccezionalmente aprì per tre anni l’iscrizione alle arti e quest’ultimo provvedimento si rivelò decisivo per il rilancio demografico. Le campagne di ripopolamento erano partite già in seguito alle prime pestilenze.  Continuava ad essere in vigore la parte con la quale il Senato, nel 1474, aveva istituito il brevetto per attrarre inventori e incentivare il loro trasferimento in città impegnandosi a tutelare il diritto della proprietà intellettuale e dell’utilizzo esclusivo delle loro invenzioni con la promessa di finanziamenti per la sperimentazione e di vitalizi per quelle che risultassero di pubblica utilità.

 

Si iniziò a prestare una nuova attenzione alla capacità riproduttiva della popolazione riprendendo la campagna per il controllo della mortalità neonatale avviata nel 1624 con l’introduzione di un esame abilitante alla professione di levatrice davanti al  Magistrato alla Sanità e a due levatrici approvate. Si apriva così una nuova pagina nella tutela della maternità e della nascita fino ad allora affidate all’esclusivo universo femminile. Nella scena domestica del parto stava entrando lo Stato per normare la preparazione delle mammane e, alla lunga, vi si sarebbero insinuate le competenze del chirurgo e la figura del medico ostetrico. Si tratta di fenomeni culturali e di pratiche che si modificarono nel lungo periodo per trovare la loro istituzionalizzazione nella Scuola biennale di Ostetricia fondata nel 1770 per le levatrici con le ostensioni dell’utero che si tenevano nel teatro anatomico di San Giacomo dell’Orio.

Questa rivoluzione culturale della scena della nascita e delle sue principali protagoniste trovò una sua prima presa di coscienza ed iniziale espressione proprio nel tempio della Madonna della Salute che esprime un netto mutamento di tendenza rispetto al  voto al Cristo Redentore. La redenzione era tema universale, metastorico e la strategia di prevenzione della peste allora era comunicata dai due Santi Sebastiano e Rocco che insegnavano rispettivamente la rassegnazione nella fede e  i sintomi della peste e il comportamento da adottare  per non nuocere al prossimo accettando l’isolamento in lazzaretto. All’Olimpo maschile in cui Venezia era rappresentata dall’evangelista  Marco,  subentrano il culto mariano e l’universo femminino simboleggiato dalla forza della Vergine, unica in grado, non solo di difendere Venezia dalla peste, ma anche di guidarla come Stella maris.

Baldassar Longhena colse la novità e presentò  il suo progetto come “una rotonda macchina che mai s’è veduta né mai inventata”.   Il sito individuato per il tempio votivo, dietro la Dogana da Mar sulla punta di Dorsoduro, fra il Canal Grande e il Canal della Giudecca, è l’ombelico del bacino di San Marco, ubicato in posizione strategica fra il Magistrato alla Sanità accanto alla Zecca (demolito nel 1806 per lasciar il posto ai Giardinetti Reali) e la Chiesa votiva del Redentore alla Giudecca. I tre punti delineavano un ideale cordone sanitario di cui La Basilica della Salute costituiva il punto centrale, l’albero maestro di un poderoso vascello che aveva come prua la Dogana da Mar.   All’apice della cupola, sopra la lanterna svetta la statua della Vergine vestita come capitana da mar, con in mano il bastone del comando. Sostituì l’angelo contemplato nel progetto originario del Longhena perché si volle celebrare la coincidenza della potenza marittima di Venezia con  Maria che  segna la rotta, mentre al vertice della cupola minore San Marco tiene il timone e nelle banderuole sui due campanili  sventolano le immagini dell’evangelista marciano. La simbologia marinara, celebrativa della grandezza navale della Repubblica e contestualizzata fra le due più grandi arterie di comunicazione acquea della città che si apre al dominio del mare, si integra con il messaggio politico-sanitario espresso nel gruppo marmoreo situato all’interno, sull’altare principale  secondo il  programma iconografico interpretato magistralmente da Giusto Le Court e  dettato dalle scelte della politica. Fra gli  altri  più o meno esoterici messaggi di cui è ricca la chiesa, quello che più appartiene alla storia del costume è espresso proprio dalla monumentale scena che raffigura  Venezia nelle sembianze di una  fanciulla in età fertile che supplica la Vergine madre di cacciare  il femminino negativo incarnato da una vecchia lacera,  le cui carni macilente  rappresentano la peste e la morte. Analoghe sembianze da secoli si attribuivano alla strega, che in molti contesti culturali coincideva con la cattiva levatrice che si riteneva offrisse al diavolo i neonati e rendesse sterili le donne.  Il messaggio, insomma, era funzionale alla strategia della Repubblica per ripopolare Venezia difendendo la nascita e la maternità e propugnando un modello di femminilità che era opportuno soppiantasse quello della cortigiana, signora dell’arte d’amare del Rinascimento, ma inevitabile antagonista del modello familiare.

La Basilica, il cui programma iconografico fu per decenni discusso e modificato e che ha ancora molti segreti da svelare, fu inaugurata nel 1687. Il culto della Madonna della Salute ebbe fortuna anche nei dominii veneziani e nella vicina Trieste degli Asburgo, dove  sorsero cappelle e chiese che furono e continuano ad essere meta  di processioni analoghe a quella che ancora oggi i veneziani fanno il 21 novembre.

 

Didascalie: La basilica della Madonna della Salute, il gruppo marmoreo di Giusto Le Court sull’Altare Maggiore, il ponte votivo


Nelli Vanzan Marchini

Scrittore - Docente

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