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Venezia e acqua alta: autonomia e responsabilità collettive

L’alluvione di Venezia non è la causa, ma l’effetto di numerose cause riconducibili al cattivo comportamento di tutti noi: nessuno è innocente e “siamo colpevoli anche per le colpe degli altri” (Dostoevskij). Accusarci tutti non significa attenuare le colpe individuali per decisioni scellerate: i colpevoli specifici li conosciamo da tempo. Gran parte degli interventi di esperti, di politici e del popolo si sono limitati a inveire su costoro. Un comprensibile quanto inutile sfogo. Non ci domandiamo, invece, cosa avremmo potuto fare noi stessi: partecipare a un’assemblea in più, informarci meglio, votare diversamente e magari candidarci noi stessi. Aspettiamo sempre che qualcuno ci risolva i problemi, ma non ci rendiamo conto che essi nascono nel comportamento quotidiano di tutti. L’autonomia aiuterebbe? Sì, purché unita a un cambio di mentalità e al ritorno a quante più responsabilità dirette possibili.

Per esempio, ipotizziamo che per gestire le acque del Veneto operino mille geometri, cento ingegneri, dieci ricercatori e due o tre veri scienziati del settore. Tutti costoro pensano di sapere fare bene il loro mestiere. Ci dovremmo fidare, ma da anni si va dicendo che la scuola media che forma i geometri è disastrosa e i progetti di riforma centralizzata sono prevalentemente intesi a ridurre le spese e a creare posti per insegnanti piuttosto che a migliorarla. Come è possibile allora che questi mille geometri sappiano davvero fare bene il loro mestiere? Lo stesso discorso vale per i cento ingegneri, ma la didattica universitaria italiana è un disastro. È risaputo lo scarso interesse dei docenti a insegnare quelle materie che garantiscono alti redditi da libera professione. Come possiamo allora pensare che gli ingegneri che lavorano sul territorio siano adeguatamente preparati? Qualche conseguenza pratica della scarsa preparazione universitaria ci dovrà pure essere! Concediamo che dei cento ingegneri, dieci siano eccellenti autodidatti o abbiano avuto la fortuna di avere buoni insegnanti. Ma per governare un territorio è necessario un sistema di competenze diffuse che non solo consente ad alcuni di agire bene, ma anche di potere dialogare con gli altri. Se non hanno interlocutori, anche i pochi autodidatti diventano inutili. Anzi, per esperienza sappiamo che i bravi sono emarginati da chi compensa la propria incompetenza tecnica con maggiore scaltrezza nel tramare per ottenere posizioni direttive.

I dieci ricercatori dovrebbero studiare ed elaborare progetti nuovi e alternativi, girare il mondo per conoscere, proporre quanto di migliore ci sia. Ma sappiamo in che condizioni marcisce la ricerca nel nostro paese, i migliori vanno all’estero e noi non invitiamo i migliori stranieri. La selezione dei ricercatori è clientelare; rimangono sempre nella stessa università e per fare carriera sono incoraggiati a obbedire anziché innovare. Così succede che questa arretratezza culturale vada dai geometri agli ingegneri e arrivi ai ricercatori: come non aspettarsi alluvioni?

L’ultimo ostacolo sono i due o tre scienziati che hanno il compito di selezionare i ricercatori e dialogare con il potere politico per proporre le opere di difesa dai disastri. Costoro, anziché svolgere prevalentemente l’attività di ricerca e preparazione dei ricercatori, sono molto più interessati a dialogare con potenti costruttori che si servono dei loro studi professionali per proporre opere e metodi ripetitivi evidentemente vecchi, muscolari e inefficaci, ma presenti nel catalogo delle imprese. E allora che fare se non darci da fare ed essere tutti più onesti e responsabili?


Corrado Poli

Docente / Scrittore

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