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Il racconto della domenica. “Zeta”

Erminio aveva proprio una faccia simpatica.

Lo pensava la signora Lucia, mentre lo guardava dall’alto, tra i fili di ferro e il bucato. Peccato che parli così poco. E continuava a piegare in quattro le lenzuola matrimoniali per stenderle in pochi metri cubi d’aria.  Anzi. Peccato che non parli mai. E i suoi gesti erano sempre più rapidi, perché il freddo pungeva.

Anch’io ho bisogno di braccia lunghe come quella, per scavare nei cassonetti. Lei sciorina ed io cerco. Disse tra sé Erminio, e sbirciava, attraverso la falda del cappello sdrucito, la signora Lucia sul terrazzino. A sessantaquattro anni, i suoi occhi neri erano diventati fessure, tra le rughe a ragnatela, lo sguardo non brillava ogni giorno,  ma ogni giorno Erminio aveva  la  forza di tirare il carretto. Usciva di casa alle otto e rientrava alle quattro. D’inverno la sua barba bianca era piena di gocce d’umidità, come gli aghi dei pini sotto la pioggia.

Quel giorno, Mario e Luigi gli andarono incontro saltellanti,come sempre. Entrambi avevano cinque anni.

– Cosa ci hai portato?

Erminio non rispose. Li guardò, sorrise e si accomodò sul carretto, alzando i lembi del cappotto spigato. Lentamente incominciò a sbottonarsi e i bambini impazienti continuavano a saltellare e a chiedere:

– E allora? Allora?

Tirò fuori da una tasca una pallina. La lucidò sui pantaloni. Era  di vetro azzurra e trasparente.

– Guarda! – Disse a Luigi, mentre gli metteva la biglia davanti all’occhio destro e gli suggeriva, con gli ammiccamenti dei suoi occhi, di chiudere il sinistro.

–  Guarda! – E incominciò a girare la biglia.

–   Fissa quel lampione,  adesso la sua luce é tutta nella biglia, insieme alle bolle d’aria e ai fili di vetro azzurri. Il mondo non c’è più e tu afferri uno di quei fili e voli lontano, e poi entri in una bolla d’aria e tocchi il cielo e sei sempre più in alto.  Tieni e guarda attorno come tutto si trasforma

Il piccolo prese la biglia, la fece roteare  nelle palme delle sue mani, si incantò a seguire il movimento a spirale dei fili azzurri, imprigionati nel vetro. Poi guardò, attraverso la biglia, una finestra illuminata della sua casa. Nella biglia la sua casa scomparve e lui era nella luce.

– Mario, questa è per te.

E sbucò un’automobilina da un’altra tasca. La fece andare avanti e indietro sul braccio. Le ruote, nonostante le grinze della stoffa, si muovevano.

– Vedrai come va sul marciapiede, quando la fai partire, corri con lei e va più forte che puoi e poi fermati e girati di colpo,  ti parrà che ti stia inseguendo. Un’automobilina magica, basta che tu la spinga e corra più di lei, e lei ti raggiungerà.

Mario provò. Erminio aveva ragione.

Si alzò, tirò un sospiro, si riabbottonò il cappotto.

– E ora tocca a voi, ragazzi! Dopo continuate a giocare. Venite ad aiutarmi, ne ho proprio bisogno, oggi sono molto stanco.

Fece un cenno con il capo e i bimbi lo raggiunsero. Afferrarono i bordi di un cubo e insieme ad Erminio lo tirarono via dal carretto. Il peso maggiore lo portava Erminio, i piccoli non avevano forza nelle braccia. A fatica il cubo entrò in casa. Poi, Mario e Luigi corsero a prendere i giornali. Ce n’erano tanti, come ogni giorno. Li accatastarono lì dove c’era posto e scapparono via a giocare.

Erminio dopo aver sistemato il carretto nel cortile, sotto un balcone, entrò in casa e si chiuse dentro. Per fortuna che non c’erano scale da salire. Era proprio stanco. Sarebbe uscito il giorno dopo, alle otto.

Lucia guardava attraverso i fili della roba stesa quella porta chiusa. Cosa faceva Erminio in quelle stanze?

 

La casa era grande e fredda. Erminio rimase con il cappotto. Si tolse il cappello e lo appoggiò con dovuta cura su una di quelle cataste di giornali che riempivano le sue stanze. Era un vecchio cappello,  e lui lo trattava come se fosse nuovo.

Andò in cucina, e dopo aver riempito d’acqua un secchio, si diresse con quel carico  verso il suo cubo. Che gioia! L’aveva visto vicino ad uno dei cassonetti di via Monteleone. Solo. Prendimi. Diceva. E lui s’era avvicinato, aveva passato un dito lungo i bordi, quasi per accarezzarlo e poi, con un po’ di fatica, l’aveva caricato sul carretto. Era il suo sedicesimo cubo, una buona media in un anno. Bagnò uno straccio nell’acqua, lo strizzò e lo passò umido su tutta la superficie del cubo. Pulì ogni angolo, ogni tasto e interstizio. E il vetro, di una delle facce, tornò a brillare; mise il cubo su un tappeto, afferrò la frangia e con la schiena china incominciò a tirare. Il cubo scivolava sul pavimento. Leggero. Così entrò trionfalmente nella stanza. Lì c’erano altri quindici cubi e sette parallelepipedi. Non avevano tutti la stessa dimensione e questo creava qualche problema ad Erminio e gli rendeva difficile la costruzione della sua piramide. Perciò doveva continuare a cercare, ogni giorno, nei cassonetti, altri blocchi per completare la sua opera. Doveva erigere un edificio perfetto, che sfruttando le  facce di vetro dei cubi, avrebbe potuto splendere come un brillante. Una piramide sfaccettata.  Quella sera era troppo stanco per porre l’ultimo cubo, appena trovato,  sopra gli altri già disposti. Decise di riposarsi.

Col solito passo trascinato, andò verso una delle cataste dei giornali, prese un fascio di quotidiani e si accomodò sulla poltrona sgangherata che aveva le molle dei braccioli liberi di vibrare. Incominciò a sfogliare. Il mondo davanti ai suoi occhi filtrò attraverso quelle colonne. Pensò alle parole inutili, a quelle utili, a quelle necessarie, a quelle disperate. A quelle che non possono finire nell’oblio e con le forbici ben affilate incominciò a tagliare:

Not too little, not too much, just right, Erasmic.

Frasi che per Erminio avevano un significato particolare.

Un esempio classico di “Effrontery”? Quello dell’imperatore Calligola che in dispregio al senato e al popolo romano, nominò senatore il cavallo di sua proprietà. E tagliò.

Doroty indossa le scarpette rosse per tornare a casa. Ma la sua vera casa è altrove.

Tutti quei frammenti di carta volavano come farfalle nella sua valigia. Era una valigia, uguale a tante altre, in cuoio con due fibbie in ottone e una cerniera, ma era diversa dalle altre, non avrebbe trasportato oggetti, solo parole. La preparava, da tempo, per il suo lungo viaggio e bisognava infilarci quante più parole fosse possibile. Continuò a tagliare, come ogni giorno; la valigia era quasi piena. Una sforbiciata:

Il mondo che ci danno è una prigione dove la tentazione è di chiudersi in una cella d’isolamento.

Lì fuori era calata la nebbia ed era tutto buio. Si alzò per accendere la candela. Non aveva più corrente elettrica, da quando non pagava le bollette. Ma questo non era importante. Quella fiammella l’aiutava a concentrarsi, a fissare un punto e a pensare. Da giovane aveva girato come una trottola che nel vortice si annulla e perde  i colori. Ora voleva pensare alla sua anima ghiaccia, a quando sarebbe entrata la luce e alla piramide che l’avrebbe riflessa, moltiplicando i raggi, diffuso sfavillii attorno e il ghiaccio si sarebbe sciolto e lui sarebbe andato per il lungo viaggio con il suo bagaglio di parole.  Sereno. Finalmente. Lui che, per gli altri,  non era più nessuno. Forse una zeta. L’ultima lettera dll’alfabeto.

Si addormentò fissando quella tremula lingua luminosa.

 

– Acqua. Acqua. Prendi un altro secchio.

– Il fuoco ha trovato da bruciare, se non ci fosse stata Lucia al balcone, eravamo tutti belli e cotti. Che puzza!

– Nient’altro, solo rifiuti in questa casa.

– ec… ecccc… che tosse! tutto sto fumo, mi brucia gli occhi, maledizione!

–  Cartacce, stracci, giornali, pentole vecchie….. Andiamo a vedere. Il fuoco non è entrato in quella stanza. Porta il secchio, non si sa mai.

–  Caspita quanto spazio aveva il vecchio e questi uno, due, tre…  sedici televisori? E uno, due… sette radio, tutte fuori uso, non c’è una che abbia un filo con una  spina. Come li attaccava il vecchio? Come li ascoltava?

– Non li attaccava.  E cosa ci faceva quello lì con le radio mute e le tivù cieche, è un mistero!

– Non me ne frega niente… cosa ci faceva.. Se non fossimo arrivati sarebbe scoppiato tutto, bell’affare, con questo fuoco.

– L’hai  visto? Ha ancora il cappotto. Ma che strano che non si sia bruciato neanche un dito. Sembra addormentato.

–  Invece è  morto.

– Eppure! Che strano, non riesco a capire, ha una faccia simpatica. Un non so che…

– Ma che dici? Muoviti. Non senti che la mondezza puzza….. Un non so che? Ma cosa guardi tu? Io non vedo. Nulla.

Qui c’è solo merda.

 


Elianda Cazzorla

Scrittore

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