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Il racconto della domenica. “Il bambino che correva veloce (Andante maestoso)

Alle elementari ero un bambino disadattato che cresceva in un piccolo paese della montagna lombarda. Non solo non ero del posto e parlavo male il dialetto (oggi lo chiamano lingua) locale, ma peggio ancora ero l’unico figlio di genitori istruiti della scuola. Gli altri bambini erano tutti contadini o comunque poveri. Perciò, quando suonava la campanella della fine delle lezioni i miei compagni non trovavano di meglio da fare che picchiarmi appena usciti da scuola. Dio non era stato misericordioso nel mettermi in questa situazione, ma aveva rimediato regalandomi il talento del correre veloce. Grazie a questo, il più delle volte la facevo franca. Fu così che gradualmente il gioco dei miei compagni si fece più civile: anziché menarmi senza ragione (se non la lotta di classe) mi sfidavano nella corsa. Visto che vincevo sempre, cominciarono a invitare i bambini delle altre scuole elementari della valle e di altre valli vicine. A quei tempi c’erano tante piccole scuole che si raggiungevano a piedi. Nella mia scuola si formarono due partiti. Da una parte c’erano quelli che invitavano gli altri bambini veloci a sfidarmi perché volevano vedermi finalmente perdere; dall’altra c’erano quelli che condividevano con me l’orgoglio di fare parte della scuola del bambino più veloce che piano piano si era fatto accettare e parlava dialetto quasi come gli altri. A un certo punto si sparse la voce che il figlio dell’unico pescatore e pescivendolo della valle corresse davvero forte e sarebbe venuto a sfidarmi. Ora, un pescatore in una valle alpina nella scala sociale sta al gradino più basso e anzi su quel gradino forse non c’è proprio salito. Si diceva anche che il bambino puzzasse oltre a essere cattivo e violento.
Io ero sicuro di vincere, ma quando me lo trovai finalmente davanti per la gara mi resi conto che questa volta non sarebbe stato facile. A parte il fatto che era più grande di me – verosimilmente era stato bocciato – il suo aspetto mi incuteva preoccupazione. Era bruno con i capelli a caschetto unti, nerissimi e lisci; la pelle era chiara, ma bruciata dal sole ed era pieno di lentiggini. Lo sguardo che molti definivano cattivo, a me sembrò soprattutto spaventato. Era sporco, con i vestiti rattoppati ed effettivamente aveva uno sgradevole odore selvaggio. Forse anch’io gli incutevo una diversa preoccupazione. Oltre che a una corsa ci trovavamo di fronte a un conflitto sociale: il figlio dell’avvocato e della professoressa contro il figlio del pescivendolo! I tanti bambini accorsi si divisero in due partiti facendo il tifo per l’uno o per l’altro, seguendo il loro istinto o i discorsi che sentivano a casa.
Non ho mai capito cosa successe esattamente, ma subito dopo la partenza cominciammo a sgomitare più che altro per paura l’uno dell’altro. A circa venti metri dall’arrivo quando eravamo ancora alla pari, lui perse l’equilibrio e cadde negli escrementi di vacca o di cavallo che a quei tempi e in quei posti vivificavano le strade. Gli escrementi poco aggiunsero al suo malodore naturale, ma simbolicamente acquisivano un peso insopportabile per i bambini suoi tifosi. Non lo spinsi volontariamente per farlo cadere, ma non ero nemmeno del tutto innocente. Mentre io mi tormentavo con i miei complessi di colpa da bambino borghese, disadattato e un po’ ipocrita, tutto intorno scoppiava una rissa furibonda tra bambini delle parti avverse. A stento gli adulti riuscirono a sedarla a suon di scapaccioni come usava allora. Nel frattempo, io e il figlio del pescivendolo – che ora si chiamava Enrico – avevamo cominciato a chiacchierare tranquillamente tra noi e diventammo amici senza più ritornare sull’argomento di chi aveva spinto per primo. Verosimilmente entrambi sapevamo di essere in colpa così che non ci interessava nemmeno più sapere chi fosse il più veloce.

 


Corrado Poli

Docente / Scrittore

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