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In seconda fila. Comprimarie e comprimari tra letteratura, fumetto e televisione. 1) La signora Maigret

E’ una strenna natalizia quella che oggi  presentiamo ai lettore di Timer Magazine. In questa collezione di schede biografiche, per una volta, non si parla dei protagonisti di storie più o meno famose, ma di comprimarie e comprimari, personaggi che hanno finito per scolorirsi accanto ai fondali di palcoscenici calcati da veri eroi, sempre in primissimo piano.

L’autore ha ripercorso i tratti di queste brillanti anime in “seconda fila” e attenendosi quanto più possibile all’originale che molti di voi ricorderanno.

Se riusciremo a suscitare il vostro interesse, sarà stato per l’autore e per noi di Timer un grande privilegio.

 

Quando sposi un poliziotto, sposi anche il suo lavoro. Le donne del mio tempo hanno saputo amare anche così. Capisco che nel vostro mondo la questione sembra un vezzo borghese degno di un sorriso di compatimento; del resto non potete comprendere cosa sia stato quel tempo per noi della borghesia francese che abbiamo avuto la fortuna di condurre un’esistenza agiata, in fin dei conti. Nonostante il buio pesto delle coscienze durante anni tremendi. Con Maigret ci siamo sposati nel 1912 in una piccola chiesa fuori la capitale. Ricordo ancora quel vestito beige che mia madre aveva confezionato con tanta cura, poco prima di lasciarci, felice di sapermi al sicuro tra le braccia di un uomo profondamente onesto e premuroso.

Soltanto due anni dopo, la tragedia della guerra ci avrebbe messo per la prima volta alla prova dinnanzi ad orrori che stento a nominare. In quei momenti di caos assoluto si è aggiunto un evento luttuoso per me e mio marito che ha segnato per sempre la nostra vita. Ero rimasta in cinta quasi per caso, e in quei frangenti di lutto nazionale, perché così abbiamo vissuto lo sfondamento delle linee da parte dei tedeschi, convinti che sarebbero arrivati fin dentro le nostre case, la notizia ci aveva riempiti di gioia. Isabelle è vissuta meno di una farfalla, con quella sua leggerezza diafana e quegli occhi spalancati su un’Europa che andava in fiamme. Se l’è portata via una brutta infezione batterica e all’epoca non c’erano dottori capaci di metterla in salvo. L’ho cullata per pochi giorni appena e poi l’abbiamo seppellita in una giornata di sole e di aria limpidissima. Non è vero che piove sempre durante i funerali; al nostro, l’azzurro del cielo riempiva gli occhi e faceva quasi male.

Maigret piangeva come un bambino, ma io le lacrime le avevo già versate tutte e  sentivo in petto il rigonfiamento leggero del latte che avrei perso presto. Sarà per questo che il commissario più amato del Novecento si è buttato nel lavoro per dimenticare in fretta, con la compostezza dell’uomo di una volta e senza farmi mancare mai affetto e considerazione, mentre gli anni correvano all’impazzata. Siamo una coppia solida, e qualche volta gli ho dato perfino una mano a risolvere qualche caso complicato. Jules, lo chiamo così di rado, quando sono arrabbiata o quando accarezzo da distante la sua anima generosa, affronta delinquenti e scellerati con la destrezza dell’apicoltore; si fa pungere raramente e aspetta il momento giusto per mettere le mani nell’alveare. Anche senza protezione: è sufficiente sapere come muoversi; e l’esperienza è la migliore consigliera. Cautela e una spiccata attitudine alla ricerca del dettaglio gli consentono di incastrare il colpevole definitivamente. Si immerge nelle atmosfere dei delitti quasi a percepirne la consistenza; rare volte ha tirato fuori la pistola, lo fanno sempre i suoi ispettori, in compenso, più nervosi e certo più agili. Forse anche per proteggerlo, perché la sua squadra sarebbe pronta a qualsiasi sacrificio pur di riportarlo in ufficio sano e salvo.

Non ha orari, Maigret, e quando segue le indagini la giornata è scandita soltanto dal ritmo delle sue “battute di caccia” tra boulevards e stradine secondarie che serpeggiano nel centro storico di Parigi sconfinando in periferie desolate. Se torna molto tardi nel nostro appartamento nell’XI arrondissement, sono lì ad aspettarlo in vestaglia per mettergli in tavola qualcosa di caldo. E’ uno dei momenti più belli per noi: mi siedo di fronte a lui e ascolto i resoconti che mi dettaglia tra un boccone e l’altro, riempiendomi di complimenti per la mia cucina sempre all’altezza. Dice lui. In realtà a me non sembra di essere una cuoca raffinata, ma Maigret riesce a convincermi del contrario con quel sorriso bonario che gli increspa le labbra lentamente.

L’aroma del tabacco da pipa che si spande nella stanza incornicia le sue riflessioni investigative e io guardo la curva della pancetta che spunta da sotto la camicia con benevolenza. Non è mai stato un adone, questo ve lo garantisco, ma qualche chilo in più non fa che conferirgli ancora più autorevolezza, rendendolo un signore in età dotato di un certo fascino che ti trasmette sicurezza, grande e grosso com’è e ben piantato. Una volta coricati, non è raro che, nonostante un matrimonio ormai stagionato, un’intimità disinibita, come il liquore invecchiato in botti di rovere, soddisfi adeguatamente i nostri sensi maturi, per dir così.

Quel curioso apparecchio che è il telefono, e che mi ha affascinato sin dalla tenera età, ha squillato almeno una volta anche se è mattina presto. Chiamano per Maigret di solito, e non sono mai buone notizie. Appeso in corridoio trilla con l’insistenza di una vecchia zitella petulante, interrompendo il sorseggiare del mio caffè forte, una faccenda che detesto. Per questo Jules, avrete capito che in questo caso sono irritata, si alza e va a rispondere scivolando silenzioso dalla sedia. Ritorna a sedersi per terminare il suo pane tostato cosparso di burro abbondante e qualche minuto più tardi, dopo avermi fugacemente baciato, si calca il capello in testa e sparisce.

Amo la lettura, a cominciare da quella dei giornali che dopo colazione mi procuro nell’edicola distante un centinaio di metro da qui. Sfoglio le pagine del “Le Figaro” per capirci qualcosa della politica estera del governo o per aggiornarmi con le notizie di cronaca nera. I tetti di Parigi dalle finestre del soggiorno, abitiamo al quinto piano di un edificio in stile impero, intessono una delle geografie urbane più belle del mondo che nemmeno l’arrivo dei nazisti ha potuto cancellare, per quanto ce l’abbiano messa tutta a imbrattare con le loro nefandezze la Ville Lumiere.

Mi prendo cura della nostra casa senza esagerare; tanto più che Maigret, appena può, collabora con impegno maniacale pulendo quei pochi argenti che possediamo ed esaminando gli angoli nascosti alla ricerca di misteriose polveri infestanti. Il dramma arriva quando mette mano ai tappeti e vuole per forza restituirli ad uno splendore impossibile da ottenere.

A volte provo a immaginare come sarebbe cresciuta mia figlia tra queste mura, prima bambina, poi adolescente e infine, che ne so, studentessa universitaria. La sento discutere con suo padre manifestando la stessa pacata determinazione con la quale Maigret affronta l’esistenza, o magari la vedo divorare uno dei miei squisiti creme-caramel, o chissà cos’altro. Poggio il libro sul tavolino accanto alla poltrona e vado a vestirmi. Ho un sacco di commissioni da fare e rifletto sull’ultimo omicidio di cui si sta occupando la Brigata Speciale.

Chiudo la porta dietro alle mie spalle, uscendo, e lascio dentro i ricordi di un passato che non c’è mai stato e di un presente diverso da come l’avrei voluto. Immagini che ritroverò al mio ritorno e che mi faranno ancora compagnia.

 

 

 

 


Mario Coglitore

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