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In seconda fila. Comprimarie e comprimari tra letteratura, fumetto e televisione. 2) “Archie Goodwin, occhi e gambe di Wolfe”

«Se le sue palpebre si abbassano leggermente e si risollevano lentamente, Wolfe sta approvando qualcosa»

Questa chiacchierata, però, non l’approverebbe mai. Perché, alla fine della fiera, il vero investigatore sono stato sempre e unicamente io. E dunque, non avrebbe gradito di passare all’improvviso in seconda fila. Vero è che la sua mente arguta arrivava spesso dove io non sarei mai giunto, e in qualche modo dovevo pur lasciargli il palcoscenico. Se non altro per contratto, diciamo così. Con i suoi ben 100 e più chili, Wolfe non se la passava troppo bene e considerava il movimento come una seccante questione che avrebbe risolto volentieri spostandosi in casa svolazzando, sospinto da improbabili correnti d’aria. Pensate che immagine traumatizzante: come vedere una mongolfiera che scorrazza su e giù tra mobili di un certo valore e pregiatissime piante d’orchidea.
Il mio fisico asciutto, la mia corporatura atletica e il mio scatto felino mi hanno consentito di essere per molti anni le sue gambe e i suoi occhi. Mi verso un bicchiere di latte, col vostro permesso. Sapete bene che per il latte provo un’attrazione irresistibile, forse anche più forte di quella per le donne. Sigaretta? Io me ne accendo una. Cosa stavo dicendo? Ah sì, Wolfe. Beh, abbiamo per anni frugato “tra le cose” della buona borghesia americana, scovando delinquenti e assassini che sovente ci sono capitati tra capo e collo, e ascoltando parenti e amici delle vittime che Wolfe ha convocato spesso dentro al nostro palazzo di arenaria bruna piuttosto ampio e confortevole nella 35.ma strada a New York.
Vivere con un uomo il cui tempo è scandito in maniera maniacale da precisi appuntamenti giornalieri non è stato semplice. Appuntamenti irrinunciabili, specie se consistevano in colazioni, pranzi e cene e, manco a dirlo, nella serra all’ultimo piano. Lì in particolare si rintanava rigorosamente tra le 9 e le 11 e tra le 16 e le 18 a curare i suoi magnifici esemplari floreali. Le orchidee erano davvero la sua passione lancinante, in un delirio amoroso che non conosceva limiti; non di rado l’ho visto intrattenersi con questo o quel fiore durante lunghe conversazioni di carattere scientifico o semplicemente per uno scambio di idee pacato e morbidissimo, ben attento a non deludere mai le aspettative delle sue così preziose co-inquiline, ospiti delicatissime cui riservava attenzioni da consumato gentleman.
Così a sgambettare in qua e in là ci andava Archie. Che poi riferiva nel dettaglio, possedendo io una straordinaria memoria, anche fotografica; e mi faccio un complimento da solo, una volta tanto. L’attività di investigatori privati rende piuttosto bene e per quanto il mio “signore e padrone” la considerasse una fastidiosa scocciatura, la sua fama lo precedeva e il conto che presentava ai clienti era salato quanto bastava per mantenere un tenore di vita alto, forse molto alto a ben guardare. Del resto, il lavoro sporco toccava a me, e così mi circondavo di cadaveri e poliziotti, non di rado di angosciati testimoni, più di una volta di eleganti signore tutte ori e velluti. Ho conosciuto Lily in una di quelle occasioni sgradevoli, appunto, e le nostre anime hanno preso a palpitare assieme da subito. Sarà stato per la mia sobria eleganza e la mia imperturbabilità anglosassone, sarà stato per la sua conturbante presenza e quel leggero effluvio di profumo dolcemente intrigante che lei si lasciava dietro ogniqualvolta muoveva un passo, ma siamo finiti l’uno nelle braccia dell’altra rapidamente e senza alcuna ambiguità.
Non era la prima volta per il sottoscritto, che con il gentil sesso ha sempre avuto più di una opportunità e parecchie soddisfazioni. Cosa vi posso dire… non resisto al fascino delle signore e d’altro canto nemmeno a quello dell’indagine. Wolfe mi ha soverchiato un po’, devo ammetterlo, quando ci lanciavamo nell’analisi del singolo caso, quasi avesse fretta di arrivare alla soluzione molto prima di me. Ma, vi dicevo poc’anzi, faceva parte del copione che io mi traessi da parte ad un certo punto, magari con le idee già chiare. Mi accomodavo in poltrona e lo guardavo motteggiare tra sé prima di comunicarmi le sue stringenti osservazioni.
Nel corso degli anni sono diventato un esperto delle sue variegate espressioni facciali. E lui si lasciava scrutare con fare vanesio, anche se non lo avreste mai detto perché dissimulava da vero professionista dell’imperturbabilità emotiva. Povero Wolfe, recitava la sua sceneggiatura sapendo benissimo che senza di me, e il nostro amico Fritz Benner – strabiliante cuoco, che il Signore lo benedica –, lui non sarebbe stato quello che era, credetemi. Al pari del “Guardiano del coccodrillo”, l’uccellino che libera il dorso del rettile da insetti e parassiti e gli pulisce i denti con amorevole premura, noi ci prendevamo cura del “principale”, pronti a soddisfare ogni desiderio, ogni richiesta, ogni prurito. Eravamo i custodi del tempio e del suo Gran Sacerdote. Una vita davvero difficile, la nostra, eterni assistenti dalle incombenze a volte titaniche.
Non so se siamo mai stati una famiglia, me lo sono chiesto un mucchio di volte. Qui ci avventuriamo nel mondo sommerso dei sentimenti e delle emozioni, dove Wolfe non sembrava essere a suo agio, con il suo distacco proverbiale dai palpiti di cuore e una acclarata misoginia. Della sua vita prima dei successi newyorkesi non ha parlato mai. Il Montenegro di fine Ottocento non doveva essere un luogo molto ospitale e sulla sua infanzia regnava un alone di intoccabile mistero. Pesanti tendaggi polverosi della memoria che non preludevano a niente di buono qualora avessimo voluto guardarci dietro.
Alla fine, eccovi tre uomini che il destino ha infilato nello stesso posto, travolti da insopportabili abitudini che Wolfe pretendeva di scandire ogni santissimo giorno, scandendola con i suoi ritmi maniacali. Tre caballeros che hanno vissuto assieme un’esperienza comunque degna di essere raccontata, questo devo ammetterlo senza pudori.
Forse siamo stati comprimari l’uno dell’altro, circondati da sagome umane che sono scivolate attorno a noi mentre una delle più grandi metropoli d’Occidente andava facendosi e disfacendosi, sincopata dai suoni fruscianti del jazz e dagli spettacoli incandescenti della Great White Way, la parte di Broadway popolata dai teatri più famosi del pianeta. Ma Wolfe tutto questo l’ha percepito di sghimbescio, chino sulle orchidee, unico, vero perno della sua esistenza sovrappeso. Nemmeno la seconda guerra mondiale lo ha distolto dalle sue improrogabili occupazioni quotidiane. Aspettavamo che i nostri ragazzi tornassero a casa senza nemmeno renderci conto che tutto stava cambiando ineluttabilmente e che anche la società americana avrebbe subito profonde trasformazioni, sotto ogni punto di vista. Come se stare di là dell’Atlantico, senza essere terrorizzati da attacchi aerei e vedere le proprie case prendere fuoco, o assistere a fucilazioni di massa e a ripetute violenze, ci potesse salvare dall’orrore. Noi, imperterriti, continuavamo a dare la caccia ai nostri piccoli criminali della metropoli, racchiusi nel nostro universo sospeso. Prigionieri, meglio.
Fuori gli ultimi scampoli d’autunno stanno lasciando il posto all’arrivo dell’inverno, basta annusare l’aria, per quanto sia soffio di vento che si impasta con gli odori della città, pieni di gas di scarico ed effluvi cosmopoliti di fritto, spezie e hot dog rigirati sulla piastra. Col vostro permesso mi metto addosso il mio trench perché sto per uscire.
Vado spesso a salutare Wolfe. E se posso gli porto un’orchidea che poggio delicatamente sulla lapide molto sobria che ha voluto per la sua tomba. Fritz ci ha lasciati anni fa dopo un banale infarto, troppo in fretta credetemi, e nessuno è mai stato in grado di sostituirlo degnamente. Mentre la vecchiaia sta venendo incontro anche a me, rivado spesso ai tempi andati, e perduti, con un velo di malinconia e qualche magone. La presenza di Lily mi dà conforto e averla vicino mi aiuta a stemperare la depressione che ogni tanto mi afferra, con onde di tristezza che si sciolgono in qualche buona lettura o in una passeggiata tonificante. Wolfe mi ha lasciato un’eredità cospicua e di questo gli sono grato. Posso trascorrere in serenità gli anni che mi restano da vivere non facendomi mancare nulla.
In fondo alla strada il cielo si è fatto più scuro e se non fosse ancora troppo presto, potrebbe sembrare una minaccia di neve in arrivo. Tiro su il bavero del soprabito e mi avvio. Ci sono foglie giallastre che mi turbinano attorno in piccoli mulinelli leggeri. Esattamente come i miei pensieri, acquattati tra la nostalgia e il rimpianto.


Mario Coglitore

Scrittore - Docente

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