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In seconda fila. Comprimarie e comprimari tra letteratura, fumetto e televisione. 3) Eva Kant: «Ne varrà sempre la pena»

Sarò anche passata per una comprimaria, in così tanti anni di peripezie ai limiti della vita e della morte, ma in realtà mi sono sempre sentita appena, appena una “spalla”. Dacché mi hanno fatta apparire davanti al grande pubblico per la prima volta nel 1963, con la mia invogliante silhouette, non ho mai smesso di correre come una matta, dietro al misterioso protagonista listato di nero per prima cosa, il maschio che tutte vorrebbero avere nel letto, e subito dopo per sfuggire alla Polizia, eternamente con il fiato sul nostro collo. Il mio, d’altronde, è parte del corpo di una flessuosa e piuttosto attraente quarantenne (questa è la vera età della sottoscritta, anche se nessuno trova il coraggio per attribuirmene una) e quindi va trattato con riguardo, tant’è che adoro cingerlo con preziose collane da cui spesso pendono monili di inestimabile valore.
Ho una forma atletica invidiabile, una spietatezza che persino Diabolik a volte mi rimprovera e un’ossessione sfrenata per i gioielli. Non tanto per il denaro: quello non è mai stato un problema, non ricordo di aver mai passato momenti difficili dal punto di vista economico nel corso della mia movimentata esistenza accanto all’uomo più agitato della storia del fumetto. E neanche prima, quando ero una ricca ereditiera un po’ annoiata.
Do certamente l’impressione di una specie di algida femmina, bellissima ma distaccata, di cui spesso vengono inquadrati gli occhi, dal colore verde smeraldo sia detto per inciso; è uno sguardo che risale a volte da un secondo piano davanti al quale compare sempre l’unico, vero attore principale: il re del crimine, l’imperatore del furto milionario, il sultano dell’efferatezza. Ma non è esattamente così; dietro l’apparente intimità del salotto buono, seduti a gambe incrociate su un divano che costa quanto tre o quattro, e forse più, dei vostri mediocri stipendi, rimandiamo il baluginio di una coppia esemplare, raffinata e seducente.
Temo che rimarreste deluse e delusi nel sapere che l’uomo nero, e mascherato per giunta, più temuto del secolo XX non è in realtà questo grande amatore. Consuma rapporti brevi e a volte nemmeno tanto intensi, lasciando scorrere l’adrenalina in altre occasioni, ben più importanti per lui. L’eccitazione la riserva ai momenti nei quali uccide o forza impenetrabili sistemi di allarme. E per quanto io sia decisamente, ne converrete, una femmina nel senso più proprio del termine, molto attraente e capace di risvegliare dal letargo dei sensi anche il più incallito dei misogini, mi accompagno da decenni ad un evergreen sostanzialmente incapace di soddisfarmi. Pure, sul nostro oramai famoso set di carta mantengo inalterata la mia proverbiale espressione enigmatica e addirittura mi lascio andare, non di rado, a gesti e parole di incondizionato amore nei confronti del mio magnifico ariete da combattimento, muscoloso e tonico perfino nei gesti, agile e selvaggio come un gatto randagio, di quelli che ormai non si vedono più in giro. Leopardo e pantera, siamo una coppia affiatata nel gioco dei sensi e delle emozioni che Angela Giussani, assieme alla sorella Luciana, hanno pensato per noi, chiuse nel loro tinello di lusso. Nel loro tinello, appunto. Da lì hanno manipolato, con immedesimazione da signore per benissimo, le nostre vicissitudini da criminali inveterati, senza paura ma pieni di macchie, generalmente di sangue, alla ricerca, con una certa ingordigia, di esaltanti sensazioni, quasi furibonde, di potere assoluto, quello che ci permette di decidere addirittura dell’esistenza altrui, se questa esistenza si mette tra noi e i nostri piani.
Nel corso del tempo sono state elaborate fantasiose teorie sulla mia figura. Sarei passata da atteggiamenti di istupidita e angosciosa complicità a Diabolik, subalterna sotto ogni punto di vista, ad una più emancipata partecipazione ai suoi esemplari furti da manuale. Ad essere sincera, li chiamerei capolavori, se non altro perché, ve lo comunico ufficialmente, nella stragrande maggioranza dei casi li concepisco io. Dopodiché, per contratto, come posso dire, vengono attribuiti al mago delle gesta criminose. Alla fine, a me, nella versione più contemporanea –quella che raccontano essere stata ritagliata nel mondo che cambiava, nel mondo delle donne più emancipate, o così si dice, degli anni Sessanta che appartenevano alla composta borghesia nostrana – hanno appiccicato addosso il ruolo della ragazza fiera e consapevole del proprio destino, tutt’altro che compiacente, stimata da un compagno che la ama e che a sua volta lei ama profondamente, rispettosa e al tempo stesso rispettata.
Diabolik, al contrario, fuori dai termini di quel contratto che lo vede impegnato a sostenere la parte dell’uomo affascinante e sincero, pur nella sua impassibilità di assassino d’elìte, colto e intraprendente, scaltro e intelligente, ha dissimulato per tanti anni la sua sostanziale incapacità di provare sentimenti. Vive in un immaginario infestato di fantasmi che dal suo passato popolano sogni tormentati e che con l’aiuto della chimica tenta di scacciare.
Non riesce a staccarsi da me tanto quanto non riesce a fare a meno dell’ispettore Ginko, cardine inconsapevole di un rapporto a tre che ha del maniacale, fatemi dire. Eppure, dopo così tanti anni, quei suoi vestiti dal taglio impeccabile, quella tenacia del giocatore che perde continuamente ma non riesce a staccarsi dal tavolo verde, l’hanno reso desiderabile dinnanzi ai miei occhi. Poliziotto di alto profilo, Ginko non perde mai la compostezza tutta giacca e cravatta, con le quali non sbaglia un abbinamento di colori che sia uno. E non molla. È uomo di passioni cocenti, credetemi, una sorta di contraltare rispetto al mio compagno tinteggiato di profondo nero. Il riflesso, scivoloso per lui, di uno specchio dietro al quale Diabolik lo anticipa eternamente di un passo senza lasciarsi afferrare una volta per tutte. Che dico, nemmeno sfiorare.
Nonostante sia uno sbirro, lo trovo imperdibile. Voglio dire, i nostri inchiostri senza di lui non sarebbero mai stati gli stessi e più volte mi sono trovata a fantasticarne il contorno dei muscoli delle braccia e delle spalle, per poi accarezzarne i lineamenti forti. Diabolik lo sa e per questo lo odia; si farebbe arrestare soltanto per chiudere il conto in maniera definitiva. Saldando il suo debito con la storia e con me, amante incallita e inestinguibile, sua croce e sua delizia nel medesimo istante.
Sento il sofisticato rombo del motore della Jaguar E-Type. A momenti si aprirà la porta del nostro rifugio segreto e il campione del terrore entrerà in scena, ovviamente sottraendomela. Non riesco a non sospirare e mi ritrovo a pensare che se al suo posto comparisse Ginko annunciandomi la nostra definitiva sconfitta, troverei il tempo per un primo, e ultimo ahimè, struggente bacio liquido.


Mario Coglitore

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