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La lettura della domenica. “Quel  rossore improvviso…”

«Va via dalle Rincher a comperare la conserva di pomodoro, che oggi faccio gli spaghetti,» gridava, mia madre dalla finestra della cucina.

Con la mia bicicletta verde, allora, dopo aver salutato il nonno nell’orto, raggiungevo la piazza con la bella fontana al centro, alzando lo sguardo per salutare zio Paride che ricambiava dalla sua sartoria e, sull’angolo a sinistra, vicino alla chiesetta dei Ss. mi Martiri, là dove il paese diradava verso la strada, rivelando l’aperta campagna con i suoi campi di granturco e di patate, c’era la bottega delle sorelle Rincher.

La conserva di pomodoro, altro non era che concentrato di pomodoro, che dava alla pasta, oltre che un bel colore rosso vivo, un retrogusto piuttosto acido.

Dalle Rincher, c’era la Bianca, assunta come aiutante, poiché le sorelle, ormai anziane e malaticce, si erano ritirate in casa.

La bottega, stretta e semibuia, era piuttosto un ammasso disordinato di merci di tutti i tipi.

Dagli scaffali di metallo grigio, debordavano i barattoloni di latta contenenti sgombro sott’olio, sardine e arringhe, quelli cilindrici di olio di sansa e di oliva, la zona dei biscotti, Pavesini ed Oro Saiwa, vicino al caffè in grani, all’orzo, alle miscele, al citrato e alle bustine effervescenti.

Al bancone, i vasi di vetro con il coperchio di latta per le caramelle e le liquirizie. Sul lato sinistro, un po’ in penombra rispetto alle altre merci, la varechina, l’acido muriatico e la soda caustica, utilizzata per la “liscivia”.

Dal soffitto, basso, pendevano, mortadelle, salami, salcicce e pezze di stoccafisso. In un angolo, in fondo, al buio, le vasche per tenere in ammollo il baccalà e il mastello per i crauti in salamoia.

Dal vetro del banco, facevano bella mostra di sé, le panciute forme di formaggio, il lardo salato e il burro, i formaggini e le marmellate. L’affettatrice – e il macinacaffè erano le uniche macchine presenti nelle botteghe di quel tipo.

L’odore pungente di baccalà mescolato a quello acre dei crauti ed a certe fragranze di saponette usate da mia madre, aleggiava costantemente nella bottega, dandoti la sensazione di un luogo familiare, accogliente e sicuro.

La Bianca, faceva capolino a fatica dal banco, obbligandomi ad alzarmi un po’ sulle punte dei piedi per accertarmi della sua reale presenza. Sentivo che c’era ma la vedevo solo dopo un po’.

«Dieci lire di concentrato di pomodoro, un etto di bondola, due etti di sgombro e dese ciòpe de pan». Dopo ogni mio ordine, Bianca, intervallava il suo: «e poi?», accompagnato da uno sguardo dolce e penetrante. Io cercavo di passare agli altri ordini della lista, attenta a non scordare nulla, ma mi accorgevo che, se i miei occhi, indugiavano un po’ troppo a lungo nei suoi, il suo volto, da roseo passava velocemente al rosso per diventare paonazzo nel giro di pochi secondi.

Avevo sentito mia madre, parlare con accenti sospettosi e riprovevoli della Bianca, che viveva con la sorella di qualche anno più grande, nella casa poco distante dalla bottega.

Una vita, la loro, prevedibile, che si svolgeva tra il piccolo orto nella cesura, le visite ai vicini e al zimiter.

Secondo i pettegolezzi del paese, che mia madre, assecondava, a modo suo, la Bianca aveva una storia con Luciano, un signore che arrivava dalla città con una 1100 color panna.

Luciano, pare avesse una regolare famiglia con prole ed un lavoro presso la redazione del giornale più importante della città. Tutto ciò, non gli aveva impedito di trovare in quel magico rossore della Bianca, che divampava ogni volta che si presentava da lei, un invito implicito alla «dissoluzione ed al piacere».

Questo, naturalmente, nella fantasia galoppante di una preadolescente che, spiava e curiosava, nelle storie nascoste dietro le ciacere di paese, che accendevano i suoi primi impulsi sessuali, sapientemente coperti ed ignorati attraverso il mutismo assordante di sua madre.

«Pff …Solo tu, fai finta di non sapere, lo sa tutto il paese che è la sua amante…!!» sibilò mia sorella dal terrazzo, mostrando di aver udito il nostro discorso. «Un uomo, può andare a trovare due signore, semplicemente per passare del tempo con loro o per prendersi una boccata d’aria, magari, perché, trovandosi nella valle per lavoro, fa loro delle visite di piacere, così, per passare un po’ il tempo…come, del resto fa con noi lo zio Paride, quando viene a trovarci ogni domenica, dopo la messa. Io lo aspetto sempre perché porta aria di festa in casa con le sue risate», esclamai.

Sempre dal terrazzo, arriva una risata fragorosa accompagnata da un’affermazione che non ammetteva altri dubbi: «Ah, Ah, Ah…Tu pensi che lui vada per “fare conversazioni interessanti”??? Ah, Ah, Ah… Tu non hai capito ancora niente, sei troppo piccola ed ingenua. Si vede sempre la sua macchina ferma per interi pomeriggi, di sabato quando la bottega delle Rincher è chiusa. Vedo la Clelia che esce per lasciarli soli.»

Entrando, in cucina, mia sorella, incalza: «L’ho vista spesso dalla Oliva a comprare sigarette e giornale. Mai viste fumare loro due… e poi, i capelli sempre curati e in piega.

Si mette anche il rossetto, che però si toglie subito quando arriva dalle sorelle Rincher, perché loro non vogliono! Secondo me, la moglie è all’oscuro di tutto. I giornalisti, si sa. Si muovono e si spostano anche di sabato. Ottimo alibi per lui!

Non so proprio cosa ci trovi in quella donnetta bassa, con fianchi appesantiti e con quelle gambette a fiaschetto!! In paese, parlano di lei, ma perché, è disdicevole, per una donna non sposata, frequentare un uomo che invece lo è. La Bianca, in paese, non ha molte amiche, la vedi in bottega, ma raramente in paese e la Clelia va in giro da sola e rientra quando la 1100 bianca di Luciano davanti al loro cancello, ormai non c’è più!»

Io, che, ingenua non ero veramente, ma facevo finta, avevo però sempre pensato che la Bianca, forse anche per il suo nome, non fosse mai stata sfiorata da pensieri peccaminosi. I suoi rossori, erano, per me, la manifestazione della sua integrità morale, della sua innocenza e purezza che Don Demattè e la Camilla ci avevano inculcato attraverso le storie di S. Maria Goretti e di S. Luigi Gonzaga con il giglio in mano.

Ma allora, quel rossore, tradiva una colpa?

Lei portava un segreto che non poteva rivelare a nessuno e, guardandomi si sentiva smascherata?

Se solo fossi stata un po’ più grande, lei me lo avrebbe rivelato, lo sentivo.

Aveva bisogno di qualcuno che fosse in grado di contenere il groviglio di emozioni trattenute, la gioia ma anche i dubbi, i ripensamenti, le perplessità e il timore costane di essere additata come donna «sbagliata» a cui non bastava il suo piccolo impiego di bottegaia ma che «osava» accettare una relazione così asimmetrica, così inconsueta per le donne come lei, tutte sposate, con figli da allevare, con le loro case linde e i loro orti ordinati e con tutte le loro abitudini consolidate, sancite ed accettate dal paese.

La professione importante di Luciano, la collocava in un rapporto «altro» che dava un respiro e un’apertura diversa al suo piccolo mondo, contenuto tutto in quella bottega. La proiettava in mondi nei quali anch’io avrei voluto affacciarmi e che mi sarebbero rimasti preclusi ancora per molto tempo.

Lei, volava, nell’angusto spazio della sua bottega, dando così, un senso ad una vita destinata alla solitudine affettiva come tante donne in paese, rassegnate e mute.

Forse, nei suoi occhi io mi rispecchiavo, spiando segnali di un altrove che ancora non si mostrava al mio orizzonte, ma che Bianca solleticava e sfiorava impercettibilmente.

Quel rosso vivo del concentrato di pomodoro dialogava, nel mio immaginario, con il pudico rossore della Bianca, evocando odori e sensazioni di quel luogo della mia infanzia che pensavo di aver perduto per sempre.


Milena Angeli

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