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Il racconto. “Un bragosso per Pellestrina”

Avevo trascorso una giornata splendida a Chioggia con le mie amiche. Il sole, il mare, la sabbia, il pranzo di pesce ci avevano spossate, quella cittadina di mare mi aveva incantata e non volevo lasciarla. Nessuna di noi, in realtà, aveva voglia di riprendere la macchina per tornare a Padova, così decidemmo di fermarci a dormire per visitare l’isola di Pellestrina.

Il mattino dopo, a bordo di un’imbarcazione chiamata el Bragosso Ulisse, nome decisamente evocativo per l’esplorazione di terre sconosciute, ci venne incontro un signore con pochi capelli, la pelle bruciata dal sole, gli occhi ardenti, la camicia bianca gonfiata dalla brezza. Ci fece accomodare restando fisso a guardarci, divertito dalle nostre battute impertinenti sui compagni di viaggio e dalle risate piuttosto sguaiate che ci facevano sembrare studentesse in gita più che mature signore dallo status intellettuale di riguardo.

Io continuavo a maledire ad alta voce con le mie amiche perché, a causa del loro consueto ritardo, non ero riuscita a comperare le sigarette prima di imbarcarmi.

Lui approfittò per rivolgermi la parola nel suo dialetto cantilenante. Rifiutai stizzita la sigaretta che mi porgeva con aria allettante e provocatoria: il solito perdigiorno che ci provava, pensai.

Non si scompose.

Continuò a fissarmi per il breve lasso di tempo del viaggio, poi si dileguò sulla spiaggia tra la folla dei passeggeri.

Quando lo incontrai di nuovo al ristorante dove avevamo deciso di mangiare, mi sentii stranamente compiaciuta. La sua risata mi fece trasalire.

Mi sfidava con la sua sfrontatezza, ma il gioco di sguardi che aveva innescato mi attirava. Le mie amiche mi osservavano divertite e incredule. Conoscevano bene la mia riservatezza e soprattutto la mia irriducibile diffidenza nei confronti degli uomini, dopo il divorzio. Avevo innalzato una corazza impossibile da scalfire. A parole, almeno.

Mi era passato l’appetito, avevo la sensazione che la gola si chiudesse a ogni boccone, fumavo una dopo l’altra le Diana blu finalmente comprate al tabacchino, senza alcun riguardo per i vicini di tavolo.

Al momento del dolce, che non avevamo ordinato, il cameriere ci portò un piatto di zaeti. Mi girai istintivamente verso di lui, lo sfidavo: ah! avevo indovinato la sua ultima mossa, scontata e ruffiana.

Lo incenerii con gli occhi, e con il tono altero da vera stronza gli rovesciai addosso tutto il disgusto che riuscii a mettere insieme in pochi secondi, verde di rabbia perché aveva voluto esasperarmi: lui non doveva permettersi di importunarci, non sapeva con chi aveva a che fare, avevamo diritto di rilassarci da sole, eccetera eccetera. Anche questa volta non si scompose.

Si scusò, e lo fece con delicatezza. Infine ordinò al cameriere di non portarci il conto.

Il ristorante era suo. Non ci aveva seguite: noi avevamo seguito lui, senza volerlo.

Al caffè d’orzo mi sentivo uno straccio, avevo fatto una figuraccia e mi vergognavo come una ladra.

Prima di andarmene mi avvicinai, gli strinsi la mano con calore nient’affatto simbolico, aggrappandomi a parole di circostanza che non riuscivo a pronunciare, inebetita dinanzi al sorriso disarmante con cui mi chiedeva il numero di telefono. Glielo diedi a voce, sfidandolo a chiamarmi.

La sequenza delle cifre non era facile da ricordare e, tanto, non avrei risposto.

Se la ricordò, invece, e mi chiamò e richiamò. Inventai impegni inesistenti per settimane.

– Perché proprio io? – lo irridevo.-  Devi incidere un’altra tacca sulla tua cintura? –

– Mi incuriosiscono i tuoi occhi, – diceva. – Vorrei strapparteli per vedere cosa c’è dietro tutto quel ghiaccio. E poi, il tuo sorriso malinconico e la tua pelle delicata secondo me hanno bisogno di sole. –

– Sei un venditore di fumo, – chiudevo seccata. – Lasciami in pace. Mi complichi la vita. Io sto bene da sola. –

 

– Non sei pronta, dagli uomini non puoi aspettarti niente di buono, non cascarci di nuovo -; le frasi che mi ero ripetuta per anni, ogni volta che un tipo interessante si profilava all’orizzonte. Refrattaria alle avventure, ostile ai rapporti duraturi. Ma la solitudine certi giorni era davvero insopportabile.

Andrea solleticava la mia curiosità e la mia vanità. Non lo ammettevo, ma trasalivo a ogni squillo del telefono.

– Tu sai di terra e io so di mare, – diceva lui all’altro capo.

Quando accettai di incontrarlo per un aperitivo, ero paralizzata e non riuscivo a sostenere il suo sguardo. Pendevo dalle sue labbra balbettando come una ragazzina.

L’erotismo che avevo nascosto rigorosamente sotto uno strato di cerone spalmato ovunque, sul mio corpo, esplose all’improvviso.

Fu la rivelazione pazzesca di un’accesa e sconosciuta sensualità: correvo tra le sue braccia appena potevo, tra colli o gli alberghi fuori mano sulla laguna.

Mi riempiva le tasche con bigliettini bollenti prima di lasciarmi, e io gli leggevo le mie lettere d’amore al telefono: le cabine del porto e di periferia fremevano del nostro erotismo a distanza.

Non mi vergognavo più del mio corpo, ero fiera del mio sesso, della mia fantasia impetuosa, del mio desiderio inarrestabile.

Affondare uno nel corpo dell’altra significava riemergere senza fiato, ma con l’ossigeno vivo nel sangue. Imparavo a nuotare in una vasca da bagno.

Bressanone e i mercatini di Natale, Mantova e tortelli di zucca, Verona e il balcone di Giulietta, Sirmione e i basia mille, Porto Buffolè e il suo borgo incantato, Aquileia e i suoi mosaici policromi, la città fortezza di Palmanova, Firenze e i marmi di Santa Maria Novella, Lecco e più di un ramo del Lago di Como, Lucerna e il ponte fiorito, Gubbio e il prosciutto di cinghiale, Trastevere e i Fori imperiali a Roma, Parma e la Certosa di Stendhal, Mantova e i Gonzaga, Postumia e le sue grotte, Orvieto e il Duomo, Pisa e la Piazza dei miracoli, Napoli e il Maschio angioino, Palinuro omerica e il mare del Cilento.

Una vie en rose.

Ci rincorrevamo come ragazzini da un vicolo all’altro, viaggiavamo con la regola che, in stazione o in macchina, bastava uno spazzolino da denti, compravamo decine di collane di pietre dure per me e cravatte sgargianti per lui, divorando avidamente hot dog, patatine fritte e fette giganti di meringata alla frutta.

Andrea adorava la mia morbidezza e copriva di baci ogni mia cicatrice.

Quanto ho riso per le sue citazioni letterarie bizzarre, per le boccacce che chiamava versi petrarcheschi, per le buffe imitazioni del mio dialetto tronco paragonato al suo, più melodico!

Seguiva le mie incursioni nelle librerie, poi mi prendeva in giro assumendo la postura professionale con cui esprimevo giudizi sui romanzi di successo, istigandomi proprio nei momenti estremi del nostro erotismo e costringendomi a serrare i denti per non urlare.

Mi erano tornare le fossette sulle guance a furia di sorridere.

Andrea largheggiava sempre con le mance per scusarsi delle mie gaffe clamorose che facevano impallidire il maître dei vini quando scopriva che ero astemia e bevevo solo caffè d’orzo. In quel momento avevo la glicemia a mille e me la godevo tutta.

A Praga, sul ponte Carlo, incamminandoci verso Malà Strana, tra le trenta statue che forse si animano di notte a proteggere i bambini, ci giurammo amore eterno. Il giro turistico in battello sulla Moldava con le sue mani sotto la camicetta mi fece arrossire di ingordigia. La fedina che trovai la sera sotto il cuscino mi trascolorò.

L’ho amato senza tregua, senza paura.

Quando gli chiedevo perché io, lui rispondeva, accarezzandomi gli occhi con le labbra: – te sì ti. –

Gli ho scritto migliaia di lettere d’amore.

La polizia le ha ritrovate in un necessaire riposto nel bagagliaio della sua macchina, quando si è schiantato contro un camion sull’autostrada che lo riportava da me.

 

Avevo scelto un posto speciale per festeggiare il suo rientro dall’America dove era rimasto un mese a definire un contratto molto importante per la sua impresa. Lo aspettavo a Chioggia, nella hall dell’Hotel Grande Italia, coi pavimenti a terrazzo, gli stucchi originali e i lampadari in vetro di Murano.

La camera traboccava di fiori freschi.

Mi ero comperata un négligé bianco in seta georgette, come una sposina pronta per la cerimonia. Il profilo del ponte Vigo che avevamo attraversato insieme, mano nella mano, era grave mentre ascoltavo al cellulare le farsi sconnesse di sua sorella.

Non sono più salita su un bragosso.

Non sono più tornata a Pellestrina.

Conservo ancora una piccola fotografia di Andrea nel mio portafogli, nascosta tra decine di card di negozi e supermercati.

Gioco spesso a rimpiattino con la sorte, sfogliandole, e quando lo rivedo resto incredula dinanzi a quella risata negli occhi che io sola conosco, e mi sorprende ancora la sua voce, quel te sì ti.

E piango.

 


Saveria Chemotti

Scrittrice

  • Carla
    3 Febbraio 2020 at 13:44

    “Tu sai di terra e io so di mare” dice l’autrice, l’incontro della rena o della roccia con la materia del movimento eterno. C’erano tutti i presupposti perché l’amore ci mettesse lo zampino.
    In questo racconto c’è la memoria di ragazze che avevano dentro la ribellione, c’è Pellestrina a fare da quinta con la sua striscia di sabbia tra la laguna e l’ansa di Adriatico lento distante dalla forza del Mediterraneo, c’è l’amore che non distingue classi sociali, culture, età. E c’è, soprattutto, l’incontro della carne col sangue, della pelle coi sensi. E poi, la morte, perché il mito non si disfi.

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