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Contagio a bordo. Le misure sanitarie della Serenissima e i nuovi allarmi internazionali

La diffusione del Corona Virus sta riproponendo sulla scena internazionale situazioni e provvedimenti che si credeva appartenessero oramai al passato e fossero stati archiviati dalla medicina moderna che ha elaborato nei suoi laboratori cure e vaccini. Invece da Oriente, con il nuovo anno, è stata segnalata questa nuova minaccia manifestatasi l’8 dicembre in Cina, all’inizio sottostimata e poi diffusasi con una  virulenza che richiede misure antiche, da adottarsi, però, con grande rapidità, considerata la velocità degli spostamenti di uomini e merci nel mondo globalizzato.

L’Occidente, dopo la grande peste del 1348 e le successive ondate epidemiche giunte dall’Oriente, dovette organizzarsi per arginarle.  La Repubblica di Venezia  svolse un ruolo leader nella prevenzione con l’invenzione del primo lazzaretto della storia (1423) per l’isolamento degli appestati e di un secondo lazzaretto (1468) per la contumacia di sospetti e guariti. Il  Magistrato alla Sanità, istituito nel 1486,   monitorò tutte le nazioni e in particolare gli scali commerciali con cui era in contatto raccogliendo, attraverso il suo corpo diplomatico e le spie di sanità, tutte le informazioni che gli  consentivano di “sospendere alla libera pratica” i luoghi “sospetti”, interrompendo ogni rapporto commerciale e mettendo in contumacia le navi che provenivano dai paesi infetti. Per un popolo di mercanti l’informazione e la prevenzione erano  fondamentali per garantire la sicurezza dei commerci, evitando la paralisi economica che caratterizzava le epidemie conclamate.

Fra i vari   imprevisti della navigazione (fortunali,  attacchi dei pirati, avarie degli scafi…) il peggiore  era costituito dalla  peste a bordo perché alla nave veniva impedito l’ingresso nei porti non attrezzati con lazzaretti in grado di  accoglierli avviando le pratiche di isolamento e di espurgo.  Se l’equipaggio veniva decimato dalla peste, diventava  difficile persino pilotare la nave  e, dunque, aumentavano esponenzialmente anche le probabilità  di naufragare. Così accadde a capitan Rebatu che, dopo aver perduti per la peste sei marinai, naufragò nelle acque di Alessandria il 28 gennaio 1769.

Il Magistrato alla Sanità della Repubblica  stampava e distribuiva dei proclami  a stampa a tutti porti, anche concorrenti e nemici,  ai quali  forniva  informazioni sulle navi appestate, sugli scali che toccavano e sull’inizio e sulla fine  delle loro contumacie. Così avvenne il 28 giugno 1760, quando diramò la notizia che la polacca comandata dal francese capitano Billon era partita da San Giovanni d’Acri dove c’era la peste. La nave  giunse  a Marsiglia, dopo aver perso parte del suo equipaggio. Venezia sospese la “libera pratica” cioè ogni scambio commerciale e ogni contatto con il porto di Marsiglia fino al 26 novembre 1760 quando  diramò un nuovo   proclama  attestante la scomparsa del pericolo.

Un esempio della capacità operativa degli informatori veneziani  è testimoniato dalla segnalazione  anche degli  assalti corsari che moltiplicavano le occasioni di infezione. E’ da precisare che  a differenza dei pirati, che agivano in proprio, i corsari erano sostenuti  dalle nazioni  che li pagavano  perché  depredassero  e indebolissero  i loro  nemici.  La nave inglese “Nettuno” nel 1760 aveva attaccato  la nave francese “la Sacra famiglia”, proveniente dalla città appestata di  San Giovanni d’Acri e diretta a Livorno e poi a Marsiglia.  Gli inglesi presero, oltre al  bottino,  anche la peste che  uccise numerosi marinai. Il Magistrato alla Sanità veneziano  sospese  la “libera pratica” con i porti di Livorno e di Marsiglia e segnalò  a tutte le nazioni  mediterranee  il legno francese che, nel frattempo, era riparato a Malta.

 

 

Il viaggio del brigantino “La Magdeleine ” comandato dal capitano Caffe, che aveva caricato  sul mare di Marmara  una partita di lane  per trasportarle Marsiglia, si trasformò in un incubo. Nel giugno del 1786  si manifestò la peste  a bordo. Il capitano, il  secondo, lo scrivano e tre marinai morirono  facendo rotta verso Cytera.  il resto dell’equipaggio cercò di raggiungere la Canea per ricevere i soccorsi di cui aveva urgente bisogno. Il governatore, però, negò loro il permesso di entrare nel porto, in compenso il console  de Laydet riuscì a far imbarcare sei turchi per condurre la nave fino a Smirne, pagandoli per una settimana ben cento piastre ciascuno,  cifra che i marinai guadagnavano in un anno.  Altri tre uomini e un turco morirono,  a Kos   si  ingaggiarono altri undici marinai turchi e greci.  Il bastimento arrivò a Smirne  il 4 agosto 1786: di tutto l’equipaggio non restavano che un marinaio e un mozzo, entrambi  ammalati di peste.

Il rischio mortale che si correva imbarcandosi in una nave appestata era ben noto, come testimoniano i compensi offerti ai marinai ingaggiati per condurla in un porto attrezzato per le operazioni di espurgo.  La maggior parte delle navi cercava di  raggiungere un lazzaretto europeo, ma quelle che partivano dagli scali orientali  erano costrette ad affidarsi ad un porto del Levante.  Infatti avrebbero perso troppo tempo nel ritornare in Europa, per poi di nuovo dirigersi verso il Mediterraneo Orientale dove riprendere la loro attività. I consoli, che soprintendevano alla stipula dei contratti di affitto delle navi carovaniere, impiegate per il trasporto di merci e passeggeri, si preoccupavano di evitare che infettassero gli scali, ma anche volevano tutelare  la rete dei rapporti commerciali, perciò cercavano di aiutarle  integrando gli equipaggi decimati dal morbo  per  smistarle nei lazzaretti più vicini.

La corvetta Rose,  del capitano Ignace Sauzet di Saint-Tropez,  il 12 aprile 1784  partì da Alessandria, con una patente di sanità che segnalava la presenza della peste nel porto egiziano. Quando arrivò a Tripoli, a bordo erano  morti tre  passeggeri, pellegrini mussulmani di ritorno dal pellegrinaggio alla Mecca.  Il pascià negò l’accesso al porto e costrinse la nave a rimettersi in navigazione.  Sauzet si diresse verso Tunisi dove  il bey gli proibì  l’approdo.  La corvetta allora fece  scalo a Lampedusa per procurarsi dell’acqua e dei viveri. Nell’isola  la maggior parte degli abitanti fu contagiata e morì. Il 30 giugno Sauzet era di nuovo davanti a Tripoli, in cinque settimane aveva gettato  in mare i cadaveri di altri otto passeggeri e di cinque marinai.  Il pascià  di Tripoli, inflessibile, rifiutò di farlo entrare e in luglio lo sfortunato vascello fece  rotta per Smirne dove giunse , alla fine del mese, dopo aver perduto altri passeggeri. Finalmente riuscì a   sbarcare i  superstiti e a far fare  una lunga e minuziosa disinfezione  alla sua nave. Il capitano ritornò in Francia e  disarmò il bastimento nel marzo del 1785.  Tuttavia questa esperienza non gli impedì di effettuare ancora tre viaggi in Levante, sempre con la stessa imbarcazione. Per lui la peste era un rischio professionale.

Oltre alla preoccupazione per le vite umane, la peste a bordo comportava anche il rischio  di perdere  il carico e lo scafo per il naufragio della nave o per le conseguenze di  contumacie scontate in luoghi aperti, non protetti da furti, pirati e intemperie. Molteplici e reiterate lettere dei mercanti ai rettori di Corfù minacciavano di abbandonare quello scalo per fermarsi in  luoghi più protetti, se non si fosse provveduto a creare strutture e rifugi sicuri.  Per non perdere i mercanti e per non rallentare gli scambi, la Serenissima  attrezzò  i suoi lazzaretti  sul mare in luoghi strategici lungo le  coste Dalmate e le Isole Ionie che funsero da filtro sia alle navi provenienti dal Levante, che alle carovane che giungevano via terra dai paesi Ottomani per  imbarcare le loro merci per Venezia.

I costi della sosta, più o meno prolungata, e delle pratiche di espurgo delle navi erano sostenuti dai proprietari delle mercanzie e dai passeggeri che usufruivano delle strutture di isolamento e che, prima di lasciarle, dovevano saldare il conto.

Ritornando ad oggi, la civiltà globalizzata, con le sue rapidissime comunicazioni e gli spostamenti di grandi numeri di turisti, non era preparata ad affrontare l’emergenza epidemica del Corona-virus, che i laboratori hanno identificato, ma che non si sa come curare e si cerca di arginare con le misure di sempre: l’informazione, la chiusura di porti e aeroporti, l’isolamento dei luoghi infetti. Navi gigantesche cariche di turisti  come la Diamond Princess, bloccata in isolamento a Yokohama con 3700 persone, di cui  61 contagiate, rischiano di trasformarsi in bombe epidemiche al rientro dei loro passeggeri nei  paesi di provenienza. Il loro isolamento forzato comporta alti costi che qualcuno dovrà sostenere. La chiusura dei commerci penalizza gli scambi internazionali. La storia si sta ripetendo. Conforta il fatto che la Serenissima, grazie alla sua fitta rete di cordoni sanitari, sia per terra che per mare, dal 1630 riuscì a tener lontana la peste da Venezia, mentre le pestilenze  continuarono a colpire  fino al XIX secolo i paesi con i quali  aveva rapporti commerciali.

 


Nelli Vanzan Marchini

Scrittore - Docente

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