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IL PUNTO DI VISTA. Politici e virologi: talvolta cambiare idea è un merito non un biasimo

“La guerra è una cosa troppo seria per delegarla ai militari”! Così s’espresse il ministro francese Talleyrand. Dovremmo dire la stessa cosa per le pandemie: sono fenomeni troppo seri e complessi per farli gestire ai virologi e ai medici in genere. Costoro sono indispensabili e in questi giorni si stanno prodigando con impegno, generosità e professionalità. Ma la società moderna, oltre che sulla conoscenza, è basata sull’organizzazione. Il nostro benessere materiale, la sicurezza, la salute sono il derivato di un raffinatissimo apparato in cui ciascuno risolve un problema circoscritto. Per questo esistono gli scienziati e gli specialisti che formiamo nelle università del mondo in migliaia di corsi di laurea. Pensiamo che il benessere e i progressi degli ultimi due secoli siano dovuti alla scienza. È vero solo in parte perché trascura il ruolo cruciale che l’organizzazione – e prima ancora il sistema di pensiero che l’ha prodotta – ha svolto nel consentire che le grandi scoperte scientifiche e il progresso tecnologico fossero applicati diffusamente al punto di trasformare l’intera società e il pianeta. Con effetti positivi ma anche facendoci incorrere in grandi e nuovi rischi.

Quando ci si trova di fronte a problemi inediti, qual è il coronavirus, ritorna in primo piano il bisogno di una visione complessiva e delle competenze di chi sa gestire la complessità. 

Molti dei dati epidemiologici che leggiamo provengono dalla Johns Hopkins School of Public Health che raduna specialisti di varie materie mediche e biomediche, ma include corsi e specializzazioni in Policy Studies (uno specifico istituto fondato con diverso nome già nel 1962 e impegnato anche in studi internazionali) per preparare a gestire queste emergenze dal punto di vista economico, psicologico e sociale. Eppure, tutto questo non basta ancora: alla fine si devono prendere le decisioni e queste spettano a persone che sono politicamente legittimate ad assumerle. Il loro compito è arduo poiché le scelte hanno a che fare con il rischio la cui valutazione, per sua natura, è pressoché impossibile sia individualmente sia collettivamente. Certo, si possono calcolare le probabilità, ma cosa mi può importare della possibilità di morire dell’1% per il coronavirus, se proprio io faccio parte di quella piccola percentuale? E la percezione del rischio è una cosa talmente individuale che qualsiasi calcolo, per quanto rassicurante e rigoroso, non ci dà alcuna tranquillità. 

 Il buonsenso e le università

I decisori politici alla fine si affidano al buonsenso e di questo (chi più chi meno) ne sono dotati in abbondanza dovendo mediare tra interessi diversi e contrapposti. Non vanno criticati per avere spesso cambiato idea e fatto dichiarazioni contraddittorie a distanza di qualche giorno. La situazione era in evoluzione e talora l’avere cambiato idea è un merito, non un biasimo. La critica è che questo buonsenso andrebbe integrato con una conoscenza più sistematica delle competenze disponibili per affrontare le emergenze ambientali di vario genere. Se ne dovrebbero occupare le università includendo corsi in cui non si insegna a fare nulla, ma si formano operatori i quali sanno con precisione come farsi aiutare da chi è competente nella specifica materia. Un decisore politico deve sapere se ha bisogno del parere di un virologo o di un epidemiologo, di un economista, di un esperto di mercato per il reperimento di macchinari, di un sociologo, di uno psicologo. Per non parlare della comunicazione. Soprattutto deve sapere sollevare loro le domande più opportune e in modo corretto. Il buonsenso e la sensibilità sono utili, ma non bastano perché nella nostra società i problemi complessi (come le epidemie, ma anche il traffico, l’ambiente, lo smaltimento rifiuti, l’urbanistica), sono sovente monopolio di singole corporazioni professionali che usano solo i mezzi che conoscono e di cui soprattutto dispongono. Il decisore politico invece deve “professionalmente” sapersi rivolgere agli specialisti giusti nel giusto modo. Altrimenti fa come quell’uomo che disponendo solo di un martello, trattava tutti i problemi come se fossero chiodi! 


Corrado Poli

Docente / Scrittore

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