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I RACCONTI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS. “La giusta distanza”

Sono preoccupata. Molto preoccupata.
Al settimo giorno di clausura volontaria ho dato la cera alle piastrelle della mia terrazza.
Non succedeva da anni.
Forse le avevo lucidate solo quando ero entrata in casa per la prima volta dopo il trasloco nel nuovo appartamento. Un palazzo popolare con quaranta inquilini.
Insomma, stamattina ho deciso di smobilitare tutto l’assetto invernale per preparare l’arrivo della primavera. Chissà se arriverà o avrà paura del Corona virus che ci costringe a evitare incontri, abbracci, passeggiate…
Ho disinfettato le fioriere, i coprivaso, nutrito le mensole di legno con l’olio paglierino, piantato i ranuncoli, pulito i ciclamini che risentono della mancanza di sole, potato le ortensie che mi consolano con i nuovi germogli, coccolato i narcisi fioriti, preparato il terriccio per i nuovi gerani edera, per le primule e le violette che ho acquistato al supermercato dove si entra uno alla volta, bardati di mascherine e guanti. Con lo smalto bianco scoperto in cantina, ho ridipinto perfino il lavabo che un tempo troneggiava nella stanza da letto di mia nonna in montagna e che ora contiene una felce rigogliosa piena di nuovi getti.
Il terrazzo splende di luce propria e io mi gongolo passeggiando su e giù per l’ora d’aria.
Non mi preoccupa la diffusione della pandemia, ma mi sconcerta qualche mia reazione sconsiderata.
Non mi sono mai dedicata in forme così nevrasteniche a pulire ogni anfratto della mia abitazione, come se la volessi rimettere a nuovo.
Ho cambiato le lenzuola ogni tre giorni, giocato con i contrasti dei colori tra sopra e sotto, aspirato la polvere dei cuscini, esposto le coperte sui davanzali delle finestre, anche quando c’era la nebbia o pioveva a dirotto, lavato le tende del soggiorno, vaporizzato i tappeti con la pulitrice a 100 gradi, disincrostato dal calcare i lavelli della cucina, irrorato il frigo con l’aceto, lucidato l’argenteria e i rami antichi, sciacquato tutti i piatti dei miei servizi in porcellana di Limoges, rotto tre fondi e due coppette per la sventatezza, nascosto con rabbia i cocci in fondo al sacchetto delle immondizie. Rigorosamente in sequenza ecologica.
La mia casa è sempre stata il luogo ordinato nel disordine della mia vita, ma non è mai stata preda della mia smania di pulizia.
È pur vero che la mia collaboratrice domestica è in ferie forzate perché preferisco che si occupi della sua famiglia e dei suoi bambini. La immagino mentre cerca di domare tre invasati che si rifiutano di seguire le lezioni a distanza impartite dai solerti maestri di scuola.
Certo arrivare a dare la cera in terrazza credo sia il traguardo che solo una svitata, preda della solitudine, poteva raggiungere.
Eppure io ho sempre amato la solitudine. Gli spazi riservati e complici.
Casa mia è un luogo, un paesaggio con le mie radici, che non sono riuscita ad abbandonare neppure dopo il mio secondo matrimonio.
Mio marito ed io viviamo ancora nei nostri appartamenti da single, separati o meglio compartecipi di una divisione degli spazi che rispetti la nostra personalità e le nostre esigenze. Gli amici sono ancora stupefatti per questa nostra scelta, ci osservano circospetti commentando il nostro regime familiare improntato alla “giusta distanza”: la prima parte della settimana lui la trascorre con me, io vado da lui nel week-end. Sono tutti convinti che prima o poi questo rapporto scoppierà nonostante quindici anni di assoluta dedizione l’uno verso l’altra.
In questi giorni abbiamo deciso di restare lontani perché, come martellano i mass media, noi vecchi siamo i più esposti al rischio del contagio.
Oddio, vecchia: io odio questa parola e il concetto di fragilità che trasmette. Io fremo quando il mio medico curante sottolinea che alcune magagne che mi opprimono “dipendono dall’età.”
Così trascorriamo ore a parlaci via Skype, con un inesausto interesse per le nostre attività, scambiamo pareri sui libri che leggiamo, sui film, sulle serie di Netflix che non avevo mai osato guardare, compiamo insieme visite seriali ai musei on line. Ascoltiamo insieme le opere liriche, cantiamo a due voci le romanze più facili accompagnando con larghi gesti delle mani le ouverture. Tante risate e tanti baci virtuali.
I nostri divani sono dei palchi della Fenice con tutti i confort: aranciata e amaretti per me, spumante dei colli e wafer per mio marito. Usciremo di casa rotolando, ma rifocillati di musica classica e buone visioni.
Ma adesso sono preoccupata.
Finita la revisione dei mobili, degli angoli reconditi dove la polvere poteva ancora nascondersi, mi sono decisa anche a sistemare lo studio, a riporre in ordine alfabetico i libri che settimana dopo settimana ho accatastato attorno alla scrivania. Un compito rimandato di mese in mese.
Ho scoperto, con sgomento che, come al solito, ho comperato due volte le stesse opere, attingendo al mercato dell’antiquariato che si svolgeva ogni terza domenica del mese nella grande piazza con le statue. Mi stupisco ogni volta di trovare sulle bancarelle romanzi importanti a cinque euro, addirittura a un euro l’uno e immagino provengano da stanze ripulite, soffitte svuotate, eredità rinnegate.
Un patrimonio disperso.
Torno a casa sempre carica di prime edizioni o di pubblicazioni introvabili.
Ho avviato una nuova schedatura in un file dedicato, per temi e per autori, spostando i volumi da uno scaffale all’altro con l’aiuto dei poderosi fogli mangia polvere disponibili da tempo per evitare inutili sternuti alle massaie…
Sono riuscita nell’incredibile risultato di assegnare alla storia e alla narrativa delle donne uno spazio dedicato a raccogliere una discreta mole di testi: molti ancora inevasi.
– Dovrò fare testamento prima o poi per destinare queste opere preziose a qualche struttura scolastica. Non vorrei che finissero dentro i camion delle immondizie… Le mie stagioni si susseguono a un ritmo spedito ormai – mi sono detta, senza provare alcuno sconforto.
Si tratta pur sempre di nuove primavere.
Mi sono soffermata a lungo a rileggere Le onde di Virginia Woolf, un romanzo divorato dalla fascinazione della morte volontaria dove le immagini strazianti raccontano come sia presente nella vita della scrittrice il mistero della sventura, della follia mite e sanguinante che l’ha piagata.
Nel riporlo in ordine mi sono accorta che conteneva un foglietto scritto a mano con alcuni versi di Friedrich Hölderlin che sembravano suggeriti dal mio stato d’animo di questi giorni: «Molto ha esperito l’uomo. / Molti celesti ha nominato / da quando siamo un colloquio / e possiamo ascoltarci l’un l’altro.»
Il poeta aveva riflettuto sul mistero del dolore e della solitudine e aveva scoperto che solo l’interazione, la possibilità di confrontarsi, di ascoltarsi, consentiva l’incontro con l’altro.
– Ecco la chiave. Siamo un colloquio. Potenza della poesia e della parola! Noi siamo un colloquio. –
E allora perché proclamo la “giusta distanza” come antidoto all’invasione di un nemico?

Adesso sono davvero preoccupata.
Perché dopo aver letto e riletto in silenzio quei versi, ho fatto una lunga doccia, mi sono cosparsa il corpo con una crema profumata, sciolto i capelli sempre raccolti a crocchia, indossato biancheria provocante, una camicetta in seta e un paio di jeans attillatissimi e, nonostante qualche etto in più mi sono piaciuta allo specchio.
Chiusa la porta blindata, sono scesa di corsa in garage rischiando di inciampare sui gradini per via delle scarpe coi tacchi che non indosso mai, ho aperto la porta scorrevole col telecomando e sto correndo a marce forzate (per quello che riesce alla mia Pandina) verso la casa di mio marito.
Se mi ferma la polizia ho la dichiarazione richiesta dal governo e sono sicura che mi lasceranno passare. Ho scritto: voglio fare l’amore con mio marito.
Sto realizzando che appena riaprono gli uffici cambierò residenza e mi trasferirò definitivamente da lui.
La mia casa sarà uno studio riservato alle mie ricerche.
Ecco perché sono preoccupata.
Che sia colpa del corona virus?


Saveria Chemotti

Scrittrice

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