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I RACCONTI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS. “Le bottiglie del tempo”

“If I could save time in a bottle
The first thing that I’d like to do
Is to save every day
‘Til eternity passes away…”

 

Jim Croce, Time in a bottle

 

Sono tre, di vetro verde scuro. Le guardo su uno degli scaffali nel vecchio seminterrato che ho trasformato in studio. Una delle bottiglie è un po’ più grande delle altre due; le piccole hanno una bella forma e la dimensione ridotta aiuta ad apprezzare meglio i dettagli. Il tappo di ciascuna è con chiusura a staffa, come si usa per quelle dell’olio. In uno scorcio di memoria, vedo mio nonno che ci versa dentro del vino bianco, forse era un prosecco della Marca trevigiana di cui sento ancora il vago sapore dolciastro e il frizzantino che ti si arrotolava in bocca.

Sono uscito nel giardino condominiale e le ho lavate per bene sotto il rubinetto comune che utilizziamo per innaffiare quel poco di erba e piante che fanno la guardia al palazzo da moltissimi anni. C’è un silenzio irreale, interrotto a tratti dallo stormire degli uccelli e dal garrito fastidioso dei gabbiani che non mollano mai. La città rincorre la sua solitudine in geometrie che si perdono nei canali piatti e immobili. L’acqua è irriconoscibile da tanto è chiara in certi momenti. E noi abituati al sentore melmoso di maree ritmate dalla luna che portano su all’altezza del naso miasmi di alghe ferocemente imputridite e tanfo di gasolio marino, ritroviamo l’essenza di una Venezia che avevamo pensato perduta per sempre. In strada poca gente, e tutti rigorosamente a distanza. Anche se non è sempre vero; c’è chi non riesce a non sciogliersi in un avvicinamento protetto, prudente ma irrefrenabile, con la voglia di darti una semplice pacca sulla spalla, un abbraccio, una stretta di mano. Ho sempre avuto una certa ritrosia malcelata per il contatto fisico occasionale. Oggi ne sento il bisogno; capisco che la pandemia mi servirà da lezione, e non esclusivamente per questo.

Il virtuosismo dei palazzi, arroccati su fondamenta incerte, corrose dal salso, disegna curve d’incanto che adesso vedo meglio, segnate dall’improbabilità dell’assenza. Una sottrazione continua di possibilità che intacca il futuro: questo era Venezia, almeno prima del virus. Ora che tutto appare davvero irrimediabilmente rimosso, cancellato quasi, ritroviamo il sedimento materico di selciati che sembrano perfino più puliti, di porte che si aprono in calle alimentando il nostro desiderio spasmodico di veder comparire qualcuno, purchè sia. Il centro storico ci restituisce decenni di abbandono, sovrascritture della monocultura turistica, moltiplicazione di locali pubblici e B&B che giacciono in questo momento, silenti, come forma incompiuta del sacco cui la città è stata sottoposta.

Mi ricordo ancora del piazzale della Stazione, quando facevamo il nostro ingresso pallone ai piedi che ci sembrava di essere allo Stadio, correndo come matti verso il quadrato di cemento che stava in fondo, sulla destra, dopo gli ingloriosi giardinetti con la statua della Madonna, dove attualmente si salgono le scale per accedere al nuovo spazio dei negozi e della libreria Giunti. Ogni anfratto sembra desolantemente vuoto, qualche passante alla spicciolata si muove verso il ponte di Calatrava o accede all’atrio delle Ferrovie. Avessi ancora la palla, ci riproverei, rigustando quegli inverni durante i quali giocavamo con il passamontagna in testa e i guanti di lana fino a sfinirci.

Il sole illumina tutto di una luce strana, irreale. È davvero un film di fantascienza, di quelli intelligenti degli anni Sessanta. Inquadrature che sfiorano le superfici delle cose, si attardano su un particolare insignificante, modulano un “campo lungo” su un deserto metropolitano che dalle parti di Rialto, dove campeggia l’orologio antico della chiesa di San Giacometo, sembra un set cinematografico, ma senza attori, al massimo qualche comparsa, possibilmente col cane al guinzaglio. Posto che la modernità sia davvero liquida, tanto per abusare di un’immagine noiosa, Venezia ne raccoglie il senso, intarsiato di tradizioni che a un certo punto ci hanno strappato. Mentre grava l’idea del contagio che a noi nativi risuona dentro come le sirene dell’acqua alta. In questo limo delle coscienze, i ponti sonnecchiano e i campielli evocano fantasmi bonari di un’altra vita piena di prossimità e di presenze. L’emergenza ci restituisce uno spirito del tempo che pensavamo definitivamente andato. Ma sono malinconie che distraggono per un battito d’ali di farfalla, a ridosso di Punta della Salute, lì dove lo specchio della laguna si mostra quasi trasparente. Tornerà tutto come prima, forse. Probabilmente anche la viscosità dell’acqua con la fanghiglia del fondo di nuovo in sospensione in mille fiocchi rimescolati da eliche e motori diesel a oscurare il sogno di un momento; retrogusto di metà Ottocento, quando a Venezia si veniva a prendere tonificanti bagni nei rii prima dell’età delle ciminiere.

Nel centro storico invaso da torme macilente di turisti del “fai da te” culturale low-cost, il pieno riempiva perfino il vuoto delle fessure tra le pietre. Fosse ancora vivo Ruskin, si sarebbe seduto a piangere in Riva degli Schiavoni. In fondamenta degli Ormesini, piuttosto che in campo Santa Margherita, del petulante rumoreggiare di bar, ristoranti, gelaterie e birrerie non restano che serrande abbassate. Sono spuntati come funghi in ogni buco, per dispensare mescite convulse e musica invadente. Quando cala la sera, il coprifuoco di cui si va ragionando nelle ultime ore vive già di esistenza propria nel silenzio surreale dei lampioni e i contorni degli edifici si stagliano nel rincorrersi delle ombre, raccogliendo speranze. Per noi inguaribili romantici si mescolano affetti perduti e promesse di nuovi incontri. Quando sarà, se sarà.

Svoltato l’angolo, Antonio Banderas e Catherine Zeta Jones stanno ballando il loro tango seducente. Accanto a Antony Hopkins, li guardo affascinato fino a che lei, al termine di un danzare proibito, non gli passa una mano sul viso carezzandone l’anima. Ma è solo un attimo fuggevole perché rientro nel presente con l’ultimo bollettino sui decessi e il numero dei ricoverati in terapia intensiva. Il campanile che vedo dalla finestra di casa mia, dietro gli alberi spogli del minuscolo parco Savorgnan, manda qualche rintocco limpido, inseguendo i secoli. Mi scopro a seguire le linee dei rami ritratteggiando mentalmente le composizioni del primo Mondrian con quei grovigli arancio e celeste fusi assieme. I vetri verdi sono ancora sul tavolo, dritti come la sentinella di Isaia. “A che punto è la notte?”.

Di mio nonno, dopo la sua morte che non è stata affatto serena, per quegli ingorghi familiari che intrappolano sequenze di rancori reciproci moltiplicandoli senza sosta mi sono rimaste soltanto le tre bottiglie, un metro da falegname, il mestiere che aveva fatto per tutta la vita con abilità non comune, e un martello che credo avesse messo insieme lui stesso, dotandolo di un solissimo manico in legno. Nelle bottiglie ci metterò ognuno di questi giorni muti, come canta Jim Croce, e tutti gli altri s’intende; con il metro prenderò le misure di questo mondo – che mi auguro sappia comprendere la nostra fragilità di specie tutto sommato di passaggio in questo pianeta – per vedere se per caso sono cambiate dopo la tempesta perfetta del Coronavirus. E con il martello pianterò qualche chiodo nel posto giusto per appenderci tutte le nostre speranze e qualche affetto; se ci fosse anche un po’ di amore, non sarebbe male.


Mario Coglitore

Scrittore - Docente

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