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LA LETTURA. Due angeli sulla Valsugana

Le mie valigie sono pronte da parecchi giorni.

Le provviste per l’inverno sono accatastate nel bagagliaio: le mele Golden e le patate, la carne salada, il sugo di pomodoro e le marmellate di prugne; le bottiglie dell’amaro di erbe della Cappelletti e del liquore al cedro che piace a mio marito infilate dietro il sedile posteriore.

I vicini mi hanno regalato una collezione di piante grasse che sbucano tra le fessure dei nostri crozzi perché me le porti a Padova: le ho sistemate in un bacile di rame antico sottratto alla collezione di casa.

Le metterò sul mio balcone fiorito di città: nessuna preoccupazione per il freddo e l’umido dell’inverno; sono abituate a conquistarsi caparbiamente uno spazio vitale fin dalla nascita, possono sopravvivere tranquillamente alle rigide temperature e la nebbia padana non le sfiorerà neppure.

Sono resistenti a tutte le intemperie; dovrei imparare da loro.

La macchina ha faticato a partire, si è avviata dopo parecchi tentativi, tra mille imprecazioni irripetibili. Sente come me gli peso degli anni, ormai.

Vado.

Parto come sempre all’alba, quando il sonno avvolge ancora le persone del piccolo paese in cui sono nata.

Sono le cinque e quaranta.

Ho bevuto un tè e sbocconcellato una fetta dello strudel alle mele che ho cucinato ieri sera.

Vado.

La valle mi sembra incartapecorita, livida: non c’è traccia del rosa sulle rocce, i cespugli sembrano capigliature arruffate e i laghetti occhi spenti che rispecchiano cupi un cielo minaccioso. Nel corso degli anni ho addestrato la mia mente a cambiare rapidamente scenari allontanando qualsiasi pensiero legato a quei luoghi, ma questa mattina il clic non scatta.

Nello specchietto retrovisore le creste ammantate di verde delle montagne stanno franando una dopo l’altra sollevando nuvole di polvere accecante. Si cancellano così le identità dei miei punti cardinali. Tutto si sfoca in colori sgranati e malinconici. Mi assale la sensazione molesta di essere a uno snodo del tempo, a un punto di non ritorno che si insinui nel ritmo delle mie pulsazioni accelerate. La scaccio perché non ho voglia di immaginare i dettagli di quello che verrà.

Il profumo del Trentino mi rimarrà attaccato come sempre.

Alla gola.

 

Faccio il pieno alla prima stazione di servizio, poi imbocco la Valsugana.

Non viaggio mai in autostrada: odio la monotonia del percorso.

Accendo l’autoradio: ammazzo la strada intonando e dirigendo le mie romanze predilette. Vissi d’arte, Casta diva, O mio babbino caro, Di quella pira, Un bel dì vedremo, Addio del passato: il melodramma col karaoke.

I camionisti alla guida dei TIR mi superano e mi lanciano sguardi divertiti osservando i movimenti armoniosi della mia mano che dirige orchestre invisibili. Qualcuno strombazza preoccupato prima di superarmi, altri mi fanno il segno della vittoria, divertiti.

Non sono mai stata un mago al volante, ma col tempo, la Punto si è addomesticata; conosce il percorso a memoria, ogni curva, ogni dosso: è lei che guida, io mi limito ad assecondarla spingendo sull’acceleratore. La testa rimbomba già di mille pensieri, di mille silenzi.

Il respiro confuso del vento lambisce le portiere che vibrano in velocità.

Spingo sull’acceleratore e corro.

Corro.

Corro.

All’altezza del Brenta sento un colpo fortissimo e vedo la macchina che sbanda paurosamente

sbattendo sul guardrail.

Mi trovo in piedi accanto alla portiera aperta e il motore spento.

Il fiume scorre minaccioso sotto di me.

Un contadino sulla riva opposta ha le mani tra i capelli e si fa il segno della croce.

Non ricordo nulla, non mi rendo conto di quello che è successo fino a quando non scorgo il muso della Punto schiacciato contro la barriera, la gomma anteriore sgonfia.

Solo il DVD della Traviata continua a suonare, ma non è davvero il momento di Libiam.

Maledizione. Devo aver avuto un colpo di sonno. Dieci secondi di assenza.

Mia madre mi sgrida ogni volta che riparto dopo aver trascorso il mese di agosto a farle compagnia.

Ormai è una vecchia signora canuta e sorridente che soffre di acciacchi e di una leggera forma di

demenza senile che non le impedisce di sgridarmi a ogni occasione.

– Parti troppo presto! La sera vai sempre a dormire dopo mezzanotte, sento che ascolti musica e leggi

fino a tardi. Ti alzi che sei stanca più di quando ti sei coricata. Aspetta che sorga il sole, almeno. –

La solita affettuosa litania che, in verità, tende a ricattarmi perché io resti con lei qualche ora in più.

 

Mi guardo attorno spaventata, gli occhi rossi di pianto, un singhiozzo convulso che mi provoca conati

di vomito. Non so come arriverò a Padova in queste condizioni.

Prego. Improvvisamente prego.

Chissà perché nei momenti di disperazione ci ricordiamo di pregare, recuperiamo l’idea che l’unico

soccorso ci arrivi dal cielo e ci dimentichiamo di tutte le volte in cui abbiamo ripudiato la nostra

fede religiosa.

Io sono una di questi atei devoti a intermittenza.

Mi sale alle labbra la preghiera con cui mia madre da bambini ci salutava ogni sera rimboccandoci

le coperte: Angelo di Dio che sei il mio custode.

Non mi vergogno di ripeterla. La paura è il viatico migliore in questo stato. Sono concesse scarse

elucubrazioni intellettuali.

Mi sorprendo quando sento una macchina che frena dietro di me.

Un giovane al volante con una donna di mezza età al suo fianco. Si affaccia al finestrino.

Mi chiede con empatia se ho bisogno di qualcosa. Gli mostro la fiancata distrutta e gli chiedo se

gentilmente può fermarsi al primo bar della zona per chiamare un carro attrezzi. Cerco nel borsellino

il gettone per il telefono.

Lui sorride scuotendo la testa. Mi porge la mano dicendomi il suo nome.

Si chiama Sergio.

– Non si preoccupi. Vada a sedersi accanto alla mia mamma. Le farà compagnia. Io vado a mettere

il triangolo di segnalazione così non veniamo travolti dal traffico che sta aumentando. La gente sta

raggiungendo il posto di lavoro proprio adesso. –

Apre il mio bagagliaio, mette l’automobile sul crick regolamentare, recupera la gomma di scorta e

la monta con movimenti rapidi e capaci.

Io sono in confusione assoluta. Non so perché seguo il suo consiglio e mi siedo accanto alla madre.

– Luana, piacere – mi dice facendomi accomodare al suo posto.

– Beva un goccio d’acqua fresca. Io non parto mai senza. E si calmi. Se si può aggiustare qualcosa,

il mio Sergio è un mago dell’officina. –

Porto alla bocca la bottiglietta di plastica: l’acqua brillante stuzzica le papille gustative e rimette in

quota le pulsazioni.

– Dove sta andando? – mi chiede, sempre premurosa, Luana.

La osservo: ha i capelli argentati raccolti a crocchia con un foulard che le ravviva il viso. Dev’essere

alta e snella, alle mani sottili due anelli di perle che sono in pendant con la collana posata su un

maglioncino celeste. Stringe la borsetta sulle ginocchia.

La apre e mi porge una caramella all’arancia.

– In questo momento ha bisogno di zuccheri. La mangi. –

Obbedisco, cercando di disegnarmi un sorriso di gratitudine.

Le racconto che sto rientrando in città dopo una specie di vacanze in Trentino.

– Sono stata un mese a casa mia. –

Non so se riesco a trasmetterle che casa mia non è solo l’abitazione di mia madre, è proprio il mio

paesaggio infantile. Le mie radici.

La mia terra in tasca.

Dopo una mezzora, Sergio si avvicina trionfante:

– Adesso può ripartire. Vada piano e vedrà che può arrivare a Padova. Assuma un ritmo normale.

Rallenti sulle curve.

Mal che vada, se raggiunge il prossimo paese in panne, può far arrivare il carro attrezzi.

Per il momento io non ne vedo la necessità. –

Lo ringrazio, imbambolata, sotto choc e torno a guardare la fiancata della Punto: la gomma è

cambiata, la lamiera è stata raddrizzata e sollevata fino a permettere un giro normale della ruota.

Mi accosto per salutare Luana e complimentarmi per quel suo figliolo così generoso.

Lei mi ferma con la mano alzata, poi si rivolge a Sergio parlando sottovoce.

Non capisco. Scorgo il suo sguardo fermo e l’incrociarsi ammiccante dei loro volti.

– L’accompagniamo a Padova noi, – mi comunica con fierezza. – Non me la sento di lasciarla andare

da sola. –

Io sono imbarazzatissima. Grondo sudore ed emozione. Cerco di convincerla a proseguire il suo

viaggio. Io, in qualche modo, sono in grado di arrangiarmi anche in circostanze così drammatiche.

La spocchia però non evapora le lacrime!

Allora scende dalla macchina, mi prende tra le sue braccia e mi racconta: – L’anno scorso mio figlio

ha avuto come lei un brutto colpo di sonno in autostrada. Poteva morire. Alcune persone lo hanno

aiutato, hanno chiamato soccorso e lui è vivo solo per questo.

A me hanno insegnato che il bene bisogna restituirlo.

Salga in macchina e stia serena. Ci segua. Noi faremo da apripista. –

Avanzo come se fossi carponi. Sussulto a ogni rumore sconosciuto.

La pianura all’orizzonte mi sembra una landa congestionata.

Insostenibile il frastuono del traffico che si accentua metro dopo metro.

La città mi accoglie col suo solito colore indistinto. Nessuna nuance di verde, al solito.

 

Non so ancora come sono arrivata a casa.

Il motore si è arreso solo davanti al garage.

Luana e Sergio sono ripartiti subito per Bassano. Neppure un caffè.

Dovevano tornare indietro una quarantina di chilometri.

Li aspettavano per un matrimonio. Arriveranno in ritardo.

 

Non dimenticherò mai il loro sorriso, il calore dello sguardo. Il saluto delle mani.

Non sono mai riuscita a sapere il loro cognome e il loro indirizzo di casa.

Mia madre, invece, li ha identificati immediatamente.

Angeli di Dio sulla Valsugana.

 


Saveria Chemotti

Scrittrice

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