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La lettura. “Solo per i tuoi occhi”

Da bambino volevo guarire i ciliegi
quando rossi di frutti li credevo feriti
la salute per me li aveva lasciati
coi fiori di neve che avevan perduti.

 

Un sogno, fu un sogno ma non durò poco
per questo giurai che avrei fatto il dottore
e non per un dio ma nemmeno per gioco:
perché i ciliegi tornassero in fiore,
perché i ciliegi tornassero in fiore.

 

Fabrizio De Andrè, Un medico

 

 

Chi pensa che soltanto gli occhi chiari possiedano un particolare fascino, con quelle sfumature cangianti che vanno dal blu all’azzurro, passando per il verde e il grigio, trascura la profondità di quelli marroni. Anche i neri, o molto scuri, appartengono, nella porzione dello spettro dei colori che annulla ogni riflesso luminoso, alla specie degli occhi belli dotati di una particolare forza di penetrazione.

Mi tornavano in mente gli occhi di mia madre mentre mi stavo avviando verso l’ospedale. Marroni, appunto. O quelli di mia nonna, simili anche se un po’ annacquati dietro alle lenti spesse. Ne ricordavo il fuggire lontano, da bambino, mentre mi leggeva le avventure della Pimpa. Con una specializzazione in pneumologia, e le tasche piene di buone intenzioni, mi avevano cooptato in fretta e furia per contrastare l’epidemia di Coronavirus direttamente in quello che avrei presto scoperto essere una specie di girone infernale. Se le mani già mi sudavano per la tensione, mai avrei immaginato che protetto da una tuta di contenimento la mancanza di traspirazione sarebbe stata per molte settimane la mia fedele compagna.

La prima immagine di cui ho memoria visiva crudele, e ancora me la porto dietro come una fotografia impressa nello sgomento, è quella di un medico che, con infinita delicatezza, segnava una fugace, piccola croce con l’indice guantato di blu sulla fronte di una donna di mezza età distesa su una barella prima di coprirle il volto con il lenzuolo. Della morte, a lezione ci avevano parlato tante volte e anche nel corso delle autopsie cui avevo assistito nella clinica universitaria non avevo mai avuto quella terribile sensazione di irrimediabile, quasi si trattasse di uno spettacolo un po’ macabro che osservavo con il distacco professionale di cui tanto ci avevano parlato. Qui, lo scioglimento dalle catene della vita mi era sembrato un evento tragico, uno sconforto dilaniante che mi aveva afferrato la bocca dello stomaco.

I pazienti, ma presto avrei cominciato a considerarli molto di più, persone che diventavano parte della mia esistenza e che dovevo strappare alla voracità di una pallina mefistofelica con un diametro circa 600 volte più piccolo di quello di un capello, arrivavano spesso in condizioni disperate. Chi non respirava quasi più veniva immediatamente intubato e sottoposto alle nostre cure sincopate, in un’atmosfera di caos calmo nella quale ore e minuti si trasformavano in un torrente di biglie sparse sul pavimento. Correvano dappertutto e tu ti affannavi a raccoglierle e trattenerle ma non ci riuscivi. Non so quante volte l’ho sognato durante le poche ore di sonno turbolento ed esausto che riuscivamo a concederci, le orecchie sempre premute sul telefonino, anche quando era poggiato sul primo ripiano utile accanto a noi.

Lei avrà avuto sì e no qualche anno più di me. Mi avevano raccontato che era una specie di promessa della medicina e che avrebbe prima o poi diretto il reparto se continuava così. Ero stato affidato alla sua squadra e in poco tempo appresi tutto ciò che si poteva da giovane sanitario inesperto, ansioso quanto bastava e parecchio rigido nei movimenti. Impacciato e indeciso, di fronte all’abilità delle colleghe e dei colleghi che continuavano a circondarmi di premure e di consigli, tanto che mi domandavo se non fossi stato più che altro un intrigo nel corso di giorni frenetici che a un certo punto perdevano di consistenza, e diventavano un’unica, drammatica, linea temporale lungo la quale scivolavo arrancando dietro a respiri sempre più faticosi e sollevarsi incerto di petti contratti.

Dietro gli occhiali di protezione, ormai un tutt’uno con la pelle del viso, quelle due iridi marroni ogni tanto mi lanciavano uno sguardo comprensivo e attento, indirizzando le mie azioni. Mi scoprii a rincorrerle quando le volgeva da un’altra parte per parlare al personale di sala o all’anestesista. Erano incastonate sotto due sopracciglia flessuose che facevano la guardia a un taglio d’occhi leggermente a mandorla. Senza trucco e al naturale della stanchezza, nella loro straordinaria normalità. Per un paio di settimane avevo visto solo quelle. Quando andava a cambiarsi, dopo turni massacranti, io ero sempre ancora in corsia, indaffarato a seguire i gesti precisi e misurati degli altri attorno a me. Soprattutto quelli di Angela, infermiera specializzata che lavorava con abilità da consumata specialista e finiva per assumere il controllo della situazione a prescindere dal ruolo.

Viaggiavo oramai sulla scia dell’esaurimento psico-fisico. Le mani, a furia di disinfettarle, mi si erano screpolate e tendevano sulle nocche a un rosso acceso. Dei segni che avevo in faccia, e che lo specchio di tanto in tanto mi rimandava senza pietà alcuna, ricordo bene le tumefazioni che andavano comparendo dove il cappuccio della tuta incontrava l’attaccatura dei capelli sulla fronte o la mascherina insisteva sulla gobba del naso.

Ma il marrone di quegli occhi consolava le mie tribolazioni. Non so perché ma mi ci ero aggrappato come al salvagente a forma di pescecane con la bocca spalancata dentro al quale, piccolissimo, schizzavo acqua dappertutto felice e senza pensieri. Non me lo ricordavo veramente ma ne conservavo la memoria in una vecchia polaroid da cui spuntavano le braccia di mio padre che mi impediva di rovesciarmi, assecondando i miei movimenti senza che mi rovesciassi. A galla. Ecco cosa facevamo: cercavamo di tenere a galla vite sospese in bilico al confine tra l’al di qua e l’al di là, mentre sottili tubi di plastica soffiavano a ritmo concertato ossigeno negli alveoli. Ne ho visti molti andarsene tra i rantoli e ogni volta gli occhi marroni si spegnevano per alcuni istanti e si riaccendevano davanti al successivo ricoverato, soffocando una tristezza che i neon soffusi della stanza trattenevano spalmandocela addosso. Non so quante volte la tragedia umana mi aveva ficcato in testa l’idea che non avrei retto, che non era la professione giusta per me, che non servivo a niente. Che la pratica ospedaliera sul campo, quella vera, era tutt’altro dal coacervo di nozioni che riempivano le mie notti da studente, immerso tra le pagine a stampa di malloppi densi e tormentosi. Poi, alzando lo sguardo a chiedere con una strizzata di palpebre a Angela se stavo facendo giusto, se i dati che controllavo e riferivo erano scanditi con sufficiente chiarezza soffocati da una voce impedita dalla stoffa, gli occhi marroni se n’erano già andati in uno sfumare di bianco singolarmente vivido, rincorsi dalla mia immaginazione di ragazzo di bottega travolto dagli eventi.

Poche le soste. Pochissime. In un angolo del lungo corridoio l’inserviente del nutrito gruppo che puliva e sanificava, spruzzando e detergendo per conservare la nostra salute, e la sua, e riparandola dal disastro dell’infezione, mi stava salutando con quel suo fare diligente. Mi avevano detto che due dei suoi familiari erano stati ricoverati in un altro ospedale, affidati alle mani di medici che avrebbero tentato di sottrarli alle spire dell’epidemia. E lei, ogni santa mattina che il destino ancora ci consegnava, era lì, imperterrita, a svolgere i suoi compiti con il magone in gola. Gli occhi marroni la stavano consolando in un dialogo essenziale che in distanza non riuscivo a intercettare. Mi raggiunsero dopo un paio di minuti e li scrutai da vicino. Non riuscivo a vederle la bocca, o le guance, o le rughe se ne aveva, ma mi importava poco. Ci eravamo abituati a fare dello sguardo un linguaggio nuovo di comunicazione, quasi che le parole fossero diventate un semplice contorno a ciò che i bulbi oculari trasformavano in lampi di significato.

– Ne stanno portando quattro adesso. – mi aveva detto telegrafica – Terapia intensiva subito. – Accennai col capo, annuendo. – Mi preparo – risposi fissandole ipnotizzato le pupille brunite. Probabilmente si era accorta della mia postura rigida e del mio imbarazzo. Mi aveva già rivolto la parola un numero incalcolabile di volte ma mai in un “a tu per tu” così ravvicinato, pur nel rispetto delle regole di prossimità. Sgusciai di lato per sottrarmi a quel momento di confusione emotiva. Mentre mi avviavo per il corridoio, percepii chiaramente che si voltava verso di me con una leggera torsione del busto, e girai la testa in cerca di nuovo di quegli occhiali trasparenti.

  • Stai facendo un buon lavoro. Anche i ragazzi sono contenti – scandì con attenzione.

Mi fermai sui miei passi. – Grazie dottoressa – mormorai, subito pentendomi di un tono troppo basso.

– Prego… dottore. –

Ho sempre ritenuto la faccenda del sorridere con gli occhi una frase fatta abbastanza abusata e priva dell’adeguato supporto scientifico. Ma quella volta no. Quella volta avevano proprio sorriso. Proseguii il mio cammino in linea retta più alto di almeno mezzo metro. E forse non soltanto per essere stato chiamato dottore.

Finì come era cominciata. Anzi, non finì nel vero senso della parola. Il morbo era stato soltanto contenuto ma non debellato, anche col sacrificio di noi partigiani della resistenza al virus, e cominciammo a riabituarci alla vita. Angela se ne era andata in respiri contratti, con la consapevolezza di chi sa bene cosa sta succedendo. Le avevo chiuso io gli occhi, verdi per l’esattezza. Il contagio si era impadronito di lei velocemente e i tentativi disperati di compensarle il respiro mentre i suoi polmoni si disfacevano li avevo protratti io all’infinito, nuotando nella disperazione. Gli occhi marroni si erano liquefatti in lacrime grosse. Sfiorando l’altra sponda del letto lei era rimasta con me a fare il possibile. L’impossibile no. L’impossibile non eravamo riusciti a realizzarlo.

Fuori il sole sembrava una provocazione. Ero uscito all’aria aperta buttando occhiali, guanti e mascherina su uno dei pochi sempreverdi che listavano in silenzio il mio lutto, e mi ero tolto il cappuccio. Ingoiavo l’aria vergognandomi di quell’opportunità che a Angela era stata tolta per sempre. Dopo un paio di minuti lei mi raggiunse. Così finalmente la vidi per davvero. Le strisce arrossate sopra gli zigomi ne tracciavano la disperazione. Si passò una mano sulle labbra, trattenendo lo sgomento. Ci guardammo mentre il mondo si sospendeva. Bisognava pur andare avanti, mi dicevo. Solo per i tuoi occhi.

 

 

 


Mario Coglitore

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