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La lettura. “Sonata per mosca a quattro mani”

“Libero come un salmone”. Libero di salire le rapide controcorrente.  Libero finchè non arriva la Fata Turchina a scombinare i piani e la lenza tira e tira. E il salmone rilucente e fiero si ritrova a scivolare verso la riva con  l’amo conficcato fino al profondo del cuore.

Uno spaccato dell’universo maschile e femminile scritto a quattro mani, un canto in cui le voci camminano in armonia e si completano, bassi e acuti in un intercalare sinuoso e spumeggiante come le acque di un torrente e a tratti pungente come la bacchetta di una fata. Al lettore Saveria Chemotti e Mario Coglitore offrono un magistrale  “monologo a due” .

 

Dalla parte del salmone

 

di Mario Coglitore

 

La pesca del salmone è una faccenda complessa. Qualsiasi buona rivista di settore ve la descriverà come un esercizio articolato, lento, ritmico. Misurate prove di forza con uno dei nuotatori più famosi del pianeta che risalendo la corrente di impetuosi fiumi raggiunge il confortevole luogo della riproduzione prima di ripartire di nuovo per il mare. Addirittura, per quanti fanno della lenza una specie di arte antica e un training psicologico, un’avventura che provoca tensione psichica.

Sia quel che sia, il punto di vista del salmone è un altro, quando maestoso segue le correnti liquide del suo istinto e tenta di convolare a giuste passioni. Se ogni tanto salta, come ci spiega la scienza togliendoci quel tanto di poesia perché magari pensavamo che il balzo fosse di gioia all’avvicinarsi della meta, lo fa per liberarsi dai fastidiosi parassiti che lo infestano. Ma per noi inguaribili romantici sarà sempre guizzo atletico, una danza tra spruzzi d’acqua leggera che si spargono attorno, richiami morganatici di quello che verrà. O non verrà, se si finisce sulle braci di qualche barbecue.

A pensarci bene, non sembri una forzatura eccessiva, c’è qualcosa che accomuna il viaggio schiumoso del salmone a quello che tanti di noi fanno nel fluire di biografie delle emozioni che ci hanno scosso nel corso degli anni. Chiusi in casa ai tempi del Coronavirus, tra le pareti domestiche rimbalzano affetti e ricordi che nemmeno gli aspirapolvere sono capaci di far scomparire nell’apposito sacchetto sostituibile della Vorwerk Folletto.

Applicandosi un po’, qualche analogia esiste. L’angolo prospettico è prettamente maschile, tanto vale dirlo subito. Ma perché non tentare qualche riflessione di quelle che mai oseremmo fare in pubblico, con il giusto pizzico di ironia?

Il salmone dunque. Il nostro, nella fattispecie, è già adulto da un bel pezzo e sguazza non tanto allegro tra le onde della vita. Il suo non è propriamente un oceano, diciamo piuttosto un piccolo mare chiuso ad un’estremità da Colonne d’Ercole che lo invitano a uscire in spazi più aperti, striati da correnti fredde e calde e da promesse di tramonti impagabili al largo di scogliere scalpellate dai venti.

Ma lui, niente, gira in tondo nel suo confortevole specchio d’acqua e si prepara a saltare. Intuisce il torrente e lo raggiunge con ampi ancheggiamenti, scrollandosi di dosso continuamente i microscopici intrusi che la vita gli ha tirato addosso, i pensieri di ogni giorno, gli affanni esistenziali, i tramestii di una coscienza in subbuglio. La coda il rappresentante schietto dell’universo maschile che annaspa, anche nella migliore delle ipotesi, non la possiede ma ne avverte l’antichissima estroflessione ai tempi delle ancestrali gazzarre sui baobab, prima che la stazione eretta gli permettesse di camminare nelle savane.

L’altro tre quarti del mondo attende quieto con la mosca acquattata sull’amo; filo teso fluorocarbonato, resistentissimo, mulinello professionale, canna lunga in fibra di carbonio. Comincia il confronto tra successi e insuccessi. Chi dice che non va così la maggioranza delle volte è sicuramente incappato in contenziosi che lo hanno segnato e di cui non vuole parlare.

Torniamo alla risalita tra bolle e acrobazie. Attirato da esche fluttuanti e colorate, l’anfibio della nostra singolare contrazione amorosa, o semplicemente relazionale – ahimè di amoroso potrebbe non esserci nemmeno la parvenza, hanno imparato molti di noi –, sa bene, più l’età lo separa dal lontano mordicchiare della gioventù e più ne è consapevole, che abbocca quasi sempre. E le danze hanno inizio. Nessuna se ne abbia a male, per carità, ma la clausura forzata annulla i freni inibitori.

“Nella lotta d’amor, vince chi fugge”. Dispiace davvero per Ricci e per il suo proverbiale epigramma che risale al 1869, ma qui chi fugge in realtà non vuole propriamente farlo. Ingoia l’amo e si lascia portare in qua e in là. Quando sembra che il filo tragga verso la meta agognata, si viene restituiti all’improvviso ad alcuni metri di lontananza. Ma sempre agganciati.

L’amo nel cuore è un bel problema, perché potrebbe togliere la misura del tempo, disorientare il passo, pungere troppo la chimera di guardia che vi è stata affidata fin da piccoli a protezione della vostra sorte. Eppure, lei lo maneggia che pare la medicina della Fata Turchina: non la vuoi bere ma alla fine lo fai. E ne chiedi ancora.

Altro paio di giri di mulinello e si apre un orizzonte del possibile. Macché, era una pallida illusione, perché state ancora indietreggiando tra un sorriso e l’altro di compiacenza infruttuosa. Anche se siete incupiti dalla stanchezza dei sensi, stralunati dall’incertezza dell’“avanti-e-indietro”, l’amo non riuscite a disimpegnarlo dalla fibra compatta dei vostri ventricoli. Si apre un piccolo spiraglio nel portone del castello dei desideri. Vi è parso che… forse ci siamo… qualcosa dovrà pur dirla, in un senso o nell’altro, e voi pregate che quel senso corrisponda al finale che avete scritto nello storyboard dei sogni nel cassetto.

La chimera è diventata grande tre volte le sue misure originarie; è entrata in modalità difesa e vi spinge da parte perché sistemerà le cose in un battito di ciglia, se lasciate spazio. È lì per quello, d’altra parte.

Ostinati, volete cavarvela da soli. Dopotutto non siete mica dei pivelli, che cosa ci vorrà per raddrizzare il timone del destino? Amici miei, quanta disperata ingenuità.

Il filo è teso e vi richiama a sé. Avete già intuito che mollerà di nuovo e comincerà tutto daccapo. Insondabili recessi dell’animo femminile vi appaiono per un attimo mentre siete piuttosto contrariati, incazzati a volerla dire chiara. La misura del contenimento coronarico, in tema di cuori in tempesta, è colma.

Tuttavia ce n’è un’altra di misura che ormai è tracimata. Perché siete persi, meglio ammetterlo e togliersi questo peso, credete. Persi, nonostante i proclami, i mille ragionamenti allo specchio, le analisi lucide e tutto il corredo di luoghi comuni cui riuscite a dar fondo. Il salmone arranca.

Vi soccorre Massimo Bubola. Il locale è pieno di gente. Entrate e vi sedete a un tavolo. “Quando i soldi sono pochi, e i ricordi sono tanti, vieni al bar dei cuori infranti.” La mescita consiste anche in “lacrime e alibi al minuto”, a seconda delle necessità, e siete serviti.

Bagnati fradici, vi viene qualche brivido; nulla di grave. Non disperate. Nel bar capita a volte di trovare la propria regina, se avrete fortuna; il vostro “pozzo di diamanti”, canta la voce in sottofondo. Comunque vada, restate dalla parte del salmone. Se lo merita.

 

 

Dalla parte della Fata turchina

di Saveria Chemotti

 

La pesca del salmone è davvero una faccenda molto complessa.

Qualcuno racconta che per catturarlo sia indispensabile infilare un amo d’acciaio nel suo cuore.

E che la mosca attaccata all’amo debba essere particolarmente brillante, colorata, astuta, perfino seduttiva.

Che lei, come uscita da un adeguato training psicologico, danzi davanti a suoi occhi attoniti e lo streghi.

Fake News.

Non mi fido e cerco notizie più dettagliate.

Scopro così che il suo nome è sontuoso come quello di un re, la sua vita è costellata dalla fatica e le sue carni sono tra le più ricche e pregiate. Gli antichi romani lo chiamavano ‘Salmo Salar’, dal verbo ‘salire’, riferendosi ovviamente al suo incredibile viaggio nelle acque dolci e salate.

Lo osservo: è un pesce osseo, dal corpo fusiforme dotato di muscolatura potente, la testa piccola rispetto alle dimensioni del corpo, occhi grandi, il dorso bruno, verde o azzurro con i fianchi argentati. Può raggiungere 1,5 metri di lunghezza e un peso che può arrivare anche a 20 chilogrammi.

Nasce nelle acque dolci dei torrenti, ma quando ha, circa, due anni migra verso il mare per trascorrervi gran parte della sua vita. Dopo quattro anni nelle acque salate sente l’irrefrenabile istinto di tornare a riprodursi in quelle dove è nato. Raggiunge quindi la foce del fiume, lo risale con fatica nuotando controcorrente, compiendo balzi anche di tre metri che gli consentono di superare rapide e cascate e, giunto alla meta, si riproduce e muore senza più forze a causa del consumo energetico per il viaggio e la riproduzione.

Pare siano pochi sono gli esemplari che ci riescono e che solo i più forti compiano più di due o tre ‘risalite’ nella loro vita.

Confesso che mi stupisce il percorso di questo curioso adolescente che torna al nido materno dopo aver sperimentato la vita all’aperto, gozzovigliando nell’abbondanza di plancton, aringhe, piccoli pesci e crostacei, la dieta che gli conferisce la classica colorazione rosastra delle carni.

Mi suscita qualche considerazione fuorviante su chi si abbronza e staziona in discoteca. Tanto mamma assolve sempre.

Per darmi un tono, continuo a informarmi.

Una volta raggiunta la zona superiore della corrente, la femmina sceglie il maschio con il quale si riprodurrà. Questa selezione si basa sulle dimensioni fisiche del maschio, dal momento che vengono considerate un segnale della sua capacità di sopravvivere. La femmina sceglie una zona del letto del fiume in cui ci sia ghiaia in abbondanza e con la coda scava una buca poco profonda dove depositerà le uova che il maschio feconderà, esibendosi di fronte a lei in una danza che consiste nel far vibrare il corpo. La coppia di adulti rimane nelle vicinanze delle uova e le difende e protegge fino a che entrambi muoiono, circa 25 giorni dopo la deposizione.

Molto suggestivo, quasi romantico, se non fosse per quella selezione della femmina che garantisce ab origine la continuità della specie e provoca in me altre suggestioni fuorvianti sulla condotta del pesce osseo.

Mi trattengo e mi tuffo (oddio!) nella sua scheda organolettica.

I nutrizionisti del settore decantano le sue proprietà inserendolo nel primo gruppo fondamentale degli alimenti, tra i cibi ad alto valore energetico, perché le sue carni sono ricche di proteine e di lipidi tendenzialmente insaturi, cioè appartenenti al famoso gruppo degli omega 3. Anche sotto il profilo vitaminico e salino, il salmone non delude, ovviamente con riferimento a quello fresco, non a quello affumicato che ha subito un trattamento ad hoc.

Allora è solo una questione di cibo e di gusto?

Ho provato a mettermi dalla parte del salmone.

Giuro, ci ho provato.

Più di una volta.

Senza mai riuscire a gustarlo.

Qualche pezzettino l’ho consumato spinta dalla faccia scandalizzata di chi mi invitava a gustare un aperitivo farcito con crostini, maionese e pesce crudo.

Lo stomaco mi rimproverava dopo pochi minuti spingendomi a una frettolosa visita al bagno padronale: era più forte di me.

Absit iniura verbis: che sia una reazione ideologica?

Un retaggio del mio veterofemminismo?

Se è così, e forse lo è davvero, mi permetto finalmente di dare la stura a tutta la mia acredine.

Del resto sono stata tirata per i capelli a prendere posizione a favore del povero diavolo che viene catturato in modo spietato per via di una violenta seduttività della lenza, della mosca e dell’amo per farlo finire sulle nostre tavole.

Oddio non sulla mia, come ho già spiegato.

Insomma non posso evitare di cadere in tentazione, soprattutto quando si mette mano a un paragone tra la mosca e la Fata Turchina che infinocchierebbe il burattino per fargli trangugiare la pillola più amara.

E invece che sulla tavola lo fa cadere nel suo letto dopo avergli infilato una fede al dito.

L’amo?

Di nuovo: absit iniuria.

Mi prudono le mani per sparigliare le carte.

Chiamo in soccorso Edoardo Bennato.

La sua fata è familiare. Verosimile.

E forse è per vendetta/ E forse è per paura/ O solo per pazzia/ Ma da sempre/ Tu sei quella che paga di più. / Se vuoi volare ti tirano giù/ E se comincia la caccia alle streghe/La strega sei tu/ E insegui sogni da bambina/ E chiedi amore e sei sincera/ Non fai magie, né trucchi, ma/ Nessuno ormai ci crederà. / C’è chi ti urla che sei bella/ Che sei una fata, sei una stella/ Poi ti fa schiava, però no/
Chiamarlo amore non si può.

 

Noi avremo anche sciolto il nodo dei fianchi, fatto svolazzare il vestito davanti al muso/viso, spettinato i capelli, offerto il fiore della nostra giovinezza, ma quante volte siamo state ricambiate a schiaffi, delusioni, violenze, abbandoni?

Quante volte lo abbiamo chiamato ‘amore’ inseguendo sogni infranti, desideri, ambizioni, inutili attese sulla riva del fiume?

Forse è per questo che non riesco a mettermi dalla parte del salmone.

Anzi, a dirla tutta, qualche volta lo metterei davvero sulla graticola e lo guarderei affumicare lentamente come quando lui ha lasciato che affumicassi io.

Un trattamento ad hoc.

Poi mi riprendo, penso a quanta puzza può fare una grigliata ai tempi del Corona virus e per pranzo apro una scatoletta di tonno.

Al naturale. Con la carne rosea.

Forse sono parenti.

Ahimè. Una trappola?

 

 

 

 

 

 

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