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San Rocco e l’informazione sanitaria della Serenissima

Nel marzo 1478 si manifestò a Brescia una malattia epidemica, inizialmente chiamata “mal del zuchòt (testa) ” perché caratterizzata da fortissime emicranie, febbre continua, “affanno di fiato e di petto, subita (improvvisa) debilità di polso, gravamento di tutta la persona, ansietà, arsura, sete, lingua nera, dolor di capo acuto, fernetico, orina grossa e torrida” e infine morte.  Fin dai primi casi apparve evidente che il male era molto contagioso perché lo si contraeva per la sola vicinanza, anche breve e occasionale, con un malato. Si interruppero, dunque, i rapporti umani e persino le cerimonie funebri. Per nove mesi la peste, probabilmente nella sua forma polmonare, falcidiò la popolazione, raggiungendo il picco dei decessi tra agosto e novembre con 200/ 250 vittime al giorno, la cui lista veniva affissa alla loggia del palazzo municipale.

Lungo le vie deserte, quando si incontravano i monatti che trasportavano  i cadaveri alle fosse comuni e i malati nei lazzaretti, ci si tirava da parte “stroppandose el naso et buttandose li mantelli su la testa in modo che non si avesse a contrarre fiador (fiato) alcuno de ditti sottradori (trasportatori)”, che avevano un campanello ed erano muniti di una bacchetta per tener lontano  i pochi passanti sul loro cammino. Per evitare le occasioni di contagio la popolazione stava chiusa in casa, molti si erano ritirati nelle campagne. Il capitano di Brescia, il  patrizio veneziano Francesco Diedo, fece voto a San Rocco di scrivere la storia della sua vita e di dedicargli una chiesa, se avesse allontanato la peste. In effetti il santo, raffigurato fin dal Trecento come un pellegrino che mostrava il bubbone su una gamba, segno inconfondibile della peste, benché fosse stato oggetto di culto in Francia e in varie città del Nord Italia, non disponeva ancora di una agiografia che ne tracciasse il profilo storico e le vicende umane. Il motivo era legato al fatto, acclarato solo da recenti analisi storiche, che Raco vescovo di Autun (Borgogna) era vissuto molti secoli addietro, in età merovingia, ed era protettore dalle tempeste e patrono dei prigionieri. Le numerose ondate epidemiche, che dal 1348 vessarono l’Occidente, fecero scaturire una nuova paura dello straniero e del viaggiatore che incrinò l’ecumenismo medievale in cui la libera circolazione nelle  vie dell’Europa era stata sostenuta dalla pratica dell’ospitalità. Le amministrazioni civili alimentarono il culto dello straniero Raco, divenuto Rocco, il pellegrino appestato e taumaturgo. Il campo di intercessione del santo passò da “tempesta” a “peste” per aferesi, del resto entrambe le parole derivano dalla radice indoeuropea “pes” (soffio mortale). L’immagine di Rocco si diffuse con la rapidità del contagio lungo la via francigena e le arterie che dal Nord smistavano i pellegrini verso Roma, Santiago de Compostela e Costantinopoli, con imbarco a Venezia e in altri porti adriatici.  Il Diedo, colse la necessità politica di formalizzare un culto diffuso, ma non ancora definito, perciò utilizzabile per insegnare il comportamento da adottare per difendersi da minacce epidemiche rapide, collettive ed esiziali;  si mise all’opera con la cultura dell’umanista e il pragmatismo del veneziano.  Raccolse le informazioni sulla  biografia di Rocco “ da alcuni fragmenti barbari” e  “da alcuni ritmi et versi vulgari” scritti grossolanamente. Non definì la sua data di nascita a Montpellier,  nemmeno precisò  il cognome della sua famiglia, ma indicò nel 1327 l’anno della sua morte in carcere, in epoca precedente alla comparsa della peste in Occidente!

 

 

Il politico di rango, il diplomatico della Serenissima, che si era  spostato per lavoro lungo le arterie di comunicazione  percorse da mercanti, chierici, armate, poveri e pellegrini, sapeva bene che il controllo delle vie di terra era più difficile di quello delle rotte mediterranee, dove le navi avevano  una tracciabiltà , mentre  i pellegrini, nel loro girovagare fra borghi, abbazie, ospedali… erano potenziali quanto imprevedibili vettori di contagio, perciò attraverso gli episodi della vita di Rocco  offrì  informazioni e indicò  i  modelli etici e comportamentali  che ciascuno doveva assumere per fronteggiare il contagio con impegno civile e coralità cristiana.    Sebastiano, il primitivo santo della peste, figura metastorica rassegnata nella sua passiva e individuale sopportazione delle frecce/flagelli lanciatigli da Dio, esprimeva un comportamento individuale non dissimile da quello della cultura islamica, affacciatasi al Mediterraneo dopo la caduta di Costantinopoli, cultura che non adottava misure né di isolamento, né di prevenzione, costituendo un sempre attivo crogiolo epidemico.

Diedo fornisce a Rocco una consistenza storica e quando, in pellegrinaggio verso Roma, si ferma in un Ospedale ad Acquapendente, attesta che quel tipo di ricovero  tradizionale di pellegrini, poveri, viandanti costituisce un focolaio di costanti infezioni. Un altro Ospedale a Piacenza in cui Rocco, fermatosi sulla via del ritorno, si accorge di avere contratto la peste,  è sovraffollato, perciò  si isola in un bosco per non nuocere al prossimo, ma questa scelta responsabile lo precipita nella paura della morte in solitudine.  Viene soccorso da Dio che fa scaturire una sorgente nella boscaglia (allegoria dei lazzaretti veneziani).  Un cane (la Repubblica)  lo sostenta  portandogli  ogni giorno un pane sottratto alla mensa del suo padrone, Gottardo (la carità privata) che, scoperta la santità di Rocco, diverrà suo munifico sostenitore e discepolo. Rocco taumaturgo, che aveva sanato gli altri,  vince anche la sua malattia, ma viene imprigionato per un errore giudiziario e, al momento della sua morte in carcere, chiede a Dio di poter essere l’intercessore per gli uomini e  popoli colpiti dalla peste. Raco, vescovo, protettore dalle tempeste e patrono dei carcerati, e Rocco pellegrino  sono oramai una unica entità devozionale che difende dal contagio. Il libro finisce con il riconoscimento da parte delle gerarchie ecclesiastiche della sua santità.

Quando nel luglio del 1479 la pandemia di Brescia si concluse, aveva provocato circa 30.000 vittime  su  230.000 abitanti dell’intero territorio bresciano.  Il 28 marzo del 1479 venne posata la prima pietra della chiesa dedicata a San Rocco nel Borgo di San Giovanni.   La “Vita  Sancti  Rochi ” del Diedo, pubblicata nel 1479 a Milano anche in volgare, ebbe grande diffusione e varie edizioni. Rocco fu celebrato dal  culto di Stato della Serenissima e divenne  veicolo della comunicazione di massa dei comportamenti collettivi da adottare per fronteggiare le epidemie. Nel 1485, anno di istituzione del Magistrato alla Sanità, le spoglie di San Rocco furono trasportate da Voghera a Venezia, dove gli furono dedicate la Chiesa e  la Scuola Grande decorate da  Jacopo Tintoretto. Il linguaggio artistico diffuse l’informazione sintomatologica della peste e le misure per combatterla; i telèri di Jacopo  funsero da  “idiotarum libri”(libri degli analfabeti), consentendo al popolo  di apprendere la storia di Rocco e, insieme,  anche le indicazioni  sanitarie della Repubblica di Venezia per contrastare il contagio con l’isolamento.

 

Immagini:

Venezia, Chiesa di San Rocco, Jacopo Tintoretto, San Rocco in lazzaretto guarisce gli appestati.

Libri di devozione sec. XVIII,  San Rocco con il  cane, Gottardo, padrone del cane che gli ha sottratto il pane,  lo segue e scopre Rocco nel bosco.

 


Nelli Vanzan Marchini

Scrittore - Docente

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