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Lettura a quattro mani. “Vibrato” per sirene e spose

La rabbia di Penelope

di Saveria Chemotti

 

Felice figlio di Laerte, Odisseo pieno di astuzie,

veramente acquistasti una moglie di grande virtù:

un animo così valoroso ebbe Penelope, la nobile

figlia di Icario; si ricordò così bene di Odisseo,

del marito legittimo. La fama del suo valore non svanirà

mai per lei: gli immortali per la saggia Penelope

comporranno un canto gradito tra gli uomini in terra.

 

Odissea, XXIV, 192-198

 

Quando sei stata designata solennemente dagli Dei per interpretare un ruolo tra i mortali, non puoi lamentarti, protestare, opporti al tuo destino. Devi rassegnarti, accettare l’investitura e mostrarti perfino orgogliosa del tuo incarico, per penoso che sia.

Lo sanno bene le donne che, tra qualche migliaia di anni, si troveranno a lottare per cancellare le parole di moglie e madre esemplare tatuate sul loro ventre e per scampare alla clausura della loro essenza nella tradizione patriarcale.

Dicono che la mia clausura sia stata una scelta per amore e che per questo io sia diventa l’ideale di donna di un intero mondo, quello omerico, la vera sintesi di bellezza, regalità, pudore, pazienza e astuzia.

Dicono che io sia rimasta abbarbicata alla reggia dove mi aveva condotta lo scaltro Odisseo, principessa e poi regina, avvinghiata a quel talamo dalle radici di un ulivo secolare a piangere e a pregare per il ritorno del mio sposo, senza mai dubitare di quell’artista del travestimento e della fuga che mi aveva lasciata per andare a combattere a Troia e poi aveva errato per vent’anni sul Mare Egeo tra avversità, peripezie e sfide.

Fuggire era la sua specialità, il suo modo di tener fede alle false promesse con cui ha ingannato tanti, grazie alla protezione della potentissima Pallade Atena, la dea uccello, la fanciulla nata senza madre che poteva vantare, unica, di essere stata concepita addirittura nella testa del padre Zeus.

Dicono che io mi sia dedicata senza sosta alla cura del piccolo Telemaco (che mi avrebbe ripagata con imprecazioni a mezza voce e sguardi risentiti), alla gestione dell’oikos e abbia escogitato lo stratagemma della tela per difendermi dalle avances dei Proci, in particolare da quelle di Anfinomo, principe di Dulichio, il più bello e il più benevolo dei 107 pretendenti.

Tutto vero, o meglio, vero secondo l’opinione di Omero, degli aedi, dei cantastorie. Cioè ancora una volta secondo tradizione.

Ecco perché, dopo tanto tempo, vorrei finalmente darvi la mia versione dei fatti, scrollarmi di dosso tutte le chiacchiere che hanno circondato la mia persona e raccontarvi il mio punto di vista, la prospettiva originale da cui si ricostruisce la mia avventura. Non sono più com’ero e anche Ulisse ormai è un estraneo, per questo posso finalmente togliermi il velo luccicante sotto cui ho nascosto il mio volto fin qui.

Insomma vorrei prendere la parola, far sentire la mia voce anche perché sono stanca di essere additata a eroina del matrimonio consacrato. Allora dagli Dei, ovviamente.

Tessuto ho tessuto, instancabilmente, non solo per completare il sudario di mio suocero Laerte, non solo per posticipare la scelta di un nuovo sposo, ma per imprimere su quella tela il senso dei miei giorni solitari, dei miei pensieri di vita e di morte, per trasmettere il dolore delle mie dita e il tramestio degli sguardi dentro e fuori di me. Ho manovrato ordito e trama nei due sensi, dell’essere e del nulla, perfettamente simmetrica al vuoto e al pieno in cui mi dibattevo.

Si dice che se occhio non vede cuore non duole. Eccome se duole!

Non era il ritratto di Laerte che avrei voluto intarsiare, ma il mio volto di donna delusa e ingannata, incapace di dimenticare le false lusinghe di un uomo che sapeva essere un incantatore, avido di farsi amare. Lesto, ingegnoso, capace di sfidare le sirene e di proteggersi dal loro canto, perché le sue orecchie coriacee agli eventi sapevano selezionare la musica a cui prostrarsi.

Non temeva le donne: era un infingardo e sapeva farsi amare. Nel suo girovagare ha incontrato alcune tra le più belle donne del mondo; ognuna gli ha offerto privilegi, da ognuna è stato desiderato appassionatamente.

Non crediate che siano stati gli dei a sciogliere il rapporto con la ninfa Calipso che lo amò e lo tenne con sé, more uxorio, per sette anni in una grotta profonda che si apriva su un bosco sacro con grandi alberi e sorgenti che scorrevano attraverso l’erba, e neppure che abbia rifiutato l’immortalità perché conservava nel suo cuore il desiderio di tornare ad Itaca.

Nessun rimpianto, nessuna nostalgia per la sua patria, tantomeno per sua moglie. Il mito del nostos è stato un altro bluff per giustificare la ripresa del suo viaggio perché si era stufato del legame ossessivo che la ninfa aveva realizzato anche a spese dei suoi compagni.

Non parliamo poi della giovane Nausica che lo incontra, stremato, sulla spiaggia dell’isola di Scheria dove (benedetta) si reca a giocare a palla con le ancelle, lo ascolta e gli offre il suo aiuto. In certi momenti provo perfino un po’ di pena per quella creatura ingenua che si trova davanti un volpone che approfitterà della sua ospitalità e la lusingherà con il racconto delle sue imprese, addomesticando gli avvenimenti a suo vantaggio. Così tra l’isola dei fiori di loto (deve aver fatto una scorpacciata per giustificare la perdita della memoria), l’incontro con lo sfortunato Polifemo (forse l’unico ad avergli attribuito il giusto epiteto), la trappola di Circe e la discesa agli Inferi c’era materia per un serial televisivo.

Se non l’avesse raggiunto Telemaco, sarebbe tornato da me? O la profezia di Tiresia gli ha provocato un mal di mare che lo ha convinto a tornare sull’isola per ricevere il primo e sincero bentornato dal suo cane Argo. Autentico mito di fedeltà.

Tornato è tornato, per attuare la sua vendetta, non per raggiungere me. Ne sono sicura perché ha mantenuto l’incognito a lungo per verificare la mia lealtà, per scoprire se lo avessi tradito, se avessi ceduto alla corte serrata degli invasori prepotenti. Oh lo avrei fatto, se solo avessi capito fino in fondo la sua ipocrisia, la sua intenzione di restare per una toccata e fuga capace di mettermi di nuovo incinta, cioè di imprimermi le stimmate del padrone, ancora una volta. Lo avrei amato quel gentile principe di ventura per smettere di soffrire, ma la legge della comunità, l’onore della casata, di mio padre e mia madre che mi avevano gettata in acqua da bambina per fortificarmi, mi volevano salda e severa al potere, apprezzata per la bellezza, l’intelligenza e il dinamismo.

Inutile rimuginare sulle occasioni perdute.

Nessuno dotato di senno ha creduto ai suoi patti di pace e di tranquilla convivenza, tanto meno a quelli di stabilità; nessuno ha creduto che tutta la sua avventura ruotasse attorno alla sua casa e alla sua sposa, al desiderio di una lunga notte d’amore. Ero convinta che fossero riaffiorati i nostri sentimenti di felicità, gli abbracci, i baci quando lui mi ha concupita proprio su quel letto piantato saldamente a terra, simbolo fasullo di permanenza, su cui si arrampicava con la fantasia per scrutare oltre l’orizzonte delle mura di pietra della nostra stanza matrimoniale. Del nostro matrimonio.

Appena tornato, infatti, Odisseo è ripartito. Egocentrico e avido di conoscenza se n’è andato alla ricerca dei confini del mondo, mentendo sul significato primo e ultimo dell’esistenza. Legittima scelta, ambizioso traguardo, se non fosse per quel senso di inappagamento che mi ha attraversato la pelle l’ultima nostra notte insieme.

Un’esperienza extrasensoriale che ha avvilito ancora una volta il mio corpo e mi ha dato la prova finale del suo cinismo. Nessuna alleanza, nessuna intimità tra noi.

Il giorno dopo non mi ha neppure salutata.

Ecco perché si merita di finire all’Inferno.

 

Saveria Chemotti  Scrittrice – Docente

 

L’astuzia del capitano

di Mario Coglitore

 

Capitano che hai negli occhi

il tuo nobile destino

pensi mai al marinaio

a cui manca pane e vino

capitano che hai trovato

principesse in ogni porto

pensi mai al rematore

che sua moglie crede morto

Itaca, Itaca, Itaca

la mia casa ce l’ho solo là

 

Lucio Dalla, Itaca

 

«Viandante, non c’è cammino, il cammino si fa andando», ha scritto Antonio Machado, grande poeta spagnolo. E Ulisse lo sapeva bene. Infilato tra le radici della cultura occidentale, il viaggiatore più famoso degli ultimi due millenni, suppergiù, ha irrorato di linfa vitale i secoli a venire sino ai nostri giorni, segnati da week-end a basso costo o pacchetti “tutto compreso” per esplorazioni del mondo liofilizzate e altrettanto insipide. Soltanto un virus di una certa letalità poteva fermare questa catena di Sant’Antonio del viaggio di massa privo di fascino, mordente e avventura, precotto in comode confezioni famiglia.

Ma all’omerico camminatore del Mediterraneo mare “universale” nell’epoca delle civiltà adagiate su isole e penisole cotte dal sole e accarezzate da alisei silenziosi, le epidemie erano sconosciute. Ben altri pericoli si annidavano tra onde sospettose e terre di una bellezza selvaggia. E soprattutto le insidie che assillavano uno spirito inquieto, alla ricerca di forti emozioni, accompagnato da un manipolo di eroi in secondo piano, marinai fedeli alla forza che il “conducator” emanava protetto da divinità burlone, e in qualche caso leggermente sadiche. Tra l’altro il tarantolato Ulisse, incapace di star fermo nella sua frenesia incontenibile, era protetto da Atena, la “non partorita” da corpo di donna e uscita direttamente dalla testa di Zeus; promanazione, dunque, dell’unico maschio capace di aggirare le leggi di natura e provvedere da solo alla riproduzione.

Con questo formidabile pedigree in saccoccia, il nostro favoloso condottiero dà volto e corpo all’uomo adulto in cui molti si identificano durante un’esistenza fatta di accorgimenti strategici, finzioni e astuzie varie. Tanto, Penelope a casa ha il suo bel daffare con la tela, e attende con pazienza impaziente di accoglierlo di nuovo tra le mura domestiche secondo un crono-programma piuttosto scontato. D’altra parte, è la volontà degli Dei e qualche secolo più tardi del Dio del monoteismo cristiano, che da solo si arrangia molto meglio evitando la confusione dell’assembramento di un mucchio di concorrenti accaniti, ognuno a interessarsi degli affari degli altri.

Smanioso di conoscere, con la scusa delle ostilità lanciate dagli Achei contro la famosa città espugnata con un cavallo di legno, e figuriamoci se non c’è un conflitto a dare piena giustificazione al maschio conquistatore, Ulisse intraprende il suo viatico pieno di sorprese, ciurma al seguito, su esili scafi a vela in balia di destini incrociati. O così racconta, per tramandare la sua personale narrazione di gesta avvincenti e incontri toccanti. Ecco, toccanti è il termine giusto, perché Odisseo ne tocca di cose. Specie corpi femminili, poiché, si sa, le donne proprio gli cascano ai piedi senza che lui se ne accorga quasi; il suo mito lo precede e, da vera rockstar di un arcaico passato, distribuisce a piene mani autografi scolpiti sulla roccia o intarsiati nel legno.

Con quei capelli che appena si adagiano su spalle ben tornite e quella barba incolta da macho introverso, il suo sorriso adolescente appena accennato nasconde desideri inespressi che avrà modo di realizzare in scivolose notti d’amore con la malcapitata di turno mentre il tempo della filatura racconta alla sposa “soave”, laggiù nel rifugio casalingo più famoso dell’arcipelago ionico, fiabe arabescate di nostalgie potenti, chiedendo comprensione per questo malcapitato vittima delle circostanze.

Seduta accanto a Penelope, Juliet Mitchell, femminista e psicanalista controcorrente, tenta di spiegarle che la donna non necessariamente deve essere ridotta al solo ruolo di madre e moglie e che anche lei, accidenti, ha i suoi diritti e le sue necessità; e merita perfino un posto nella storia. Ma l’Ape regina di un desco sul quale i Proci poggiano i piedi da veri maleducati è ossessionata da un ritorno profetizzato, da ricordi di una vita che le è sembrata felice e da quell’afrore di maschio che le spalma addosso un’indicibile voluttà della carne.

Il consorte in gita obbligatoria, intanto, scorrazza imperturbabile in floridi cortili pieni di erbe “sempre più verdi” con la scusa del fato cinico e baro: un insieme di successivi contrattempi che lo sottraggono a un caminetto scoppiettante nel corso di inverni piuttosto grigi, anche se non l’ammetterebbe mai, copertina sulle gambe e thè al bergamotto che la premurosa signora gli porge quasi fosse stato la medicina di Pinocchio.

Ravvivandosi la chioma mossa e irsuta che gli conferisce un’aria da eterno seduttore, Ulisse respira arie umide di salmastro e scansa le sirene quasi fossero appestate. Troppe donne, tutte insieme, sono difficili da governare; la virilità potrebbe rischiare di venir meno e allora salterebbero fuori le magagne nascoste. Più opportuno filare verso altri lidi, dove fanciulle prive di malizia cadono facilmente nella rete del pescatore professionista, vecchio tricheco dal baffo pungente con quel vago sentore di avventuriero fatale. Ve ne vengono in mente parecchi, eh? Pronti a insidiarvi corteggiamenti continuamente sottratti dalla voracità insidiosa di predatori onnivori.

Prigioniero della sua stessa epica immortale, il capitano dei capitani non ha alcuno scrupolo nel procedere del suo lento cammino, immerso in stagioni dei sentimenti piuttosto vivaci con interludi che farebbero invidia a Giacomo Casanova. Dopotutto non è mica colpa sua: è la volontà dei Supremi che dall’alto ne programmano le azioni a rendere il suo viaggio una ventennale assenza prescritta da congiunture astrali, e in particolare dalla creatività pruriginosa di una scatenata Pallade, la giovane cioè, traducendo a spanne dal greco attico, figlia prediletta di Giove l’onnipotente. Anche abbonandogli i primi dieci anni, causa leva obbligatoria nella guerra di Troia, ne restano comunque la bellezza di altri dieci – se la prende comoda – per consumare un rimpatrio a Itaca decisamente lento e senz’altro periglioso.

Ha parecchio daffare il “turista per caso” celebrato da Omero nel districarsi tra mille impegni, un vagabondo delle stelle che orienta il verso della sua esistenza affannosa alla ricerca di un rientro impedito di continuo tra sentimenti malcelati, inganni meticolosi, un ciclope accecato con un trucco perverso, tempeste da nausea implacabile, femmine conturbanti che lo assillano con passioni sfrenate. Chiunque crollerebbe sotto il peso di responsabilità di tale portata.

Ma lui resiste ad ogni contrattempo, con in mente l’unico obiettivo di riguadagnare l’abbraccio dell’amata, dice. Dice. Perché qualche dubbio rimane, Atena o non Atena. Rimesso ordine nell’isola e chiuso il conto con i Proci invadenti e nocivi, mentre Telemaco aspettava la ricomparsa di babbo per ritrovare un barlume di coraggio, si distende nel letto coniugale e riassapora tepori dimenticati. Quel letto rimarrà comunque suo, nei secoli. Dovesse ripartire, e ripartirà perché è più forte di lui, per l’ennesimo viaggio che lo libera dalle pastoie annoianti del quotidiano matrimoniale, la parte silenziosa del materasso a due piazze rimarrà fredda e desolata soltanto per lei.

La coerenza non è virtù del capitano. La correttezza neanche. Non parliamo dell’amore: quello è sentimento che si perde nel canto seducente di maghe e ninfe a dir poco equivoche. Posto che l’uomo dell’eterno transitare abbia mai davvero amato.

Mario Coglitore – Scrittore

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