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Lettura a quattro mani. “Pizzicato” per fanciullini e fate

Il volo di Peter

di Mario Coglitore

Sono o non sono il Capitan Uncino, ah?
E allora quando vi chiamo
Lasciate tutto e correte
E fate presto perché
Chi arriva tardi lo sbrano.

Avanti chi mi dà
Notizie di Peter Pan
Lo voglio vivo però
Quando l’acchiappo non so
Che cosa gli farò.

Edoardo Bennato, Il rock di capitan Uncino

 

Peter Pan rinasce a vita di eterno bambino spiccando il volo dalla finestra e rifugiandosi nei giardini di Kensington. Questa la versione originale di James Mattew Barrie, anno del Signore 1902. Sul finire dell’Età vittoriana, i fuochi d’artificio della modernità tecnologica stavano già gettando una luce metallica su quello che sarebbe venuto, vale a dire una guerra che avrebbe dissodato l’Europa pezzo dopo pezzo. Se pensiamo, in aggiunta, che il dott. Freud aveva già pubblicato l’opera che lo aveva reso noto in mezzo mondo, L’Interpretazione dei sogni, il gioco è fatto. Tanto per avere una cornice, un po’ inquietante, dell’epoca.

Fruga di qua e fruga di là, c’era, infatti, chi scavava con una certa insistenza in anime fragili, sfrugugliando in recessi nascosti. Qualche anno prima, il 1897, ci aveva pensato Giovanni Pascoli a scovare il “fanciullino” che è dentro ciascuno di noi, anche se si riferiva al linguaggio della poesia, e a magnificarne gli intenti lirici di piccolo gnomo che persuadeva alla semplicità e al candore degli ingenui. E perciò stesso di coloro che dicono le cose come stanno, senza tanti arzigogoli.

Nel tempo, la faccenda di Peter Pan è montata come la panna, che più è schiumosa e più ti induce a buttarcisi in mezzo per non lasciarne neanche uno sbuffo nel contenitore. Il nostro ragazzo magico che non vuole diventare grande e gioca per l’eternità è molto persuasivo, seducente e parecchio simpatico, nonostante, come tutti i ragazzini che si rispettino, diventi anche fastidioso. Se non altro perché non sta mai fermo e alla fine ti urta il sistema nervoso con la sua banda di mocciosi inafferrabili che fanno dannare il povero Uncino, pallido simulacro dell’eterno genitore cattivissimo, e perdente, poco disposto alla tolleranza; nonché nemico giurato di un abile spadaccino qual è Peter, agilissimo e pericoloso. Per forza: può volare e nel ruolo di contendente in un duello avete voglia di infilzarlo per primi…

Al ritmo della musica saltellante di un pianoforte che scandisce note allegre, per esempio il brillante Les jours heureux – i giorni felici, appunto – in Pour Amelìe di Yann Tiersen, si dipana la storia dei nostri inconsci scanzonati che hanno fatto fatica a diventare adulti. O perlomeno l’hanno fatta pagando un prezzo salatissimo. Ma in questo restare per forza bambini si nasconde una trappola, e l’avremmo capito abbastanza in fretta.

Mica tutti, però. Tra i cosiddetti adulti, figure ambigue mirabilmente riassunte nel termine “babbano” dall’occhialuto Harry Potter, mago di assoluto rispetto e figlio d’arte, qualcuno ha reso questa magistrale specialità dell’essere insistentemente e fastidiosamente “non cresciuto” una vera e propria professione. Il lato oscuro della luna non si vede mai, eppure esiste. I Peter Pan con il flauto traverso seducono frotte di gentili ragazze e belle signore che vi sfilano davanti attratte da melodie insistenti. Seduti su una panchina sotto agli alberi di Kensington vi sembra impossibile che non vi vedano neppure.

E sì che il vostro personalissimo fanciullo volante non vorrebbe annoiarsi in quel modo e per attirare attenzioni negate si esibisce in complicate figure aeree che farebbero invidia agli acrobati del Cirque du Soleil. Zero assoluto. Molto di più vale la litania smaniosa di quei pifferi assurdi che conducono donne ipnotizzate a sicuro disagio, a alterazioni dello stato di coscienza capaci di durare alcune decadi, quando va veramente male. Aspettate Barrie fino a sera inoltrata, sperando che passi, per fargli un discorsetto su questa idea stratosferica che gli è venuta inventandosi Peter con il bel risultato di aver messo in scacco generazioni intere. Uncino zoppica sulla ghiaia poco lontano, si ferma su uno spiazzo meravigliosamente erboso e vi restituisce uno sguardo solidale con un’espressione di imbarazzo. Aveste lasciato fare a lui…

Imbronciati, esattamente come negli anni in cui qualsiasi cosa vi rifiutassero si trasformava in un affronto personale incalcolabile, e quindi fino all’altro ieri, siamo onesti, e assunti panni del miglior Peter Pan che siete in grado di mettere in scena affrontate un dialogo con voi stessi che sfocia in colossale arrabbiatura. Nel frattempo Tiersen continua a strimpellare e vorreste chiedergli cortesemente di smettere subito prima di scadere in gesti inconsulti.

Tuttavia, ci sono bambini e bambini. I più cattivelli vi hanno doppiato almeno una decina di volte nella corsa dell’esistenza e voi che con l’attività sportiva avete litigato parecchi anni fa dovete prendere tristemente atto che vi manca l’allenamento. Riconciliarsi con la propria infanzia è operazione lenta e dolorosa, anche che vi fosse andata bene e che non sia necessario rimuoverne alcuni episodi dolorosi o, addirittura, innominabili. Quei Peter Pan e quelle Wendy ricordano solo dolore ed è la ragione per la quale credete necessario riscattare il loro pianto, in faccia ai disonesti che soffiano nel liuto delle malignità.

La consolazione di Trilli, con le sue manchevolezze congenite che la rendono fatina di seconda categoria dal fascino suadente, vi manca. È rimasta di guardia nell’“Isola che non c’è” e chissà se la rivedrete. Lei sì che sapeva comprendervi e nonostante la micro-corporatura l’avete amata a modo vostro, sacrificandola alla nostalgica Wendy, rappresentazione vivente della famiglia che non avete mai avuto o di quella che vi piacerebbe costruire. A questo punto il volo di Peter è puramente pindarico, assuefatti nel turbinare scomposto di un vissuto pieno di rimpianti.

Tic-tac. Tic-tac.

La sveglia che ha ingoiato il coccodrillo segna le ore del disappunto e ricorda a chiunque che lo scorrere dei giorni è pericolo eternamente in agguato. Il rettile di stazza impegnativa si è mangiato la mano di Uncino ma non disdegna la carne di qualsiasi tipo. Sul filo dei ricordi si è allungata la giovinezza e la maturità d’appresso. Rincorsi da tristezze atterrite non siete stati capaci di trasformare il bambino in adulto, pensando che Peter avrebbe scelto prima o poi di rientrare in casa dalla porta, lasciando il pallone nel cortile, per dichiararsi cresciuto in via definitiva.

Lo prendete per mano e gli riassettate il cappello a punta. Vi incamminate. Per una volta ha deciso di non svolazzarvi intorno e di seguirvi a piedi per sembrare un ragazzino tra i tanti. Vi viene una voglia incontrollabile di provare ad alzarvi da terra e dirigervi verso l’Isola, in barba a qualsiasi “dover essere”. No, pensate nello stesso istante. Meglio chiedere al fanciullino di non esagerare. E di restare comunque vigile, da qualche parte nel vostro spirito. Pronto a una delle sue variopinte sortite.

 

 

Il coccodrillo che ne sa?

di Saveria Chemotti

 

Ogni essere grida in silenzio per essere letto altrimenti. Non essere sordi a queste grida. […]

Ma quando siamo troppo sfiniti, quando non abbiamo la forza di giocare, allora abbiamo bisogno di parole vere.

Gridiamo per averne. Il grido ci lacera le viscere. Non otteniamo altro che il silenzio.

 

Simone Weil, Quaderni I e III

 

«Nonna, per me Trilli è tanto infelice. Lo vedi da come guarda Wendy? Se avesse la statura di una ragazzina normale si sbarazzerebbe di lei facendola cadere in acqua o sulla spiaggia. Invece è così piccola che ti sta in una mano e puoi anche metterla in tasca e dimenticarti che è lì. È gelosissima di Peter Pan e lui la tratta come una serva, come un animale al guinzaglio. Le chiede aiuto, la costringe a sacrificarsi, a rischiare la vita. Bell’egoista quel tipo. Senza la polvere magica di Trilli lui non sarebbe nessuno, crescerebbe come tutti e diventerebbe un uomo grande, grosso e grasso. Lei invece è minuscola come una farfalla: simpatica quando si arrabbia, generosa e dolce quando obbedisce. Nonna non mi piace questo cartone. Trilli mi rattrista. Spegni la Tivù.»

La voce accorata di Margherita sorprese Armida, seduta sul divano del soggiorno, immersa nei suoi pensieri. Nei pomeriggi in cui era di turno come nonna sitter, mettere un DVD con un cartone animato di Walt Disney significava prendersi una pausa sacrosanta, dopo aver esaurito l’intera sequenza di giochi adatti a intrattenere e a divertire la sua nipotina di undici anni.

Vivacissima, Margherita, curiosa e sensibile, sempre protesa a interrogare e a interrogarsi sui temi più disparati. A scuola otteneva risultati lusinghieri, aveva una pagella col massimo dei voti, ma era soprattutto un’insaziabile rompiscatole: nessuna spiegazione era abbastanza esauriente e la coda di una risposta diventava l’inizio di un’ulteriore indagine che finiva per esasperare l’interlocutore, dentro e fuori casa. Zittirla era un problema, ma ignorarla avrebbe significato spegnere quel sacro fuoco che la animava. Le sue domande impertinenti spaziavano nel territorio del passato e del presente. Il futuro era progetto intercambiabile in base all’umore, dentro un contenzioso enigmatico con le parole. Margherita aveva critiche e sentenze che paralizzavano l’udito e scioccavano la gola.

«Tesoro, non mi pare che Trilli sia infelice. Vola leggera e sbarazzina nel suo cielo, tra guizzi e capriole. Sai, il regista ha interpretato a suo modo un famoso testo teatrale del 1902, opera di uno scrittore inglese che si chiama James Matthew Barrie, in cui si raccontava la storia avventurosa di un bambino che non vuole crescere, ma è una storia fantastica, popolata appunto di folletti, di sirene, fate, pirati. Non è una storia vera e Trilli è solo un personaggio che la rende ancora più vivace e piena di mistero. Non ti pare? Anche le storie che scrivi tu o che inventiamo insieme hanno quasi sempre protagonisti immaginari a cui tu attribuisci sempre nomi stravaganti. Trilli o Campanellino (Tinker Bell, in inglese) è uno di questi. Oggi devi avere la luna a becchi se reagisci così male. Lo abbiamo visto altre volte questo cartone e mi pareva che ti divertissi a guardarlo.»

«Non è il mio preferito. Dimmi la verità, nonna. Ma a te piacerebbe essere trattata come Trilli?»

Armida cercò di incassare il colpo, mascherando il suo evidente imbarazzo.

«Forse no, non so, però alla fine Trilli ha un ruolo importantissimo, diventa perfino un’eroina.»

«Sì, ma rimane sempre piccola, è una nana rispetto agli altri bambini, e non parla, fa dei versi fatati. Scampanella. E si dice che abbia un cuore troppo piccolo. Peter se ne frega di lei. Ha occhi solo per Wendy, i suoi fratelli e i bambini sperduti. Si fa bello combattendo contro capitan Uncino, ma è un esibizionista che sfrutta il coccodrillo.»

Armida conosceva bene le teorie di Propp che nel suo famoso saggio sulla morfologia della fiaba aveva evidenziato come sia più importante quello che fa il personaggio piuttosto che quello che è con le sue caratteristiche fisiche. E altrettanto importante era anche l’analisi di Bruno Bettelheim che nel suo Il mondo incantato aveva approfondito il significato psicologico delle fiabe sottolineando la loro importanza pedagogica nel delicato periodo della crescita dell’individuo. Le fiabe, prodotte dalla cultura dei popoli al di fuori del tempo e dello spazio, evocherebbero situazioni che consentono al bambino di affrontare ed elaborare le reali difficoltà della propria esistenza, traducendo in immagini visive gli stati d’anima interiori.

Applicato alla reazione di Margherita questo significava che lei aveva paura di restare piccola o di essere soverchiata dai grandi?

In verità, era la domanda iniziale che aveva sconvolto Armida dal suo torpore passeggero e che le teorie psicoanalitiche sulla personalità infantile in fieri non aiutavano a dirimere.

Si era incastrata da sola. Ascoltava e annuiva, divisa tra ammirazione e cruccio.

Era proprio, quel «ti piacerebbe essere trattata come Trilli» che l’aveva fatta traballare perché lei si era sentita così per molto tempo.

Piccola, quando si trattava di decidere del proprio avvenire, sottomessa quando si trattava di eseguire il precorso precostituito per lei dalla tradizione familiare, oblativa quando si trattava di correre in soccorso di chi aveva bisogno, inefficace, quando aveva provato a scardinare gli ordini e il motivo degli ordini, gelosa, quando si trattava di paragonarsi alle sue amiche meglio attrezzate di lei nell’affrontare le insidie dei sentimenti.

E che ci voleva una bimbetta di nove anni per farle redigere un memorandum sulla sua vita fin qui?

La scansione temporale fu inesorabile.

Trilli bambina: capelli con le trecce a crocchia, occhi miopi, gonne riciclate dalla cuginetta di città, passione vorace per la lettura e la scrittura, gattara irriducibile, decine di allergie, collezionista di carte delle caramelle.

Trilli adolescente: guardata a vista, sempre sotto correzione, sepolta viva sotto una slavina di divieti e di proposizioni vessatorie. Quando tentava di sollevarsi da terra (le ali non erano comprese nel pacchetto) qualcuno tirava il guinzaglio e lei rischiava ogni volta di sfracellarsi cadendo dalle nuvole.

Trilli donna: inevitabile sposarsi. Prima una fiammata erotica da sconquassare le viscere. Poi la miopia eretta a norma esistenziale anestetizzata. Un matrimonio patetico, se non fosse per qualche occhio nero truccato con competenza. Capitan Uncino non si faceva mai annunciare dalla sveglia.

Se la metteva nelle fauci o la chiudeva dentro un orologio a cucù.

Trilli impiegata: Una scrivania in legno massiccio con il computer dell’azienda, una pila di fogli e di cartelline, il leitmotiv delle domande maniacali. «Ha bisogno di qualcosa capo? Acqua-thé-caffè?

Ho preparato una bozza del progetto che mi ha chiesto; farò altre ricerche sul campo come desidera, poi le riferirò. Le sembra originale questa mia intuizione? Possiamo firmare insieme la bozza dopo che l’avrò perfezionata? No? dice dev’essere il capo a figurare in calce a qualsiasi nuova proposta di marketing? Mi scusi se insisto, ma mi piacerebbe avere maggiore visibilità, non la merito dopo tutti questi anni di fedeltà alla causa? Silenzio. Allora, le porto un caffè macchiato. Anzi: glielo tiro!»

Lo aveva fatto.

Peter Pan era rimasto a bocca aperta, pronto per ingurgitare il caffè bollente: sul viso una macchia rossastra che bruciava come il fuoco.

Armida si era licenziata e aveva costruito una sua piccola impresa di management che aveva avuto un notevole successo internazionale. Una Start Up, come si dice in gergo. Dirigeva un gruppo di ragazze pimpanti e energiche che avevano contribuito al suo successo e le consentivano di godere di qualche spazio per le sue incursioni tra la letteratura, il teatro, il cinema e perfino il sesso.

Aveva ragione Margherita. Trilli doveva ribellarsi, crescere, mandare al diavolo Peter Pan con le sue manfrine di bambino malcresciuto e gestirsi gli spazi che si aprivano davanti a sé. Le ali? Da grande le avrebbe tatuate sulla pelle in un punto molto erogeno del suo corpo.

Talvolta si chiedeva da che parte stava il coccodrillo.

Nel silenzio, condensava in una frase l’assunto fondamentale del grande filosofo Jaspers: «Le domande sono più importanti delle risposte, e ogni risposta deve diventare una nuova domanda.»

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