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Lettura a quattro mani. Rondò narcisista

Parigi, o cara

di Saveria Chemotti

 

Quando forti e diritte le nostre anime

si stringono in silenzio sempre più vicine,

finché le punte ricurve delle loro ali

aperte prendono fuoco, quale amaro

torto può farci la terra per impedirci

d’essere a lungo felici? Pensa!

[…]

Elizabeth Barret Browning, Sonetto XII

 

È l’alba. La gondola è arrivata. Faccio caricare gli ultimi bagagli, consegno le chiavi del palazzo ai nuovi proprietari, saluto la servitù che mi è rimasta accanto in questi anni, tra giorni alterni, peripezie e frustrazioni. Bloccata sul pontile non riesco più a tollerare il salso rappreso nell’aria, che si appiccica sulla mia pelle.

Arrivata sulla terraferma, una carrozza mi condurrà a Parigi dove mi aspetta una nuova vita, in una elegante casa sulla Senna, in una città frizzante di luci e di avvenimenti, che mi aiuterà a dimenticare il silenzio delle calli veneziane e il leggero sciabordio della laguna dove ho lasciato un pezzo del mio cuore desolato.

Cuore. Un muscolo necessario, potente e crudele che non ci abbandona mai e ci tiene sospesi tra realtà e fantasia, tra desiderio e delusione, tra presente e futuro, scandendo le vicissitudini che vorremmo poter dominare e non riusciamo neppure a circoscrivere.

Parto.

Sminuzzo i ricordi accomodata sul cuscino damascato della poltrona. Il gondoliere è un giovane ben tornito con una divisa ordinata. Canta sottovoce dondolandosi sull’acqua come un airone. Io mi abbraccio sotto lo scialle di seta ricamata.

I cavalli della carrozza sono nervosi, faticano a prendere il ritmo sullo sterrato, infastiditi dalla polvere che irrita le loro narici e dalla luce che si alza sull’orizzonte piatto delle ville venete. Su qualche finestra, da lontano, si muove fievole, un lume di candela.

I due cocchieri cercano di mantenere l’assetto della corsa ragionando insieme sull’opportunità di scegliere un percorso piuttosto che un altro. Io non ho fretta. Vorrei arrivare in buone condizioni nella Ville lumiere. Alcuni nobili veneziani, miei cari amici, mi hanno raccontato che potrò frequentare salotti prestigiosi dove si possono incontrare alcuni tra i protagonisti illustri della cultura del nostro tempo: Rousseau, Voltaire, Mozart, perfino Madame de Pompadour che suscita la mia curiosità per il potere che gestisce con astuzia e charme. Questo mi rassicura e mi stimola a non deprimermi.

Mi assopisco.

Mi rivedo quando lo osservavo da lontano ed ero convinta che i suoi bei capelli fossero posticci, come tutto il resto. Ero solo rosa dall’invidia.

L’ho seguito, pedinato quando i vicoli erano silenziosi, pagato servi spioni che mi ragguagliassero sui suoi spostamenti, spettegolato con le amiche di mia madre per avere notizie delle sue conquiste.

I miei sogni traboccavano di passione e mi dimenavo nel letto immaginando incursioni

peccaminose.

L’abate Carrer mi ha sottoposta inutilmente a tridui di purificazione. Mi battevo il petto, negando a me stessa di volerlo deporre tra le sue mani.

Poi li ho accarezzati quei capelli, ho infilato le mie mani tra i ricci e ho guidato le dita a inanellare le ciocche fino a cogliere il sapore del tempo.

Le sue mani, nel frattempo, frugavano ogni anfratto del mio corpo e la mia pelle urlava il suo nome moltiplicando gli aggettivi della parola “amore”. La più ovvia, ma non la più prevedibile.

Le sue labbra hanno risvegliato i miei centri nervosi, li hanno sfidati in una tenzone eccitante che mi ha trascinata dentro un’apnea sublime.

Respiravo vibrando musica.

Mi aveva invitata a cena dopo una serata danzante, facendomi recapitare un delizioso invito a raggiungerlo nelle sue stanze. In segreto. Come se tutte non conoscessero le sue manovre di seduttore e libertino.

Luci, musica, poesie e, soprattutto, una ricetta prelibata, a base di riso e ostriche, sicuramente afrodisiaca, adatta a scatenare un incontro travolgente, almeno per me.

Più d’uno, i nostri appuntamenti. I miei domestici erano complici nel farlo sgattaiolare dentro casa, appena i miei genitori si ritiravano nelle loro stanze e quando l’alba, sfrontata, si affacciava alla finestra con le «strisce luminose invidiose della nostra gioia», io gli giuravo come Giulietta che «era l’usignolo, e non l’allodola, quello che aveva ferito col suo canto l’orecchio trepidante.»

Lo pregavo, lo veneravo, restavo in ginocchio davanti a un dio di invidiabile fascino e intelligenza, non solo sciupafemmine, come molti lo apostrofavano, ma scrittore, poeta, filosofo, alchimista, un compendio che racchiudeva «le magnifiche sorti e progressive» del mondo.

Poi venne notte. Un buio tempestoso madido di afflizione. Di attese, assenze, negazioni.

Quando tutto finisce l’ingresso principale diventa la porta sul retro. Ma io non sono più riuscita a entrare nel suo recinto.

Gli ho fatto recapitare doni preziosi, monili, quadri, sottraendo zecchini d’oro al mio patrimonio personale, sfidando l’ira di mio padre e la comprensione di mia madre che mi ha fatta visitare da molti dottori che accompagnavano le loro prescrizioni con formule apotropaiche, volte a curare una depressione accreditata come stregoneria, viste le reiterate nausee, il vomito e le vertigini.

Pazza, sì, forse lo ero. Ho sperperato un patrimonio per riconquistarlo, affrontato il suo sguardo sghembo, perfino insolente, dopo minacciose richieste di colloquio.

La sua voce suadente ha sciorinato una serie di motivazioni convincenti, citazioni di versi, carezze da lontano, scrollate del capo a invelenire la mia saliva. Non avevo nessun diritto di censurare il suo comportamento, di pretendere una fedeltà che non faceva parte del suo patrimonio culturale e neppure di quello semantico, tantomeno di diffondere notizie false sulle sue leggendarie prestazioni erotiche.

Era l’unica arma in mio possesso. Mettere in dubbio che lui fosse un focoso amante e dipingerlo come un pecorone incapace di soddisfare una giovane fanciulla di alto lignaggio e fisico armonioso e leggiadro.

Lo scherno lo accompagnò per mesi, e nei bacari del volgo dove, tra il fragore dei boccali di vino si improvvisavano lazzi e frizzi disgustosi.

Quando la mia pancia cominciò a crescere, sfidando le leggi della morale, scoppiò lo scandalo e i maggiorenti della mia aristocratica casata intervennero presso il Doge, per avere giusto risarcimento pubblico per la violazione di una fanciulla inerme, da parte del mascalzone osannato per le sue indubbie doti intellettuali da molte case patrizie.

Una denuncia anonima, infilata nella famosa Bocca del Leone, suscitò l’intervento del Tribunale speciale degli Inquisitori che lo fece arrestare e rinchiudere nei Piombi. Come era consuetudine al condannato non venne mai notificato il capo d’accusa, né la durata della detenzione.

Io sono convinta che quella sentenza volesse punire il suo libertinaggio, il suo comportamento socialmente sconveniente con donne sposate o fanciulle caste, lo spregio della religione, il plagio nei confronti di alcuni patrizi e azioni volte a mettere in pericolo la stabilità del regime aristocratico.

Quando, nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre del 1756 Casanova mise in atto il suo piano di fuga, passando dalla cella alla soffitta, attraverso un foro nella volta, lui non poteva sapere che il frate Marino Balbi, suo compagno di reclusione, era stato munificamente pagato da me, con la complicità di un mio fidato cameriere che, per quel favore, potrà godere di un regalo capace di cambiargli il futuro.

Due mesi fa ho partorito una bellissima bambina. La levatrice fidata di mia madre l’ha consegnata all’Ospedale della Pietà dove vivono rinchiuse le giovani orfane e le figlie del disonore; sarà data in adozione a qualche famiglia con i requisiti adatti a crescere degnamente una figlia di nobili. La Madre Badessa lo ha giurato sul crocifisso che pendeva sul suo scapolare, dietro lauto compenso, ovviamente.

Sono riuscita a nascondere sotto le sue fasce un fazzoletto con le mie iniziali e un giustacuore col mio ritratto. Se tornerò ancora nella mia città e forse, sopiti i sensi di colpa e lo strazio, proverò a cercare la mia creatura per restituirla alla vita che si merita.

Giacomo si è diretto a nord. Ha soggiornato a Bolzano, Monaco di Baviera, Strasburgo.

Prima di partire un’amica mi ha sussurrato che alcune voci lo danno in arrivo nella capitale francese. Pare che una nobildonna, ricchissima e stravagante, gli abbia messo a disposizione vitto e alloggio e cospicue somme di denaro.

La carrozza ha ripreso la sua corsa dopo una pausa di ristoro e il cambio dei cavalli.

Parigi non è lontana e io sento salire la gioia per una possibile rinascita.

Il diavolo è pur sempre dalla mia parte e io conosco molti rituali magici per evocarlo.

Ho avuto un ottimo maestro.

 

 

 

Le lacrime del tempo

di Mario Coglitore

 

Ora viene la notte,

Ora viene l’inverno, Casanova…

Cento notti, cento donne in una vita,

Meravigliose vergini e puttane,

Una favola inventata

Ormai la giovinezza…

Splendori, miseria, gloria e

Malinconia…
Ora viene la notte,

Ora viene l’inverno, Casanova…

 

Angelo Branduardi, Casanova

  

Il riflesso dello specchio mi rimanda il volto di un uomo anziano segnato dall’età. In questi ultimi anni sono molto dimagrito. Niente a che vedere con i miei ritratti giovanili che girano ancora nella vostra epoca, nei quali l’ovale del volto e quel sorriso leggermente enigmatico che ha accompagnato stagioni dello spirito molto più indulgenti vi parlano di un Casanova in piena forma, con le labbra carnose e gli occhi grandi aperti su un mondo destinato a rapida consunzione, anche se allora non ne ero consapevole. Certo, il naso rimane sempre quello, piuttosto pronunciato cioè, come adesso mentre mi getta un’ombra malevola sulle piccole rughe del labbro superiore.

In questa cittadina della Boemia dove consumo il tramonto dell’esistenza e attendo la morte in relativa serenità mi appare tutto così chiaro, di una limpidezza inequivocabile. Non ho rimpianti, questo no. Ma una sfilza di nostalgie, sì, tutte aggrovigliate attorno alla mia anima ben poco candida, smerigliata nel vetro dei giorni passati che si avvicendano in un caleidoscopio di colori sgargianti. I fuochi della Festa del Redentore si fanno luce di un’esistenza condotta all’insegna della trasgressione e del furioso incedere della memoria che mi ripropone stanze favolose e grondanti di tessuti e argenti, baldacchini sontuosi con materassi da mille e una notte, ma anche angoli bui tra calli e campielli nei quali ho divorato atti impuri con amplessi selvaggi che prostitute dalle mani abili mi incitavano a portare a termine. Le faville calano sullo specchio d’acqua del canale della Giudecca, ingoiate dalla breve assenza di suoni che segue lo scoppio di arcobaleni struggenti in attesa dei successivi. Deve essere così che si muore, dispersi in sprazzi brucianti di cielo notturno.

Sono stato, dovendovi suggerire una sintesi estrema, il classico “fio de bona dòna” come avrebbe detto mia nonna, che mi ha cresciuto rincorrendomi su pietre secolari macinate da passi frettolosi, carretti pieni di spezie e verdure o dal misurato passeggiare dei patrizi avvolti in mantelli di lana pregiata. Nella mia lingua, perché il veneziano è una lingua sia chiaro – mi dicono che da voi adesso la confondono addirittura con quella dei veneti. Per carità, noi dell’isola siamo tutt’altro –, l’espressione ha a che fare con il figlio di una donna di strada, segnato da una ascendenza che lo rende per forza di cose astuto, poco avvezzo all’educazione e capace di sopravvivere alle avversità utilizzando stratagemmi degni di una commedia di Goldoni. E questo sono stato io, in tutta evidenza, anche se mio padre e mia madre, attori professionisti, non ci hanno fatto mai mancare niente. Papà è passato a miglior vita che io ero ancora bambino, ma le doti artistiche della mamma, che ho visto pochissimo durante le rare pause della sua attività, mi devono aver lasciato qualche segno perché ho sempre fatto della recitazione il mio cavallo di battaglia. In ogni occasione.

Se sono un bugiardo? Naturalmente. È per questo che la Serenissima repubblica ha ottenuto da me impagabili servigi di spia particolarmente efficiente, aspetto sul quale ci si è sempre interrogati poco. Vuol dire che ha funzionato. Appartenevo a una rete di agenti segreti di cui non è rimasta traccia e che soltanto la caduta rovinosa del leone di San Marco, a cui quel corso alto un metro e mezzo scarso tarpò le ali a colpi di cannone, ha potuto far scomparire polverizzandola nel secolo dell’elettricità, secondo quanto aveva ben profetizzato il mio amico Franklin che delle correnti elettromagnetiche aveva intuito il potenziale clamoroso.

Di quella vecchia scaltrezza e di quell’attenzione ai particolari che archiviavo in una memoria visiva prodigiosa, mi rimangono soltanto i riverberi di questa superficie limpida che ho appesa a una parete della mia piccola casa imperial-asburgica e che pulisco in continuazione. Alle mie spalle, ombre femminili continuano ad andare e venire in un malinconico turbinio di non detti, menzogne, pianti, urla di piacere e di disperazione, sorrisi di compiacimento, rondò travolgenti, insulti e battiti convulsi di cuore.

Tra le tante sciocchezze sparse dentro alle mie varie biografie postume, quelle sulle donne sono state davvero colossali. Per prima cosa non ne avute in numero così elevato come si racconta. Beh, non esattamente poche, ma nemmeno interi harem di concubine. Non ho mai tenuto conto del numero, semplicemente perché dopo averle possedute le ho dimenticate. Da vero bastardo seriale, ero più preoccupato di istruire il messaggero che avrebbe portato le mie note scrupolose al Consiglio dei Dieci che ai danni procurati in esili o procaci femmine, specie quando il loro ventre lievitava. Danni collaterali, ahimè. Le misure contraccettive, le chiamereste voi, non abbondavano nel secolo dei Lumi e quindi ci si arrangiava facendo il possibile. D’altra parte di cosa avrei dovuto preoccuparmi se le abbandonavo subito al loro destino per infilarmi tra più opportune lenzuola, e poi nelle seguenti?

So che affibbiare l’epiteto di “Casanova”, laggiù da voi, equivale a indicare un inguaribile sciupafemmine – Maria Vergine che espressione volgare –, un acchiappa ragazze di ogni età, uno sfrenato consumatore di sesso senza inibizioni e così via. Nel mio piccolo, vi garantisco che non ho mai sciupate le signore più di tanto, anzi le ho corteggiate con la sapienza del filosofo, gli arcani seducenti dell’alchimista, la compulsione del matematico. Mi definireste bello, almeno negli anni della giovinezza? Non credo. Avevo però le movenze dell’uomo intraprendente, le pupille saettanti di colui che promette orgasmi indicibili, le mani calde di chi sa sfiorare la pelle nella promessa di un incalzante sinfonia della carne che conduce su lontane stelle del godimento assoluto.

E nel frattempo prendevo appunti a seguito dell’ultimo colloquio con il diplomatico cui avevo sottratto la moglie che in quel momento si strofinava su di me in preda al deliquio amoroso. I sentimenti sono una bella noia, specie per chi, al pari del sottoscritto, li ha sempre considerati un ostacolo alla libertà, una schiavitù dell’abitudine. Ho tentato di spiegarlo molte volte a quelle che si sono considerate mie vittime e, ve lo giuro, con grande sincerità perché non avevo nulla da perdere.

Eppure, niente da fare. Non volevano sentir ragioni, innamorate di un mezzo sconosciuto di cui travisavano ogni santissima volta le intenzioni. L’amore è un fastidio colloso che turba le donne troppo spesso, per i miei gusti, siano nobili dame o schiette figlie del popolo basso. Probabilmente a qualcuna mi sono affezionato, però come avrei fatto con i cavalli la cui funzione resta indispensabile per gli spostamenti.

Lo specchio si è fatto quasi nero. Devo accendere le candele perché la sera si affaccia insistente. Non vedo più la mia faccia, l’oblio della rifrazione cancella i tratti del me stesso di questo presente, nella calante vecchiaia. Odio la vecchiaia, ma la accetto. La solitudine meno, specie quando si popola di fantasmi. Chiaroscuri stravaganti, in qualche caso opprimenti; talora cattivi.

Venezia mi manca. Mi manca l’odore dell’acqua che ristagna, i rumori del remo che sciaborda, lo spettacolo della laguna in qualunque stagione. Lo scirocco bussa alla porta. Dietro di sé potrebbe portare la bora e finalmente sarò spazzato via. Nel silenzio della mia desolazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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